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mercoledì 13 novembre 2013

Fior d'oliva

Non capita tutti i giorni, almeno a me, di arrotolare gli anni all’incontrario e di tornar giornalista per un giorno e per di più come lo facevo nei giorni migliori, cioè seduta ad un convegno a prendere appunti sul più e sul meno dei discorsi dei relatori e a metter ordine in virgole e parole per spremere il sugo, il fior d’oliva, messo in ordine e stirato in italiano, di quanto detto e raccontato. Un tempo, quand’ero al Gazzettino, era questa la mia specialità che mi diede, una volta, una gran soddisfazione nelle parole dell’ufficio stampa della Biennale di Venezia che ritenne quell’anno il mio pezzo il più esaustivo a raccontar le opere d’arte moderne e contemporanee che a me – lo confesso – non piacevano punto, ma il senso, quello sì, non mi sfuggi e mi parve come stender burro su un panino spiegarlo a gondolieri e umili mortali.

Ma torniamo a noi e gambe in spalle. Allora sono in un certo Oratorio di un cert’ordine consacrato che preferisco tenere per me. Si parla della Roma post-tridentina e dei tanti Santi che allora fondarono nuovi ordini, freschi di fede e carità, in risposta alla protesta di  Lutero. E Sant’Ignazio e San Camillo e San Filippo Neri e altri ancora, in una fucina di santità e di rinnovata spiritualità. All’ora del caffè, si scende nel ventre del convento per uno spuntino e io, tutta ispirata, parlo a lungo con il Generale dell’Ordine (che non è un soldato, si badi bene…). Poi ancora parole e infine a casa scrivere il mio pezzo, con quell’argento del passato acceso che mi fa risentir tutta quanta come al Gazzettino, in un miscuglio di sorpresa, gioia e paura. Il pezzo esce e buonasera. Qualche giorno dopo, un certo signore di mio gusto mi invia una mail e un link. Laconico, senza commento: il mio Generale, quello intervistato da me con tanta cura, tra un caffè nero e un biscotto, è ora ospite delle patrie galere. Sia fatta la tua volontà…

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