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sabato 22 marzo 2014

Un cane a Montecitorio

bennibag sulla mia sedia verde acqua...

Mi piaccion poco, e quasi punto, le visite guidate in cui si sta al modo di gregge, perfetti (tutti quanti) sconosciuti, ad ascoltare fosse pure, in questo caso, un archeologo di fama, un gran signore, che ha due occhi azzurri i quali mi ricordano altri occhi con lo stesso cognome, perduti oramai nella mia verde primavera e la finisco qui. Eccomi, comunque, per far contenta chi so io, sotto Sant’Agnese in Agone del mio Borromini, pronta a entrar, quindici per volta, nell’antica cripta che furono i fornici dell’antico Stadio di Domiziano (ora Piazza Navona), dove la Santa, l’agnus, la virgo, fu esposta tutta nuda, al pubblico ludibrio del lupanare. Il miracolo dei capelli è raccontato in marmo bianco dall’Algardi in una cappelletta laterale, buia pesta e umida,  e con, su in cima, un bel Cristo Pantocrator, tutto colorato, nel cinguettar, dattorno, dei volatili dipinti…
Il gruppo si muove e io con lui via, sotto la piazza per visitare i resti (che sono ovunque sotto i bei palazzi che fan da contorno alla Navona) che si posson visitare, per pochi euro, in un viaggio sotterraneo al gusto di ginnastica. Perché lo Stadio di Domiziano, uno dei Flavi, era stato costruito per correre, far del pugilato e del pancrazio e saltare e far ginnastica in onore di Giove Capitolino. Seguo, attenta, la spiegazione finché l’ora mi chiama e devo correr via, come fossi (e forse lo sono…) Cenerentola. Attraverso il Corso del Rinascimento fino alla Maddalena e poi, di corsa, proseguo per la lunghezza di Piazza Capranica finché non sbuco davanti a Montecitorio dove, accanto alla libreria Arion, c’è un bel negozio da uomo, di quelli vecchio stile, eleganti alla maniera di una volta.

Mentre parlo al cellulare, con l’occhio a coda che ho, vedo un certo signore di stile e al guinzaglio ha un cane di razza e di marca, che par griffato pure lui; è color caffelatte e tanto sussiegoso che pare il ritratto medesimo del suo padrone. L’uomo picchia il naso contro la vetrina e intanto il cane aristocratico si fa i casi suoi. Ma, fermi, d’un tratto, il nostro s’impenna, il muso al vento, tira il guinzaglio fino a un vaso che è lì per la bellezza consacrata del luogo e mentre il padrone seguita a osservar pantaloni e giacche, il cane, tornato plebe, infila il muso tra le erbe, con grandi annusate, e, tutto soddisfatto, tira fuori dal verde un rimasuglio di pizza bianca che addenta e divora con gran gusto, tornato, vivaddio, cane qualunque e non di sua maestà…

1 commento:

  1. :) :) :) .....temevo avesse alzato la zampa e innaffiato il vaso. ....mi sarebbe piaciuto ancora di più.
    Buona domenica Ester Rita

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