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martedì 31 dicembre 2013

Auguri di Buon Anno

C'era, ieri, in cielo,  un prato rosa di nuvole basse, nei raggi radenti del pomeriggio silente e oggi, l'ultimo dell'anno, un sole radioso, già alto neanche fosse già il Mezzogiorno che pare invitare a sgranchire le gambe e l'anima e il cuore, perdendosi nelle piazze padovane che sono fiori d'allegria nel bel canto di questi giorni di festa. E io, per privilegio di nascita, in tutto questo, ringrazio per il bel dono di essere, un poco lassù tra le mie nuvole rosa e un poco quaggiù, nel gracidare del mondo che mostra, in versicolori, le sue mercanzie. Nel ringraziare, trascorro la mia notte e il giorno e a tutti auguro un anno felice, il prossimo, di grazia, nel lume acceso, con i tre occhi ben desti, senza la furia dell'ego. Auguri a tutti!

domenica 15 dicembre 2013

Bambola di Natale

Nell’aneddotica famigliare, mia madre Regina, ancora ragazzina, bruna, ricciuta, selvatica, alta una quaresima, figlia unica amatissima di nonna Stella, è stella anche lei e protagonista. Piccola, io, ascoltavo le sue storie perdute nella bruma del suo Friuli giovinetto e le vivevo, si può dire, a modo mio, in quel gioco di specchi che è il filo rosso che cuce, a punti larghi, le generazioni. Mi raccontava di suo padre, Luciano, che soldi non ne aveva e neppure blasoni (al contrario di mogli e mariti dei fratelli di sua madre), ma era ufficiale e portava un elmo con la coda di cavallo e pure le spalline a frangia d’oro. Mi raccontava di Luciano e dei suoi genitori (che poi erano i suoi nonni), poverissimi, meschini. Essi vivevano in una casina così e così nello smargine di Udine e a lei, piccina, davano per cena, appena un ovetto  in un pentolino piccolo così lui pure e poi a letto con le gallinelle. Mi raccontava anche di una certa zia Lydia che le aveva dato le regole di vita buone in tempo di pace e di guerra, da tenere in saccoccia per la lunga marcia della vita: "Anche in povertà, il miglior parrucchiere e il miglior istruttore di tennis!". Che cosa mai potesse farci, forse il brodo, con un istruttore di tennis, tutto vestito di cioccolata bianca, proprio non lo capivo. E, a occhi chiusi, io lo vedevo, l'istruttore, bianco nella bianca nebbia pordenonese…
Il mondo di Regina era popolato di personaggi che danzano ancora oggi nella mia memoria. Ed erano personaggi e storie insieme, in una trama fitta di pensiero e vita profumata. Mi raccontò di un Natale, il Natale dei suoi quindici e tanti anni, in cui si stabilì in famiglia - fu invero nonna Stella - che lei era oramai grande e ragazza e basta con le bambole. Sicché, il dono sarebbe stato - e beata lei - una bella stilografica per scriverci le composizioni. Trattenute in gola le lacrime, mia madre, bambina, accettò, con la maschera di Achille, la divina sentenza materna e, giunta la notte Santa, mentre le cugine ricevevano damine e bambolotti, lei,  la penna magra, triste come un panino senza burro. Pianse, Regina, e il padre, l’ufficiale, via, nella notte santa, a svegliar la giocattolaia, che conosceva per esser zia di paese, per comperare a Regina una bambolina di celluloide, con le treccine arrotolate sulle orecchie alla maniera tirolese. Ancora adesso, la pupa è viva e sorride nel suo armadio, chiusa nel cuore di Regina…





martedì 10 dicembre 2013

Come le scarpe di mia sorella

Lavoravo, volontaria, un tal giorno a settimana per qualche ora schiacciata nella mattina fresca, nella biblioteca americana di Santa Susanna e, per la mia gioia, respiravo, fresca come la mattina appunto, tra i libri, parlando con Grace, che mi era compagna di quelle ore vuote da riempire di storie sue e, a volte, anche mie. Rari i clienti e tutte, o quasi, signore di una certa età, fatte con la squadra, colorate in acquarello e tali e quali a come disegnerei io – e anche voi - una romantica signora inglese, con le spine lucenti dell’ironia sulle labbra, nella risata pronta, ricamando lunghi nulla sul maltempo o sul sole italiano… Lavoravo lì, dunque, e a volte, durante le vendite di libri usati, trovavo meraviglie. Comprai per pochi spiccioli, ora sono cinque anni, l’autobiografia di Santa Teresa d’Avila e fu, per me, quella. la stazione Termini del viaggio…

Ho ripensato a quell’antico acquisto, qualche giorno fa, quando un’amica d’anima, nella fiaccola che ci unisce, mi ha donato un libro di Amintore Fanfani che si intitola “Il Greco e Teresa d’Avila”. E quale meraviglia, per me, baciare due grandi insieme: il primo (caro, carissimo a mio marito) e che io ho ammirato in un dipinto visionario, mistico, moderno eppure nel cosmo, durante una passeggiata solitaria alla National Gallery di Dublino. Di tutti i quadri, solo Francesco di El Greco, che sotto un cielo che pare la tenda del mondo, vede lassù, lui, nella grazia, la luce. E mentre leggo le pagine di Fanfani (oh com’erano dotti i politici allora!) sento alla televisione Angelino Alfano dire e ripetere che non permetterà ai forconi “di mettere a fuoco le città”.  Ma Angelino, non lo sai che si dice mettere a ferro e fuoco una città? Non sai che quel tuo modo sincopato, sbrigativo, in stile twitter di tagliare un pezzo di modo di dire, cambia del tutto il senso della frase? Non sai che per mettere a fuoco una città (magari il panorama romano, magnifico, che si ammira dalle antiche stalle del Quirinale...) basta una macchina fotografica. No, non lo sai, non ci hai pensato, e, nel sospiro, mi tocca rimpiangere la Diccì e anche il piccolo grande Amintore Fanfani che, quand’ero ragazza, mi stava stretto come le scarpe di mia sorella…

lunedì 9 dicembre 2013

Nel gran disegno del cielo

Per una catenella di situazioni - alcune di miele e altre mica tanto - ieri sera, ho  preso, danzando sotto le lucine di Via dei Serpenti che mi ricordano che è tempo, indaffarato, di Natale, l’ultima messa alla Madonna dei Monti; la messa quella che si è inventata il nuovo parroco per catturar, chissà (spera lui, forse), i giovani della movida che, ogni santissima sera, se ne stanno a bere birra tutt’intorno alla fontana nell’aria alcolica della piazzetta (che io amo) della Madonna dei Monti a recitar le preghiere del cicaleccio quotidiano. Il quale, da lontano, pare quasi una preghiera. Preghiera, penso io, di esser accettati e uguali agli altri, immersi nell’unica religione dell’uniformità di questo nostro tempo, nel pascolo della modernità. Ma poco male, di questo e di molto altro (ad esempio di Matteo Renzi…) mi curo, ora che posso per non esser più chiusa notte e giorno in redazione, poco assai, ché altro mi preme raccontare.
Insomma sono in chiesa, per l’Immacolata concezione che è, per me, festa speciale, nel canto dell’angelo che chiama alla nuova vita chi ha a lungo bussato alla sua porta e ha orecchie e cuore e anima sveglie, pronte, per ascoltare la voce che chiama dall’armonia celeste. Insomma, via, son lì, con molti altri e io assorta, come sono sempre, nella preghiera che è per quella mia serpe sacra nutrimento e vera vita. Sono lì, nel vangelo di Luca e lì quando si celebra il mistero. Ma poi, d’un tratto, lo sguardo mio si posa su un buchetto che sta sul piede di una gran colonna dorica e d’un tratto mi pare di veder sbucar, proprio da lì, dalla pece il muso di un topino che, nel tremolar dei baffi, pare anche lui in preghiera.  C’è, lo so, e osserva il rito nostro che è anche suo, come creatura, lui pure. C’è, lo so, ma forse è stato un sogno, e chino il capo in raccoglimento pensando a lui, piccino, e a me, tutt’uno, nel gran disegno del cielo…


giovedì 5 dicembre 2013

Il mio omino di zucchero

A passi svelti, un giorno via l’altro, s’avvicina, per me, il giorno del compleanno che, quest’anno, mi donerà un numero tutto quanto rotondo e sacro al punto che ho già ricevuto, in anticipo, ben tre cartoline che mi vogliono bene, che mi stringono nell’abbraccio muto delle parole che amo e mi dicono di andare avanti, con la bennibag a bandoliera portando in giro la mia fede che c’è, se solo ci fermassimo un pochino, se imparassimo a guardar le cose del fiume invece di tener fisso lo sguardo al mondo, se solo sapessimo leggere i segni, ascoltare gli angeli, esser nel nume eterno che ci guida; se, e dico se, tutto questo si potesse, scopriremmo che  un mondo migliore c’è e che quaggiù i doni sono tanti e tanta la grazia, se solo bussassimo alla porta giusta…

Bambina, in casa Ponti, i compleanni non si festeggiavano, per carità, e neanche le candeline si spegnevano (oh come avrei voluto...,) ché era, secondo mia madre, usanza poco signorile, da piccoli borghesi quale lei non si sentiva e non era e non sarà mai. Metter il bambino in piedi sulla sedia a recitare una poesia, tra i battimani di nonni e zii, nel profumo di varecchina del tinello: per lei, per carità; per me, una meraviglia domestica, il cuore sacro della tradizione che si nutre di speranza e di infanzia. Mai lo ebbi e già  donna fatta e sposa, cercai quel fogolar nella famiglia di mio marito. Invano. Certe cose, amara la lezione, solo nel cerchio magico dell’infanzia han profumo di vaniglia! E com’è vero, lo so io e forse anche voi. C’era il mio compleanno, che era anche quello della Mimma (ed ecco spiegato perché ero la sua preferita, io, un punto sulla terra…) e poi il Natale che ci vedeva, tutti insieme, a San Giuliano nel casolare rosa di nonna Stella, nelle brume di un Friuli che non ritrovo più. D’un tratto, un ricordo mi accende il lume e sono di nuovo, per mano alla Lilli, a Pordenone; passiamo, lei e io, nella mattina fredda, in un cielo che pare lavato dalle fate, il Ponte di Adamo ed Eva, per comperare il pane e il latte. Lei con la sporta a rete, io muta e pure lei. Entriamo in una piccola bottega. Nella vetrina, tanti omini di zucchero che mi innamorano, io, il naso schiacciato a far le nuvolette al vetro. Ne ebbi uno, un piccolo sciatore con la sciarpa e il berretto, e fu quello il mio risarcimento: tutte le candeline del mondo in quel suo piccolo sorriso dizucchero
 

martedì 3 dicembre 2013

Di Balotelli e del Rinascimento

E per fortuna che nel 787 dopo la nascita di nostro Signore c’è stato, a Nicea, un Concilio di vescovi santi che ci ha salvato dagli iconoclasti ché altrimenti non avremmo avuto, nelle nostre Chiese, Basiliche, Pievi, né Piero né Mantegna né Domenichino, e avremmo avuto luoghi santi tristi come sono, per me - con rispetto parlando - altre Chiese, vuote di sguardi angelici e sacri, in una malinconica solitudine riempita solo dai fedeli loro che, come si sa, sono di quaggiù...
Evviva Nicea, dunque, ed evviva la professoressa Michelina Tenace, della Pontificia Università Gregoriana, che, ieri pomeriggio, nell’ariosa aula magna dell’Ateneo ci ha raccontato, durante il bel convegno “Per istruire, ricordare, meditare e dare frutti”, questo e molto altro, mostrando tutta quanta la differenza tra quel Concilio lì, nella protostoria in gloria del Cristianesimo, e quello di Trento (del 1563), quando la Chiesa dovette ben trovare il modo di difendersi dalle spinte luterane e dalle sue Riforme. E vi riuscì, anche grazie a Pippo Neri, a Ignazio, a San Camillo.

Io, con molti altri, sono lì, tutt’orecchi perché faccio tesoro del sapere altrui che diventerà parole mie, durante le mie Passeggiate Romane, che sono il mio vivo grazie per il dono e condivisione con chi, con me, ha voglia di trovare il fil d’Arianna nascosto nel mistero. Sono lì, dunque, e osservo attenta ciò che accade nella sala, gli sguardi dei presenti e l’occhio mio vola da questo e da quello e vedo, d’un tratto, un sacerdote di colore, chino sul suo taccuino, armato di una penna rossa. Lo vedo e penso all’Africa per come la conosco io e quanto difficile deve esser per lui capire che cosa fu il Barocco e che cosa anche il Rinascimento. Lo guardo, in ammirazione, mentre mi viene in mente, perché il pensiero vola, che qualche giorno fa, alla televisione, ho visto un bel servizio sul Burkina Faso e a un certo punto è stato intervistato un allenatore di pallone e gli si è domandato di Balotelli e se è, quel calciatore, un mito per i ragazzi di laggiù.  Ha scosso il capo, serio serio, il coach, e ha detto, chiaro chiaro, che Balotelli non è un buon esempio di comportamento per i suoi ragazzi… Sì, ora lo so, è facile, per il mio sacerdote capire che cosa fu il Rinascimento siamo noi che ce lo siamo dimenticati.