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venerdì 22 novembre 2013

Un orso a Campoli Appennino

Nella villa romana, accucciata sotto l’Aventino, dove vivevo sola, bambina, con genitori e fratelli, veniva tutti i giorni a far le pulizie (ma per mia madre erano al gerundivo, le faccende) la Mimma che di cognome faceva Toto. Aveva un cuore grande, la Mimma, e pochi capelli neri, in magri riccioli sul collo,  che, non so neanche perché, teneva a bada (e neanche le serviva) con un cerchietto di velluto nero. Per me era delizia vederla, nel suo bel grembiale bianco, all’opera, in danza da un piano e all’altro, con scope che eran caducei, e pure in cucina dove sapeva mischiar meraviglie. Gioia di Marco erano i panini fritti e gli gnocchi al sugo rosso che venivano serviti al giovedì, cascasse pur la terra. Per me (e per tutti), di sera, al venerdì, giorno di magro, sfornava la pizza, rossa e bianca, filante, profumata d’amore. Io l’aspettavo come attendevo allora – lo confesso - la fine della Messa per tornare a giocare giù in giardino. L’aspettavo perché a Mezzogiorno, di venerdì, si mangiava il baccalà che a me piaceva come farmi pettinare i capelli da Margareth, la canadese…  

 Avrebbe dato un occhio e pure l’altro, la Mimma, per mio padre che chiamava, con tono deferente, l’AVVOCATO, tutto in maiuscolo, e se lo baciava con lo sguardo quando lui, stanco, tornava tardi dall’Università ed era lei, lei sola, la privilegiata, a servirgli la pastasciutta e quanto d’altro dormiva al caldo nel fornetto. Lei era  Mimma Toto e suo fratello era Salvatore Toto e quindi Totò Toto. Lei, da noi a tener la casa linda, lui veniva a volte e a volte no per tagliare i vestiti su misura del papà, ché Totò era il sarto del paese e come tagliava lui le pezze non ce n’erano mica tanti, come diceva mia madre che, come si sa, di stoffe era maestra e anche di stile. Un giorno, una domenica, con papà e non so più chi altri, ci andai al paese della Mimma e si chiamava Campoli Appennino. Totò Toto mi portò in alto, affacciata al balcone, e mi indicò, laggiù, il Parco nazionale dell’Abruzzo e che non lo vedevo , mi disse, l’orso bruno? Non c’era l’orso, figuriamoci, ma io lo vidi o forse lo sognai, quell’orso, che ancora oggi è parte del mio sogno di Campoli Appennino. 

1 commento:

  1. ....non ci vuole una laurea in ermeneutica per leggere tra le righe che pur avendo avuto tanto, ti è mancato , da bambina qualcosa di molto importante...per te. Ma forse questo ha contribuito a far di te quella che sei :) sorrisone e permettimi un bacino Rita

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