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lunedì 9 settembre 2013

Re delle bicoccole

A Roma, di romani, di rugantini spavaldi, spacconi, un po’ busiari ma tanto, tanto simpatici, non ce ne sono più. Neanche al mercato dell’Esquilino (che ora mi pare un poco triste chiuso com’è tra quattro mura) ne vedo e, quando vado a comperar le erbe e la frutta e il pesce, vedo, dietro i banchi, facce che vengono un poco da tutto il mondo e non di certo dalla Garbatella o da Trastevere, e sono facce di tutte le sfumature dell’umano e labbra che masticano appena l’italiano e non sanno dire, come quei rugantini col sorriso in tasca che dico io, “ciao tesoro” alle clienti e, credete a me, più sono vecchie e malmesse e più sono tesori. E le vedi le vecchierelle accese, tornar fanciulle nel ritrovato tesoro del fior degli anni e così il nostro Meo Patacca, pur avendo fatto pagar una sbiossa pesche e uva, riempite a mezzo le buste e svuotato il portamonete, le ha fatte felici a chiuder la giornata. Le vedo, le mie massaie, tornar a casa con una canzone in cuore, per essersi sentite di nuovo tesori per un’ora… E poco non è in questi tempi europei che han tagliato via l’umanità e  decidono ciò che si deve e non si deve fare con le direttive stirate con l’appretto, in un’atmosfera di eterna ospedalizzazione, inseguiti come siamo dalle cattive notizie dei telegiornali che, un giorno sì e l’altro pure, ci mettono in guardia da questo e da quell’altro male. Io, di solito, la tv la spengo e se posso anche il computer. E leggo.  Leggevo, proprio ieri, Matilde Serao, in gloria di una certa amica – per nome un delizioso inno all’olio d’oliva - che della Serao è pronipote. Nel suo “Ventre di Napoli” mi è parso di riveder di nuovo vivo e vero un certo fruttarolo di piazza R. dove andavo a comperar, ancora da sposare, le poche cose che cucinavo per mettere insieme il pranzo con la cena, tornata – tardi – dalla redazione. Il banco si chiamava Darré, il perché non lo capivo e neanche lo chiedevo. Negli occhi aveva due carboni e i capelli d’ala di corvo e grande e grosso che pareva scoppiare nella ciccia. “Che voi, tesoro?”, mi chiedeva. Io, anche io, felice per un’ora... Un giorno, davanti a una platea di tanti tesori in gonnella e d’ogni età, disse, questo Fallstaff de’ noantri: “Che ce volete fa, signorebbelle, so’ io er re de ‘sto mercato, nun fccio pe’ vantamme, ma c’è vo’ la stazza mia pe’ esse re e a chi dice de no c’ho pronto ‘n chilo de bicoccole pe’ facce ‘na collana…” Roma sparita, e sospiro...
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