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sabato 9 novembre 2013

Panini imburrati

Mi specchio, sola nella mia fortezza di luce, nel mare fermo di Cala dei Gigli, in quell’ora (verso le cinque del pomeriggio) che sembra usare i pennelli di Tiziano maturo; il mare è turchino, l’aria d’arancia, il tempo, nella tinta del bianco, come sospeso in una dopostoria che è per me principio e fine e gioiosa solitudine d’incanto, pienezza pura nella mia fiaccola accesa. Mi specchio in quel mare e mi par di riflettere, corpo e anima, le colline e l’aldia e Tavolara laggiù che pare far una riverenza all’orizzonte nel suo celeste vivo, nel rosa di fanciulla dalla pelle di pesca, nell’oro della sabbia rinata. Mi specchio in quel mare, ma sono qui a casa, a Roma, e reclusa in camera, per via di una certa bella festa di compleanno che laggiù brinda, tra il corridoio e la sala, nelle risate (evviva) della gioventù che rincorre, ignara e convinta di vestir panni nuovi, le antiche trame.

E mentre son lì tra lettere e carte, dopo aver compiuto il mio sacro dovere  a Francesco e imburrato panini al salame e alla maionese con uovo, ripenso, non so dir perché, a un certo giorno lontano, in cui me ne andai con mio padre a Berchidda, a prendere il vino e la vernaccia alla cantina sociale. Eravamo, in macchina, lui, io e tante bottiglie vuote e pure due damigiane che sarebbero tornate ricolme dell’uva spremuta cara a Dioniso, e parlavamo un poco e un poco no, perché mio padre era di magre parole e rideva poco e direi quasi niente. Io poi dovevo guidare per quelle strade sarde, vuote di gente e di indicazioni stradali. Giunti a Berchidda, fui io, da sola, a entrar nel grande edificio color pane cotto. Entrai. Solo una voce che cantava, in sardo, una canzone amara e di zucchero insieme, una voce che mi imburrò l’anima.  L’ho ritrovata - No potho reposare - qualche giorno fa, nella voce di Maria Carta, e mi pareva, come ora, di esser nel mare della mia Cala dei Gigli e mio padre era vivo.
Questa è una ecobennibag, ricavata da due gonne vecchie che ho scucito e ricucito a modo mio

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