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sabato 5 ottobre 2013

Il signor Grecolatino...

Se anche Massimo D’Azeglio, ed è vero per averlo io letto con questi occhi tanti, pensava che studiare il greco e il latino (persino ai tempi suoi…) fosse una perdita di tempo, nel tempo in cui i ragazzi, freschi e verdi, seminano la messe del sapere per dare poi i frutti nella maturità, dicevo, se è vero questo, io mi dissocio anche da lui, che pure resta nel caldo del mio cuore per come scrive in italiano, amando la sua lingua come e più di una madre amata. Passi che lo dicano (e lo dicono per averlo io sentito con queste orecchie tante) quanti lavorano, mettiamo, in Banca d’Italia (ché con l’anima di solito ci contano i denari e l’interesse), ma da Mammolino proprio non me lo aspettavo. E sono caduta in terra, a sacco, come una pera cotta per esser io, forse, tra i pochi, che ancora difendono la gran scuola del pensiero classico, calzata da Esopo e Tito Livio, nel periodare criptico di Tacito e nelle invenzioni d’Orazio, inventata da Giovanni Gentile oramai quasi un secolo fa.
Siamo in pochi, olè, ma non mi perdo d’animo perché quando, come ieri, vedo mio figlio, chino sui ricordi di Marco Aurelio, nella lingua pura della bellezza e della filosofia, e sentirgli dire che finalmente ha capito perché si studia il greco, bè, lo ammetto è una gran soddisfazione, come svegliarsi con l’aurora a Cala dei Gigli e osservare il sole, a est, colorare d’oro l’aldia bianca e poi, nella porporina del giorno appena nato, stirarsi tutto quanto nel perduto orizzonte, risvegliando, nel miracolo della risurrezione, gli uomini e le cose…

I libri moderni, però, anche i migliori mi restano sulla strozza. Sicché quando, mettiamo, mi si chiede una mano per ripassare i comparativi e i superlativi irregolari di certi aggettivi antichi, definitivi, come buono e cattivo (irregolari per essere stati masticati in tutte le salse…) io prendo il mio vecchio libro di teoria della lingua greca. E’ vecchio, scalcinato, color carta macilenta e non colorato come il fratello minore (in mano a mio figlio), ma a me risveglia la memoria. E poi, a pagina quarantotto,  proprio lì dove si parla di aggettivi regolari e irregolari, ci sono disegnati su due cani, uno di profilo e uno a tutto muso e mi sorridono, come faceva Monica, la mia Monica, seduta nel banco insieme a me, Monica, che allora, me li disegnava..

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