Pagine

mercoledì 26 febbraio 2014

Una stanza tutta per me

Non ho mai punto amato la gran casa bianca, circondata dal verde del giardino, dove nacqui, io per prima, anche se ultima di cinque fratelli,  in quegli anni Sessanta ancora acerbi e bambini dove quattro più quattro faceva otto e non come ora che neppure più si sa... Non amavo la casa dove ebbi una stanza tutta per me, come quella di Virginia Woolf (che ho letto e che capisco e amo solo in questa unica, vera necessità di giovinezza…) a vent’anni o poco meno, quando già ero pronta per spiccare le ali e andarmene, col mio bel contratto di giornalista in tasca, a vivere sulle montagne russe della solitudine, in un piccolo appartamento perduto lungo una delle tante vie consolari. Non l’ho mai amata, dico la bella casa all’Aventino, perché mai fu mia nell’anima e tutta quanta affollata di altre anime che io non capivo (e non capisco) non capendo loro me.

La casa, piena di genti, no; ma il giardino tanto, nei suoi angoli riposti, dove cercavo con Ann O’Brien, la porticina che mi avrebbe portato a Fairyland per vivere in un giorno – nel tempo magico delle fate - una vita intera d’avventure. C’era, ad esempio, nel boschetto, d’ombra e dei Salini, un angolo, chiuso nel Nord più cupo, dove un pino stringeva il tronco contro un muro, offrendo una radura alle lucertole e all’immaginazione mia. Lì, lì doveva essere la porticina per Fairyland... Oppure, su, al pratone, sotto il ricamo di marmo bianco del Bastione del Sangallo. Lì, la cercavo, nella verde casetta di Marino, tra il tagliaerba e il rastrello. La porticina fatata, in quel giardino che non è più mio non l’ho mai trovata, ma dentro di me, nell’oro acceso del mio tardo pomeriggio, ho trovato ponte e fiamma e una stanza tutta per me.
.…  

mercoledì 19 febbraio 2014

Una papera saggia

I bennihearts

Me ne andavo, ieri mattina, nel vento che soffiava a gote piene, dalle parti di Campo dei Fiori per raggiungere, verso il Lungotevere, un’amica che pare il mio contrario e, invece, tolta la maschera, non lo è.  Intanto, visto che le occasioni van colte, ghiotte, al volo nelle folate allegre di questa anticipata primavera, mi sono attrezzata per visitar luoghi dell’anima ed eccomi prima nella basilica di San Marco, a piazza Venezia, nello splendore d’oro di un mosaico bizantino che è, tra i tanti, romani, nei quali non c’è ancora il Cristo dolente in croce, ma un bel giovanotto dai capelli hippy, in forma di Cristo Pantocrator e vittorioso e grande. E poi ad ammirare il Palazzo Falconieri, su Via Giulia, che è capolavoro del mio Borromini. E a bocca aperta, sono lì, sola soletta, ad ammirare le erme che sembrano uscite dall’estro di Dalì e che a me parlano chiaro nel loro simbolismo oscuro…

Poi, via, e mentre cammino, a testa bassa, mi trovo in fronte una Mara Venier, con capelli tirati su alla bell’e meglio e forse anche in tuta e di certo in occhialoni. Mi sfila accanto, una come tante, e sospiro al pensiero che, a chi mi circonda, interesserebbe più lei del Palazzo Falconieri. Vabbè, nel mondo cammino, sorridendo, nella compassione del tutto che sono poi io e continuo a camminare ed è quasi Mezzogiorno, l’ora dell’appuntamento. Mancano dieci minuti al tocco e io, appoggiata contro il parapetto dei muraglioni che han tolto vita e ingrigito il biondo Tevere che prima respirava, pur nei danni, nella Città Eterna, punto lo sguardo e vedo, laggiù, un congresso di gabbiani e grandi e grossi e pettoruti e, proprio sotto a me, in perpendicolare, una paperetta con il capo smeraldino. Sguazza, tutta felice, in una pozzetta al lato del bel fiume e, infilando il becco, in un pertugio, si agita tutta per acchiappar che cosa non so. La osservo, in viva simpatia. D’un tratto, PAM, spara il cannone del Gianicolo per il Mezzogiorno. La papera, interdetta, sfila il becco dalle giuggiole sue e resta immobile cinque minuti d’orologio. All’erta, oddio, cos’era quel rumoraccio? Passata la paura, è di nuovo al lavoro quando, non so da quale chiesa, esplode uno scampanio pazzo. E lei, di nuovo, immobile: questi uomini, quante ne inventano e rumore tanto e tanto inutile… Ma basta, seguo il suo ragionare,  la paperetta, stufa degli inciampi, si tuffa in acqua e contromano, col becco a Roma Nord, via nella corrente…
Domani, alla Librinecessari, ore 16, con le bennicards

giovedì 13 febbraio 2014

Occhialini di cipolla

Al Mater Dei, non c’erano collettivi, non assemblee e nessuna autogestione. Tutti i giorni, col sole o con la pioggia, in chiesa a recitare il rosario. Al primo venerdì del mese si andava a messa, col basco calzato sulla testa, e una volta al mese la messa era in inglese e cantavamo “we shall overcome”, ma non cambiava il ritornello ché, al momento della genuflessione, eravamo tutte quante, in kundalini, ginocchioni, a terra, davanti all’altare maggiore e al Santissimo, mentre sister Francis batteva con le nocche sul culmine del banco, toc, per farci precipitare a terra, e toc per darci il via alla risalita. Ricordo, ricordo ancora il freddo sul ginocchio (che, bambina, portavo le calze corte anche d’inverno…) delle marmelle che, durante il mistero della fede, mi regalavano l’incanto dei loro ghirigori. Vedevo, nelle venature loro, lupi e creature d’altri mondi, e a volte anche cagnetti o lucertole. Li vedevo, li fotografavo con l’anima accesa e poi, scomparsi, faticavo a ritrovarli anche seduta allo stesso banco, con l’occhio a terra. Cercavo, invano, la mia chimera e non la ritrovavo, ma ogni volta ce n’era una nuova che sembrava chiamarmi: “Ester, Ester!” e la guardavo, immersa nel suo piccolo mistero, come emersa da un mondo primigenio a squadrarmi pensiero e anima.

No, non c’erano collettivi, non assemblee, non occupazione, al Mater Dei,  nel verde dei miei anni, e Sister Kevin era severa e anche, a modo suo, direttrice e dittatrice insieme, ma, sentite me, ancora oggi. è anche per lei, che mastico di greco e di latino, come se fossi uscita ieri dal liceo... Ripenso alla mia poca democrazia scolastica perché oggi una delizia di ragazzina, figlia di un'amica, mi ha spiegato che lei, nella scuola sua tal dei tali, ha fatto per una settimana un corso di economia domestica. “E che cosa hai imparato?", le ho domandato, vi giuro, senza malizia alcuna che il progresso piace anche a me anche se non troppo. E lei, seria seria: “Che per sbucciare una cipolla senza piangere bisogna indossare un paio di occhialini…”
benniheart per San Valentino
 

lunedì 10 febbraio 2014

Cieli turchini

Sarà che piove e piove e piove e il cielo pare fatto di ragnatela; sarà che non mi va quasi più di accendere la televisione e di ascoltare un telegiornale perché sono stufa, in un mazzo, di tutti quanti, Renzi e Letta e Monti e anche Grillo, con tutto il loro agitarsi e poi il latinorum d’Azzeccagarbugli sulle riforme che serve, dico io, a confonder l’acque e a non combinar nulla; sarà che mi annoia, al quadrato e anche alla terza, lo spettacolo dell’umanità, che in fretta e in furia, col cellulare all’orecchio per non sentir l’armonia celeste, non sembra curarsi più della vera vita che pure, ignorata, magnifica e potente, li percorre nel lume sempre acceso dell’anima; sarà perché mi par di vedere, chiudendo gli occhi, il mio Belpaese, che – bello come non lo sono gli altri e mettiamoci pure un punto fermo - non lo merita proprio - in croce, sarà che a Bologna, leggo, si fa la coda per ammirare (per carità, lo merita pure…) la ragazza con l’orecchino di perle di Vermeer, mentre si contan sulla punta delle dita i turisti che vanno ad ammirare, per dire, il Giardino di Livia a Palazzo Massimo alle Terme.
Insomma, sarà per tutti questi motivi e altri ancora che preferisco tener chiusi nella mia benniposh, ma mi è tornato in mente che, ieri mattina, presto nel profumo dell’aria bagnata, me ne andavo alla messa delle nove alla Chiesa della Madonna dei Monti e ho incontrato un certo vicino di casa che sembra uscito diritto da una satira di Marziale, tanto è romano autentico, e pure monticiano. Che fa, che cosa non fa, alla fine viene anche lui alla messa e così percorriamo, due ombrelli a passeggio, insieme, un tratto del Boschetto e facendo un bell’elenco colorato di quel che ci va e che non ci va. E siccome dir su del mondo storto è cosa da nulla e riesce a tutti bene e benissimo, ma più difficile è imparare a riderci su, ad accettar l’avanzo, a metter in bocca frumento e zizzania, ecco come è riuscito, il mio vicino, a strapparmi una risata che ha messo, in un fiat, la noia nel congelatore, aprendo cieli turchini. “Oh – mi fa – nun se la prenda troppo che sti qua nun sanno né parlà né stasse zitti". E amen.
Girgolu mio...
  



mercoledì 5 febbraio 2014

Sale della terra

Ci sono luoghi, a Roma, che sono per me tabernacoli divini, scrigni di pura, semplice bellezza  in cui specchiarsi, nella rotonda armonia del creato, che è anima del mondo, nella profondità del fiume il quale tutti ci percorre; ci sono luoghi, dicevo, in cui il dito di Dio, quello che Michelangelo ha dipinto, sano e forte, ad incontrar quello d’Adamo, nella  Cappella Sistina, è in grazia, un’unica cosa, fuso nel di qua e nel di là, e, nella piroetta del sacro fuoco, si fa immagine vivente di quel che in tutti vive. Uno di questi luoghi, almeno per me, è piazza Sant’Eustachio, da dove, seduti al caffè, si può veder lassù la spirale in danza di San’Ivo alla Sapienza. Io amo Borromini, di un amor solenne, raro, che tutta mi trasporta nella grazia sua, che sa di cielo e nuvole e silenzio. Scesa dal 117, quando andavo, ogni santissimo giorno in redazione, in Sala Stampa, a Piazza San Silvestro, salutavo a metà di via della Mercede, alzando gli occhi al cielo, la lanterna di Sant’Andrea delle Fratte, che è, essa pure, opera del Borromini. Io, allora, non sapevo ciò che so oggi, ma così, di cuore, essa mi innamorava.

E quanto ancora più oggi che cara, carissima mi è diventata la chiesa di San Carlino per via di una certa conoscenza che preferisco tener chiusa a chiave nell’anima mia. Codesto segreto lo tengo stretto, non così ciò che ho visto, giorni orsono, nella stupefacente luce della chiesa trinitaria. Lassù, lì dove il soffitto si fa cupola, la colomba dello Spirito Santo che par chiamarci in volo alle sue struggenti altezze e fiori e ricami di marmo bianco e poi, alte e snelle, lungo le pareti della Chiesa, le colonne. Alcune, con capitello di foglie di palma, ma quelle che incorniciano l’altare maggiore e i due altari laterali abbelliti da dipinti di santi trinitari, han sul capo, e mi par di vedere Borromini sorridente, un girotondo di melagrane, alcune aperte, altre in boccio, altre ancora immature, ma tutte quante in pienezza di vita, per la vicinanza, dico io al sacro fiume di fuoco, le melagrane di Dio, il sale delle terra…
bennicards fiorite
Queste sono le bennicards. Sabato 22 febbraio, ore 16, alla Librinecessari, si terrà un laboratorio per farne di belle e di bellissime. un saluto alla primavera che presto arriverà.... Per iscriversi: http://www.librinecessari.it/

domenica 2 febbraio 2014

Quattr'ossa e 'n chilo de cerone

Ebbi, bambina, un vestito color cioccolato, di morbido velluto, lungo a toccare il pavimento. Ebbi il vestito e un compito: tenere su il velo bianco di una sposa, una certa Maria Teresa, condotta all’altare da un cugino di mia madre, che la aspettava sotto l’altare, tutto in fremito d’amore. Lei, bruna, dal viso fresco, di giovinetta anni Sessanta; lui, già vecchio, seppure ancora giovane, come usava allora e ora non più e io, i capelli lunghi stretti sulla nuca in una mini-coda, intorno alla vita, una fascia di panna montata, ai piedi le scarpette allacciate sul fianco del piede con un bottoncino, come un bacio d’angelo, e sul becco un ghirigoro di fiorellini.

Eravamo noi, noi tre, protagonisti di quel sabato pomeriggio. In quale Chiesa di Roma si celebrasse il matrimonio, proprio non lo ricordo e nemmeno la festa, dopo, ché era misera cosa a petto di quanto, compunta nell’alba verde dei miei giorni, avevo compiuto. Ricordo i miei passi, uno via l’altro, e avevo provato e riprovato per non andar storta, mettendo un piede a incrociar sul davanti quello di dietro, come nel catwalk delle modelle. Solenne, seria seria, tutta presa dal compito che mi era stato affidato, sfilai, vanerella, a caccia di sguardi. E ancora oggi ricordo il sorriso benigno dei grandi che vedevano in me l’innocenza perduta e i giorni andati e chissà che cos’altro mai. E mentre ricordo quella prima sfilata, la memoria corre ed eccomi, insieme a una certa amica dai capelli di corvo, a Palazzo Farnese, durante una sfilata di moda di Christian Lacroix, sotto l’Ercole dei fratelli Carracci che non mi fece, vanerella, né di caldo né di freddo. Mi interessava punto l’arte, allora, in quella mia fredda primavera! Ero stata scelta, io e quell’altra, per far da hostess all’evento e mi aggiravo, nella bella divisa fiorita, spargendo sorrisi. Io e la Manu, in attesa trepida delle modelle che erano allora (e forse anche oggi) per noi chimere ed esempi e sogno segreto. Arrivarono, infilate nei jeans, le facce lavate, i capelli in crocchia di vecchia zia, un borsone sulla spalla, arrancando su per le scale. Le guardammo, deluse. Ma poi, quando rivedute e corrette, uscirono in passerella, nei loro bei vestiti provenzali, gli occhi nostri resuscitati e giocondi e loro divine. Ma un tecnico video che, sospirando, le riprendeva,  disse: “Quattr’ossa e ‘n chilo de cerone”. Patapunfete giù per terra. 
Per sempre, per me, la più bella...