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mercoledì 30 ottobre 2013

Misteri e misteri

E’ arrivato, portato dal vento dell’amore, il piccolo G., che ha negli occhi che si aprono appena al mondo (ma sono celesti, secondo me, come il cielo appena lavato dagli angeli...) ancora il sugo primordiale e in quel piccolo suo corpo, minuto di piedi e di mani, l’energia potente della vita vera che ci percorre tutti quanti.  E’ arrivato il piccolo G. e io sono andata, questa mattina, a trovarlo, come un antico pastore di Betlemme. E mi sono affacciata, come sulla mangiatoia, ad ammirare, nella sua bella culla bianca (che è stata del suo papà e ora sua) l’eterno mistero, nella perfezione di un piccolo orecchio che pare una conchiglia. A lui, commossa, ho portato i miei doni, che sono benvenuto in questo mondo, doni che sono aiuto nel cammino e l’augurio di trovar, nel bosco, il sentiero che porta alla luce…

E’ arrivato il piccolo G. e, per vederlo, ho preso due autobus che mi han portato in corsa, lungo i luoghi che amo, per esser stati miei da quando ero bambina e piccola così. Ho salutato, dall’85 in corsa, le statue di San Giovanni in Laterano che sembrano danzare nell’azzurro e come muoversi in una rotonda maestà che mi fa sorridere il cuore. Ho ammirato i tanti palazzi della Via Appia Nuova, dove gli architetti di allora, nascondevano tra le finestre visi di fauni e ninfe e sileni, perché è bello costruire solide mura, ma bisogna lasciar che la bellezza, timida fata, completi l’opera che saluta il sole. E nell’autobus, sedute dietro di me, c’erano due allegre signore, come si suol dire, di una certa età. Di quelle che non han cambiato abitudini e tailleur e messa in piega, mettiamo, da cinquant’anni, e che sono rassicuranti, nonnine eterne, come il chiaro di luna in una sera d’estate. E mi stanno dietro la nuca e ciaccolano e parlano dei guai dell’una e degli acciacchi di Pina e di Aminto e di Rino che è diventato zoppo e con quella pagliuzza di moglie che si ritrova mica può uscire più. E parlano anche di viaggi. Il viaggio che devono fare a Chianciano Terme ché il fegato, si sa, si deve conservar in carta velina. E una all’altra: “Oh, non mi dire che viene anche la Cettina?”. “E come si fa a dirle di non venire”, fa l’altra. E uno e due sospiri. “Certo che è così antipatica…” “Già”, e giù un altro sospiro e anche un sbuffo come una ciliegina sulla torta. E a me è fiorito un sorriso sulle labbra perché, con quei capelli d’argento, in guanti e cappellino, con la pelle oramai di cuoio concio e tanti di quegli anni nelle borsette e sulle spalle, sembravano, e Dio le benedica, ancora due ragazzine a dir su dell’amichetta…
Meditando, a Cala dei Gigli...

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