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venerdì 29 novembre 2013

In paradiso con Carlo

Nel suo bel tailleur color melograno maturo, Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario ai Beni Culturali (una signora di gusto, con tre nomi e tanti cognomi nella bisaccia e, immagino, cuginanze infinite nel gioco degli specchi aristocratici ignoto ai più), si gode, nella tiepida penombra colorata dai pannelli azzurri (di un azzurro acido o amaranto come il suo completo di sartoria),  la mostra dei quadri (bellissimi) di Carlo Saraceni. C’è lei e c’è anche Anna Maria Tarantola, composta, un poco rigida, nel suo stile Bankitalia e ad entrambe fan corona organizzatori, allestitori e altri che chissà chi sono e che fanno a gara a spiegare profusamente questo e quello del Saraceni. Il quale è un gran pittore che viene detto caravaggesco, ma, a mio piccolo avviso, non lo è affatto e anzi a me ricorda tanto, nei suoi colori vivi, spazzolati nel tramonto e sciacquati in laguna,  e nelle forme rotonde delle Madonne bambine (che ricordano da lontano quelle del Bellini), il mondo veneto del mio Cima e del Mantegna (che amo) da dove, veneziano, il nostro veniva…
Vabbè, insomma, c’erano queste due signore di garbo e di potere, ieri sera, a Palazzo Venezia (che era palazzo rinascimentale di Pietro Barbo, cardinale e veneziano e poi Papa Paolo II e un giorno vi parlerò di lui perché, davvero ne vale la pena...), e, più modestamente, c’ero anche io alla festa che inaugurava la mostra dedicata appunto al Saraceni. Mi sono fatta il giro completo, galleggiando nel buio e riempiendo occhi e anima di bello. E se mi ha colpito la tela con la Madonna morente alla quale una dolente afferra, sotto ai panni, il piede, ancor di più, per esser ancora più vicina al divino, mi è piaciuto un piccolo quadro che rappresentava il Paradiso. Il quadro è al Metropolitan di New York, sicché per vederlo conviene visitar la mostra (e io ci tornerò). Lassù, in alto, in un dorato numinoso cielo, ci sono Dio e Gesù e l’uovo primordiale. Sotto, i simboli degli evangelisti, che annuncian la buona novella. E bello, più bello non si può, l’angelo di Giovanni, dipinto come non si fa mai o poco nella personcina di un puttino alato, come se a ispirare quel vangelo (che io amo tra tutti di più) fosse stata l’anima bambina dell’apostolo prediletto di Gesù…



mercoledì 27 novembre 2013

Rugantino ai Monti

Quando mi pare arrotolata la via e stretta e su ogni pietra inciampo come se camminassi su stiletti di grissino lungo un viottolo di campagna e ogni richiesta (e molte ne ho) pare esser la ninfa Eco, che, inseguendo il suo Narciso - preso dal volto suo nello specchio - chiede attenzione per le valli deserte, alle montagne azzurre e vuote. Io, quando mi sento così e travolta dal mondo che poco mi piace in certe sue insistenze, nei tranelli, nei trucchi, nelle furbizie ingenue, che sono maschere e ironia di un piccolo ego capriccioso o dispettoso o stizzito per non esser, che ne so, Napoleone; io, dicevo, respiro. Sì, sì, proprio così, respiro. Ed è nel ritmo del divino spirito che ritorno nel mio fiume a nutrire anima, mente e corpo e mi vedo galleggiar nel mio paradiso terrestre ritrovato…

E se nel respiro rinasco, fresca in un fiore sbocciato, ritrovo le parole che gli altri mi chiedono per restituire, a loro, la grazia che ho ricevuto io da lassù, senza meriti, nel mio bussar perenne, bambina e donna, alla porta della verità e ora, dopo questo cappello mistico, suvvia, torniamo, dai, tutti giù per terra e vi racconto di un certo vicino di casa che incontro, a volte, per le straduzze del Rione, e porta un gran cappello nero e un cappotto che pare un sacco di carbone e, in quel nerume, sotto alla tesa che par un’ala di corvo, spicca il suo bel viso da centurione romano,  faccia di Rugantino, di uno che ai Monti c’è nato e, ai tempi, giocava con le pecore di Romolo nella Domus Aurea di Nerone al Colle Oppio. Dovete sapere che questo tal signore, che io tengo al caldo nel cuore, è esperto di poesia romanesca e sta preparando un Cd con i sonetti del Belli letti da lui. E io li aspetto, e nell’attenderli, con lui parlo come se entrassi in un museo della Romanità. E ieri mi ha detto che per far rosicare certi amici s’è inventato d’aver trovato in una certa bancarella di libri usati una “fagottata de sordi”,  così li ha stesi tutti quanti, gli amici. “E mica era vero – ha riso – o forse un poco sì perché c’ho trovato, tra tutti i libracci, una certa edizione der Belli che non te dico…” Nel gran teatro del mondo, benedetto… 

lunedì 25 novembre 2013

Nomi e stelle

Devo il mio nome – Ester - a nonna Stella, che mi volle, al pari suo, figlia degli astri, i quali lumeggiano nel firmamento, oggi come ieri; ohimè, si vedono poco, in città, coperti come sono dalle luminarie umane che si dan la spocchia di esser chissà chi, mentre son nulla o poco più al paragone di quelle luci eterne… Io, nel silenzio di velluto del mio terrazzo sabino, che è solenne, ricamato dal mistero del creato, a volte mi perdo tutta in loro e le piccole cose di quaggiù, in un batter d’ala di farfalla, si fan nulla proprio in quel pulsar di diamante  nel brivido dell’eterno…
Dunque fui Ester, tutta quanta in danza, in quella erre che pare non finire mai, Ester in volo, tra le stelle. E rido tra me al pensiero che se fossi nata maschio, mia madre aveva già pronto per me il nome di Matteo, come l’evangelista della chiamata del Caravaggio, che contava soldi e che lasciò tutto per seguir Gesù. Per me, dunque, le stelle di mia nonna; per mia madre, che voleva tutti e quattro gli evangelisti in famiglia (nei nomi primi o secondi dei fratelli),  una scottatura. E ancora oggi il dito le brucia ché neanche coi nipoti è riuscita a pareggiare il conto…





venerdì 22 novembre 2013

Un orso a Campoli Appennino

Nella villa romana, accucciata sotto l’Aventino, dove vivevo sola, bambina, con genitori e fratelli, veniva tutti i giorni a far le pulizie (ma per mia madre erano al gerundivo, le faccende) la Mimma che di cognome faceva Toto. Aveva un cuore grande, la Mimma, e pochi capelli neri, in magri riccioli sul collo,  che, non so neanche perché, teneva a bada (e neanche le serviva) con un cerchietto di velluto nero. Per me era delizia vederla, nel suo bel grembiale bianco, all’opera, in danza da un piano e all’altro, con scope che eran caducei, e pure in cucina dove sapeva mischiar meraviglie. Gioia di Marco erano i panini fritti e gli gnocchi al sugo rosso che venivano serviti al giovedì, cascasse pur la terra. Per me (e per tutti), di sera, al venerdì, giorno di magro, sfornava la pizza, rossa e bianca, filante, profumata d’amore. Io l’aspettavo come attendevo allora – lo confesso - la fine della Messa per tornare a giocare giù in giardino. L’aspettavo perché a Mezzogiorno, di venerdì, si mangiava il baccalà che a me piaceva come farmi pettinare i capelli da Margareth, la canadese…  

 Avrebbe dato un occhio e pure l’altro, la Mimma, per mio padre che chiamava, con tono deferente, l’AVVOCATO, tutto in maiuscolo, e se lo baciava con lo sguardo quando lui, stanco, tornava tardi dall’Università ed era lei, lei sola, la privilegiata, a servirgli la pastasciutta e quanto d’altro dormiva al caldo nel fornetto. Lei era  Mimma Toto e suo fratello era Salvatore Toto e quindi Totò Toto. Lei, da noi a tener la casa linda, lui veniva a volte e a volte no per tagliare i vestiti su misura del papà, ché Totò era il sarto del paese e come tagliava lui le pezze non ce n’erano mica tanti, come diceva mia madre che, come si sa, di stoffe era maestra e anche di stile. Un giorno, una domenica, con papà e non so più chi altri, ci andai al paese della Mimma e si chiamava Campoli Appennino. Totò Toto mi portò in alto, affacciata al balcone, e mi indicò, laggiù, il Parco nazionale dell’Abruzzo e che non lo vedevo , mi disse, l’orso bruno? Non c’era l’orso, figuriamoci, ma io lo vidi o forse lo sognai, quell’orso, che ancora oggi è parte del mio sogno di Campoli Appennino. 

mercoledì 20 novembre 2013

La compagnia dei libri perduti

Sarò ben un tipo all’antica, ancora con il basco in testa forse e di una volta, una da mettere in naftalina e in una teca di un museo, ma, a mio modesto avviso, un talent show letterario è come cucinar piselli e marmellata e farci su un primo piatto per il Re di Francia, spacciandolo per un manicaretto di Vattel. Io, il programma, non l’ho visto né, credo, lo vedrò; di Andrea De Carlo lessi, quando lo facevano tutti, un romanzo che mi lasciò freddina, l'altro scrittore non lo conosco, ma la faccia, lo riconosco, è assai simpatica. Non conosco neanche la terza giurata, che è bella come una Miss mondo,  e anche di più. Sono andata, però, a legger sul sito dell’Einaudi, qualche rigo del suo romanzo e non credo che lo comprerò. 
No, non vedrò neanche la seconda puntata di Materpiece; ma il masterpiece me lo cerco a modo mio, senza un "coach", nei depositi della Biblioteca Rispoli., per privilegio della grazia, tenera fata, che sa condurmi lì dove devo. Nel personale filo mio d'Arianna, cerco (senza saperlo) e trovo. Pochi giorni orsono, spinta dal caso, eccomi incontrare in uno scatolone davanti alla Librinecessari Beatrice Solinas Donghi. Ieri nel sentiero bianco e nero della mia vecchia Grammatica italiana (tirata fuori per spiegare alla piccola A. la differenza tra nome del predicato e complemento predicativo del soggetto) trovo due, tre righe colorate, croccanti, spruzzate di vaniglia, di Bonaventura Tecchi e mi innamoro. E so che, domani, finita una certa missione, me ne andrò alla Rispoli a prendere in prestito “Storie d’alberi e di fiori” del buon Bonaventura che, lo so, sarà fresca scoperta e nuovo amico, nel lucore del sole novembrino che, timido, rinasce lavato dalla pioggia. 
Col cuore in Sardegna...

domenica 17 novembre 2013

Ad gallinas albas

Un impegno, al sabato sera, lo avevo, in casa di certi amici che han cane e figlioli e sanno creare, in cucina, una tavolata calda, d’una volta, nella simpatia semplice, genuina dell’olio nuovo che, verde com’è, torna ad essere, nel suo bel bicchiere di vento, il sugo sacro del sacro albero ai romani, che ho ritrovato, sano e d’argento, nella terra  sabina. L’impegno, però, era alle sette e mezzo, o scusate, alle otto, ché il giorno successivo, di domenica, il padrone di casa (il festeggiato) aveva da fare i casi suoi, con l’oro in bocca della mattina in fiore. E, dunque, sistemata la famiglia, mi sono ritrovata con il sabato pomeriggio tutto per me, da spendere in quei viaggi che sono il sale silenzioso della vita vera. Almeno della mia. Così me ne sono ritornata a Palazzo Massimo per andare, al terzo piano, a respirare nel paradiso terrestre di Livia, come se fossi, io pure, seduta con l’imperatrice nella villa sua ad gallinas albas, assistendo, io pure, al segno numinoso che fece dei consoli imperatori e pontefici massimi.

Ma vado a piedi e salgo l’ampia scalinata, perdendomi, sola soletta, nelle stanze piene di bellezza. Il tempo ha messo i freni e indossato la sua tunica divina. Lontane sono le cure quotidiane, perduti nel mondo i pensieri del piccolo ego, che si inseguono, annodati in sarabanda diabolica, a far da benzina all’inquietudine, come sapeva bene Carlo Michaelstaedter. E cammino, tra i visi di marmo dei Cesari e delle loro signore, eleganti nelle pettinature di moda, a riccioli, a cercine, divisi in bande alla maniera di Ottavia. Cammino, a lenti passi, e la bellezza è dentro e fuori. Cammino tra l’Ermafrodito dormiente e la fanciulla di Anzio e d’un tratto, due occhi chiari, immersi nel mistero, mi chiamano da lontano. L’anima palpita mentre lo vedo, bello, di bronzo, gli occhi di luce e d’ombra insieme, e veri. Due passi e sono ferma in tenero e muto conversare.  In lui,  il mistero notturno che ancora ci possiede, in me la gioia del paradiso ritrovato…

giovedì 14 novembre 2013

A tu per tu con la bellezza

Fin dal pomeriggio e poi anche di sera, ieri, me ne sono stata – io beata – a tu per tu con la grande bellezza, che è per noi che siamo nati nello Stivale, a ogni angolo, nei crocicchi, qui e lì e ovunque, se solo fossimo capaci di vederla. Ché lei è fata timida e generosa insieme, pronta a regalare l’estasi a chi sa fermarsi nel fiume, bagnandosi i piedi alla sua fonte e nulla a quanti (i più) passano distratti, persi nelle cure del mondo che sono poca cosa a petto dell’eternità. Ma andiamo con ordine e vi invito a far con me,  una delle Passeggiate Romane che, quando capita, regalo (ma con soddisfazione) ad amici che vengono da mezzo mondo nella Città mia Eterna che amo. Eccomi dunque, in compagnia di un’amica che insegna all’Università e con i suoi studenti, in marcia, verso Piazza Sant’Ignazio che ad arrivarci pare di entrare nel Teatro Olimpico, e poi verso San Luigi dei Francesi ad ammirare Caravaggio e Domenichino, nelle sue magnifiche, per me, storie di Santa Cecilia. Ohimè, il giovedì pomeriggio la chiesa dei francesi è chiusa e che si fa che cosa non si fa, ricordo alla mia amica che c’è, a un tir di sasso, Sant’Agostino, con la sua caravaggesca e stupenda Madonna dei Pellegrini. Detto fatto e siamo lì, con la sapienza di un padre agostiniano, che ci regala perle della chiesa sua, portandoci ad ammirare una cupola nascosta, dipinta dal Lanfranco, e altri quadri che raccontano le storie di San’Agostino, nel silenzio della Provvidenza. Grazie, grazie e ora salite con me sulla macchina del tempo, e un balzo in avanti di tre ore e non vi dico certo che cosa ho fatto in quel frattempo. Ma ora, si aprono per me e per altri le porte solenni, barocche, damascate, in oro della Galleria Doria Pamphilj e via, in corsa, nella quadreria che fu del papa Innocenzo X, un Pamphilj. E siccome il destino sa giocare le sue carte, ho per Cicerone, una affascinante signora francese che racconta Poussin e Guercino e Lotto e tutti gli altri con l’occhio dell’anima aperto al cuore. Siamo nello studiolo della Quadreria dove sulla parete maestra pende il ritratto del Papa di famiglia ritratto da Velasquez e, sulla destra, un busto di lui fatto dal Berinini. E la nostra, che dice? Invece di parlare di panneggi e stili, e di barocco e Controriforma, mostra a noi le mani del Papa: mani sudaticce, molli, di quelle che paiono pesci e che uno non ama punto stringere… E poi il Bernini. Che ce l’aveva su con Innocenzo per le magre committenze e che cosa fa per vendicarsi? Gli piazza, e ben poteva nasconderlo come in un photoshop del tempo, un cicciolo di carne, un brufoletto di marmo sotto l’occhio destro. Tiè.
                                                                         

mercoledì 13 novembre 2013

Fior d'oliva

Non capita tutti i giorni, almeno a me, di arrotolare gli anni all’incontrario e di tornar giornalista per un giorno e per di più come lo facevo nei giorni migliori, cioè seduta ad un convegno a prendere appunti sul più e sul meno dei discorsi dei relatori e a metter ordine in virgole e parole per spremere il sugo, il fior d’oliva, messo in ordine e stirato in italiano, di quanto detto e raccontato. Un tempo, quand’ero al Gazzettino, era questa la mia specialità che mi diede, una volta, una gran soddisfazione nelle parole dell’ufficio stampa della Biennale di Venezia che ritenne quell’anno il mio pezzo il più esaustivo a raccontar le opere d’arte moderne e contemporanee che a me – lo confesso – non piacevano punto, ma il senso, quello sì, non mi sfuggi e mi parve come stender burro su un panino spiegarlo a gondolieri e umili mortali.

Ma torniamo a noi e gambe in spalle. Allora sono in un certo Oratorio di un cert’ordine consacrato che preferisco tenere per me. Si parla della Roma post-tridentina e dei tanti Santi che allora fondarono nuovi ordini, freschi di fede e carità, in risposta alla protesta di  Lutero. E Sant’Ignazio e San Camillo e San Filippo Neri e altri ancora, in una fucina di santità e di rinnovata spiritualità. All’ora del caffè, si scende nel ventre del convento per uno spuntino e io, tutta ispirata, parlo a lungo con il Generale dell’Ordine (che non è un soldato, si badi bene…). Poi ancora parole e infine a casa scrivere il mio pezzo, con quell’argento del passato acceso che mi fa risentir tutta quanta come al Gazzettino, in un miscuglio di sorpresa, gioia e paura. Il pezzo esce e buonasera. Qualche giorno dopo, un certo signore di mio gusto mi invia una mail e un link. Laconico, senza commento: il mio Generale, quello intervistato da me con tanta cura, tra un caffè nero e un biscotto, è ora ospite delle patrie galere. Sia fatta la tua volontà…

domenica 10 novembre 2013

Una corona in capo

Sognavo, ragazzina, di fare la scrittrice  e ora non più. Ora non più, penso e ripenso, al perché e mi sfugge in un vorticare a spirale di pensieri che si perdono lassù nella lontananza azzurrata. Ma dai, tiro lo spago, e giù dabbasso, con i piedi a pigiar la terra e cerco di trovare la ragione una che mi ha fatto metter nel cassetto il sogno e, diciamo pure, aprire questo blog che alcuni – e li ringrazio – han la pazienza di leggere. Secondo me e apro una parentesi questa qui di seguito (ma anche per Nietzche, che non è uno qualsiasi: una rivelazione, per me poco più che ventenne, la sua Nascita della Tragedia…) per fare uno scrittore ci vuole il pubblico e se non c’è quello non è punto utile perder tempo al tavolino con tante belle cose da fare e da vedere e il Signore da ringraziare sempre, in preghiera silente, perpetua, tenera, appassionata. Io credo che oggi allo scrittore (quasi, infatti, sono diventati mosche bianche e alcuni che ci vengono spacciati come tali lo sono come un tafano tra farfalle) manchi un pubblico. Per carità, non voglio dir che le persone - noi - non siano aggiustate a tanta altezza. Nossignore, il fatto è che manca il tempo e la voglia, distratti come siamo dalle cure quotidiane. E la fretta non crea certo lettori. Per leggere un buon libro ci vuol passione e pazienza e voglia di star lì, sospesi, a tu per tu con chi, magari, non c’è più.

Non voglio fare punto la scrittrice, ma il viaggio iniziatico per diventarlo (quello che ho percorso a passi lenti, nelle pagine bianche della mia esistenza, tutta una vita), quello sì, mi ha dato tanto e gioia e una corona di amiche che sono state - loro sì con un pubblico - amiche e vere, per me, più di quelle in carne e ossa. E ora che ho rivisto, con occhi nuovi, Otto e Mezzo di Federico Fellini, e il finale in carosello di uomini e di donne sulla spiaggia del pensiero, mi piace pensar che Elsa e Dolores e Jean e Jeanne e Paola e Neera e Katherine e Maeve e tutte quelle altre che ho amato e dimenticato di nominare mi facciano un girotondo intorno, nella gioia pura che mi hanno regalato in tutti questi anni di dolce conversare…  

sabato 9 novembre 2013

Panini imburrati

Mi specchio, sola nella mia fortezza di luce, nel mare fermo di Cala dei Gigli, in quell’ora (verso le cinque del pomeriggio) che sembra usare i pennelli di Tiziano maturo; il mare è turchino, l’aria d’arancia, il tempo, nella tinta del bianco, come sospeso in una dopostoria che è per me principio e fine e gioiosa solitudine d’incanto, pienezza pura nella mia fiaccola accesa. Mi specchio in quel mare e mi par di riflettere, corpo e anima, le colline e l’aldia e Tavolara laggiù che pare far una riverenza all’orizzonte nel suo celeste vivo, nel rosa di fanciulla dalla pelle di pesca, nell’oro della sabbia rinata. Mi specchio in quel mare, ma sono qui a casa, a Roma, e reclusa in camera, per via di una certa bella festa di compleanno che laggiù brinda, tra il corridoio e la sala, nelle risate (evviva) della gioventù che rincorre, ignara e convinta di vestir panni nuovi, le antiche trame.

E mentre son lì tra lettere e carte, dopo aver compiuto il mio sacro dovere  a Francesco e imburrato panini al salame e alla maionese con uovo, ripenso, non so dir perché, a un certo giorno lontano, in cui me ne andai con mio padre a Berchidda, a prendere il vino e la vernaccia alla cantina sociale. Eravamo, in macchina, lui, io e tante bottiglie vuote e pure due damigiane che sarebbero tornate ricolme dell’uva spremuta cara a Dioniso, e parlavamo un poco e un poco no, perché mio padre era di magre parole e rideva poco e direi quasi niente. Io poi dovevo guidare per quelle strade sarde, vuote di gente e di indicazioni stradali. Giunti a Berchidda, fui io, da sola, a entrar nel grande edificio color pane cotto. Entrai. Solo una voce che cantava, in sardo, una canzone amara e di zucchero insieme, una voce che mi imburrò l’anima.  L’ho ritrovata - No potho reposare - qualche giorno fa, nella voce di Maria Carta, e mi pareva, come ora, di esser nel mare della mia Cala dei Gigli e mio padre era vivo.
Questa è una ecobennibag, ricavata da due gonne vecchie che ho scucito e ricucito a modo mio

lunedì 4 novembre 2013

Il più bel dono dal cielo

Mi arrivano sulla mail (ma non solo a me) i messaggi di un certo signore, che è medico e dermatologo e toccato dalla grazia e pieno di quella luce che direi divina; e anche oggi una che si porta in cima un titolo evangelico “Chiedete e vi sarà dato”. Ed è cosa che è in me perché so, perché lo so, che tutt’intorno, invisibile, si muove un altrove e un qui che parla a noi, distratti dal mondo che si vede e che ci agita e ci distrae, dagli altri che ci paiono sempre avere più di noialtri (senza mai camminar nelle loro pantofole, però…) dal respirare nella vera vita. Chiedendo, occorre saper attender la risposta e leggerla nelle parole altrui, in un libro, nell’incontro con un angelo che può esser, si sa, anche zia Giuseppina…

Ma, basta, ringrazio con una riverenza il mio angelo quotidiano, e vi racconto del mio viaggio nel mondo di Giovanni, sia ben chiaro il Giovanni evangelista, quello dell’Aquila, del verbo fatto carne, l’apostolo amato da Gesù. Quello che fu messo in una pentola d’olio bollente e ne uscì sano come un pesce e allora fu mandato, accusato di stregoneria, a Patmos, un’isola che pare il dorso di un asino immerso nel bel mare greco e che io ho amato senza sapere perché quando vi andai, in crociera, in compagnia di gente che non mi somiglia punto. A Patmos, nella grotta dell’Apocalisse, alta sul turchino del cielo e delle onde, mi parve di sentirmi a casa, lontani gli altri, estranei anche se famigliari. Ed è per questo che, dopo aver riletto, sani, i tre vangeli sinottici, mi sono tenuta per ultimo, al calduccio, quello di Giovanni che a messa, non so perché, si legge poco. E ho scoperto, proprio alla pagina ultima, in coda alla coda, che anche gli apostoli, pur avendo ricevuto il Santo Spirito, eran, sotto sotto, uomini e storti. Pietro, addirittura, geloso di Giovanni, quando chiede a Gesù. “Signore che cosa sarà di lui?”. E Gesù: “Se voglio che rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”. La finisco qui e vi lascio nel bel mare placido di questo 5 novembre che a me portò, anni orsono, il più bel dono dal cielo…  

venerdì 1 novembre 2013

Domani è un altro giorno

In una Roma di pece tra le lucine che danzano nel manto di buio indossato da madama Sera, ieri, sulle sei, sono andata con un’amica cara (mamma mia, ci conosciamo da più di quarant’anni oramai e faccio un salto…) che è anche professoressa di storia dell’Arte all’Università Gregoriana, sono andata, dicevo, all’inaugurazione della mostra, organizzata a Palazzo Barberini, di Antoniazzo Romano, Pictor Urbis. Severo, essenziale, un poco grigio l’allestimento, che mal si sposa, secondo me, con gli allegri soffitti arabescati, negli stucchi opulenti che han visto tempi migliori e dove ronzano, color zafferano, le api dei Barberini… Belle le tele, nei loro fondi ancora d’oro, come se Bisanzio, fosse ancora legata alla gemella d’Occidente, la Roma dei Papi, con un vincolo di allegra sorellanza. Le Madonne di Antoniazzo – con i loro bei bambini – sono tutte metafisiche, alle spalle del manto azzurro, c’è sempre l’oro della divinità. E ci sono i dettagli che mi innamorano. In un’adorazione, sotto al Sacro Bambino, deposto sulla nuda terra, come presagio di morte, germogliano piccoli fiori, il fertile frutto della grazia che ci percorre. Un altro Gesù Bambino, due stanze più avanti, ha il capo piccino posato su timidi steli di paglia che paiono i raggi della sua divina aureola. E’ nel piccolo che si trova il grande, io lo so e lo sappiamo un po’ tutti ed è per questo che lo vado cercando…
Mi perdo davanti alla stupenda eleganza di Santa Illuminata (la quale, generosa, presta il viso all’invito che stringo ancora in mano), i capelli, lunghi, si intravedono, in onde, dietro le spalle. Ha aureola e corona e gli occhi - che guardano, con placido amore, il tempo che corre - sono pieni di pace. La pace che non c’è tutt’intorno, in quel fiume di gente mondana (non tutti, beninteso, che c'è persino un signore che ha restaurato Melozzo da Forlì e io ho avuto l'onore di stringergli la mano...) che si saluta e che si ritrova. Sento una voce. “Guarda sono tanti e domani, nessuno…”. E continua, la voce, raccontando che a Roma i turisti  van solo – e al trotto - ai Vaticani e alla Galleria Borghese e solo per metter la croce su “visto” e tornarsene a casa. Un'altra voce, in lontananza: "Sapete se più avanti c'è il buffet?" Domani, è un altro giorno.