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sabato 19 ottobre 2013

Captivus diaboli

Viviamo in un mondo di immagini: tutto il santo giorno, sul computer, in televisione, sui cartelli pubblicitari, persino in autobus e in metropolitana ci inseguono e di qui e di lì, di sopra e di sotto, eccoci, tutti quanti, immersi in un carosello – o forse un sabba, chissà - continuo di icone forsennate, sghembe, ritagliate nel caos, icone che non sono quelle ortodosse, dipinte nel cosmo, epifanie del sacro nel cielo d’oro della meditazione. San Luca evangelista dipinse la prima, ed era un’immagine di Maria, la vide in sogno, la grande madre nostra e ce la regalò e non fu certo il primo…
Esse, le moderne, sono, invece, immagini che parlano del mondo in cui viviamo, un mondo che ha i piedi in cielo e il capo in terra, il mondo di Cocchiara e che Ernesto De Martino raccontava a modo suo, cioè tornando indietro nel sentiero della tradizione, quando le parole erano figlie della terra e non del pensiero politicamente corretto e tutto umano e quindi caduco, passeggero, in fuga. Sapete perché cattivo vuol dire cattivo? Ci vengono incontro la filologia e la semantica che sono sorelle e si tengono per mano. La prima, che racconta l’origine delle parole, dice: “Cattivo vien dal latino captivus e vuol significare prigioniero”; la seconda che spiega invece l’uso che della parola si è fatto nei secoli, ragiona: “Ed è perché nel Medio Evo l’uomo maligno era “captivus diaboli” che si è finiti per dir cattivo di una persona che il bene lo conosce poco”. Ed ecco che la parola cattivo si fa immagine e, figlia delle terra, mostra le sue catene a noi che le dimentichiamo nel fraseggiar vaghezze, perdute in un cielo rosso fuoco…

E sorrido al pensiero che, qualche giorno fa, una certa amica di cui non dirò nome è azienda, per carità, assunta da poco, mi ha chiamata, ridendo un poco e un poco no: “Abbiam fatto una riunione di tot ore e poi un’altra e un’altra ancora e ancora non ho capito che lavoro devo fare…”. Un’altra amica, che lavora in un organismo internazionale, per raccontarmi che cosa fa in quelle infinite stanze nel cubo bianco (che non è neppure territorio italiano) ci ha messo più di un’ora e io ancora oggi non ho capito un'acca e fate voi. Io, a sentir tutto quel loro latinorum al vento, ho sentito il profumo della terra e avrei voluto essere in Sabina, con Angelo, a raccogliere le olive... 

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