Pagine

domenica 2 febbraio 2014

Quattr'ossa e 'n chilo de cerone

Ebbi, bambina, un vestito color cioccolato, di morbido velluto, lungo a toccare il pavimento. Ebbi il vestito e un compito: tenere su il velo bianco di una sposa, una certa Maria Teresa, condotta all’altare da un cugino di mia madre, che la aspettava sotto l’altare, tutto in fremito d’amore. Lei, bruna, dal viso fresco, di giovinetta anni Sessanta; lui, già vecchio, seppure ancora giovane, come usava allora e ora non più e io, i capelli lunghi stretti sulla nuca in una mini-coda, intorno alla vita, una fascia di panna montata, ai piedi le scarpette allacciate sul fianco del piede con un bottoncino, come un bacio d’angelo, e sul becco un ghirigoro di fiorellini.

Eravamo noi, noi tre, protagonisti di quel sabato pomeriggio. In quale Chiesa di Roma si celebrasse il matrimonio, proprio non lo ricordo e nemmeno la festa, dopo, ché era misera cosa a petto di quanto, compunta nell’alba verde dei miei giorni, avevo compiuto. Ricordo i miei passi, uno via l’altro, e avevo provato e riprovato per non andar storta, mettendo un piede a incrociar sul davanti quello di dietro, come nel catwalk delle modelle. Solenne, seria seria, tutta presa dal compito che mi era stato affidato, sfilai, vanerella, a caccia di sguardi. E ancora oggi ricordo il sorriso benigno dei grandi che vedevano in me l’innocenza perduta e i giorni andati e chissà che cos’altro mai. E mentre ricordo quella prima sfilata, la memoria corre ed eccomi, insieme a una certa amica dai capelli di corvo, a Palazzo Farnese, durante una sfilata di moda di Christian Lacroix, sotto l’Ercole dei fratelli Carracci che non mi fece, vanerella, né di caldo né di freddo. Mi interessava punto l’arte, allora, in quella mia fredda primavera! Ero stata scelta, io e quell’altra, per far da hostess all’evento e mi aggiravo, nella bella divisa fiorita, spargendo sorrisi. Io e la Manu, in attesa trepida delle modelle che erano allora (e forse anche oggi) per noi chimere ed esempi e sogno segreto. Arrivarono, infilate nei jeans, le facce lavate, i capelli in crocchia di vecchia zia, un borsone sulla spalla, arrancando su per le scale. Le guardammo, deluse. Ma poi, quando rivedute e corrette, uscirono in passerella, nei loro bei vestiti provenzali, gli occhi nostri resuscitati e giocondi e loro divine. Ma un tecnico video che, sospirando, le riprendeva,  disse: “Quattr’ossa e ‘n chilo de cerone”. Patapunfete giù per terra. 
Per sempre, per me, la più bella...

Nessun commento:

Posta un commento