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martedì 18 marzo 2014

La grande bruttezza

Percorro Via Cavour, col naso a terra, contando i passi fino al largo Corrado Ricci, lì dove s’apre un finto giardinetto, ricoperto di ghiaietta compatta che è proprio di fronte all’entrata del Foro Romano. Il cielo è un telo azzurro, il sole una medaglia d’oro, la primavera, in danza, sembra benedir dall’alto del suo volo la Città degli imperatori, dei Papi e, per grazia ricevuta, anche mia. Giro, dunque, sui Fori Imperiali, direzione Colosseo per prendere l’autobus 85 e andar dove so io. Misuro due o tre passi e al colpo d’occhio è misera la vista. La grande via trionfale che ha per porta lo Stadio dei Flavi è tutta quanta, sul lato marciapiede, impacchettata come di casotti gialli, e per passare si fa gomito a gomito con i turisti, tanti, che sgomenti osservano il contorno. Giunta proprio sotto alla Basilica di Massenzio, mi giro e la vedo, immalinconica, triste come l’agonia, tutta quanta puntellata da orrendi travi d’acciaio. Continuo, con un singhiozzo in gola, e – non può essere, sto sognando…- c’è una scavatrice proprio sotto il Tempio di Venere e vedo la montagna di terra e le colonne, poverine, che sono respiro di romanità in questa desolazione moderna e contemporanea. Leggo il cartello: lavori per la metro C…

Procedo nel mio viaggio all’inferno e siccome gli autobus sui Fori non passano, attraverso l’incrocio assolato che porta alla Via Labicana e lì, al volo, prendo un autobus qualsiasi che mi porta allo scavallo di Via Merulana dove, come so, c’è la fermata dal 16. E così sia. Eccomi a bordo, proseguendo, all’altezza di San Giovanni, nello scempio metropolitanoccì. Piangono i palazzi umbertini, stirati nella solennità in stile piemontese, e piangono gli eleganti mascheroni, giovanetti e sileni, che li decorano. E io con loro. E mentre giriamo su piazza Ragusa, o poco prima, sento una bimba che computa una frase scritta sul muro: “L-i-b-e-r-a e-r-b-a i-n l-i-b-e-r-o S-t-a-t-o”. E mentre rido, amaro, la bambina, nello scendere dall’autobus, mi picchia sulla spalla e mi saluta, con un sorriso che mi regala un pelo di Perù… 

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