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sabato 28 settembre 2013

Ottobrata romana

Mentre settembre, a passi danzanti, sorride il suo arrivederci all’anno prossimo, vedo di lontano ottobre, in tabarro, in capo un cappellaccio nero, gli antichi calzoni di castagna, le scarpe color noce, farsi vicino, nell’autunno pigro del bosco. L’aria è come d’oro, nell’attesa, ferme le cose, all’erta gli animali. Avanza lentamente lui, tutto preso com’è a pitturar, col suo pennello magico, d’arancio e di giallo le foglie venate degli alberi e a far maturare loti e calicantus profumati. E mentre il bosco trascolora, io penso a noi, bambini degli Anni Settanta, che solo il primo ottobre tornavamo a scuola, dopo giorni e mesi interi di pura libertà, trascorsi nella beatitudine dei nostri personali paradisi terrestri (per me Cala dei Gigli), che non eran fatti, come oggi, di computer e di realtà virtuali, ma di sole e di mare e niente più.
Si tornava a scuola: io, felice. La scuola mi portava via da casa, dai dispetti dei gemelli, dalle parole di mia madre che eran, per me, sirene e chimere, dai Salini tutti quanti, dal mondo loro che non è mai stato il mio. A scuola, lontana da loro, ero felice….

Io, per me, ho sempre amato l’autunno forse, ora lo capisco, perché tornavo a scuola. Ed ero la sola, in classe, credo. O forse no ché, nel segreto, lì dove ogni bambino chiude il riccio dei pensieri suoi riposti, in molte, credo, preferivano i banchi, il basco, le sister, il Mater Dei, perché almeno lì l’ingiustizia era divisa in parti uguali e tutte quante, in uniforme, eravamo figlie d’ottobre, nella magia del ritorno…

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