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domenica 15 dicembre 2013

Bambola di Natale

Nell’aneddotica famigliare, mia madre Regina, ancora ragazzina, bruna, ricciuta, selvatica, alta una quaresima, figlia unica amatissima di nonna Stella, è stella anche lei e protagonista. Piccola, io, ascoltavo le sue storie perdute nella bruma del suo Friuli giovinetto e le vivevo, si può dire, a modo mio, in quel gioco di specchi che è il filo rosso che cuce, a punti larghi, le generazioni. Mi raccontava di suo padre, Luciano, che soldi non ne aveva e neppure blasoni (al contrario di mogli e mariti dei fratelli di sua madre), ma era ufficiale e portava un elmo con la coda di cavallo e pure le spalline a frangia d’oro. Mi raccontava di Luciano e dei suoi genitori (che poi erano i suoi nonni), poverissimi, meschini. Essi vivevano in una casina così e così nello smargine di Udine e a lei, piccina, davano per cena, appena un ovetto  in un pentolino piccolo così lui pure e poi a letto con le gallinelle. Mi raccontava anche di una certa zia Lydia che le aveva dato le regole di vita buone in tempo di pace e di guerra, da tenere in saccoccia per la lunga marcia della vita: "Anche in povertà, il miglior parrucchiere e il miglior istruttore di tennis!". Che cosa mai potesse farci, forse il brodo, con un istruttore di tennis, tutto vestito di cioccolata bianca, proprio non lo capivo. E, a occhi chiusi, io lo vedevo, l'istruttore, bianco nella bianca nebbia pordenonese…
Il mondo di Regina era popolato di personaggi che danzano ancora oggi nella mia memoria. Ed erano personaggi e storie insieme, in una trama fitta di pensiero e vita profumata. Mi raccontò di un Natale, il Natale dei suoi quindici e tanti anni, in cui si stabilì in famiglia - fu invero nonna Stella - che lei era oramai grande e ragazza e basta con le bambole. Sicché, il dono sarebbe stato - e beata lei - una bella stilografica per scriverci le composizioni. Trattenute in gola le lacrime, mia madre, bambina, accettò, con la maschera di Achille, la divina sentenza materna e, giunta la notte Santa, mentre le cugine ricevevano damine e bambolotti, lei,  la penna magra, triste come un panino senza burro. Pianse, Regina, e il padre, l’ufficiale, via, nella notte santa, a svegliar la giocattolaia, che conosceva per esser zia di paese, per comperare a Regina una bambolina di celluloide, con le treccine arrotolate sulle orecchie alla maniera tirolese. Ancora adesso, la pupa è viva e sorride nel suo armadio, chiusa nel cuore di Regina…





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