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sabato 7 settembre 2013

Nel futuro, al Mater Dei

La scuola, ai tempi del Mater Dei, cominciava il primo d’ottobre. Allora, solo allora, si riapriva, per noialtre in divisa ancora estiva, il gran portone custodito dal portiere Otto, che aveva casa e gabbiotto lì dove oggi c’è l’ingresso verde squillante del British Council. Tanto oggi, l’antico bugigattolo si è fatto corsia d’ospedale e chiaro e stirato in un antipatico, anonimo neon biancastro nel viavai dei molti che sognano in inglese, quanto allora era oscuro, poco illuminato, abitato da presentimenti e dalle ombre di chi ci visse prima e, per noi alunne, proibito. Nell’entrare in cappella, che era poco più avanti ma sulla sinistra, con il basco calzato in testa e la treccia a scodinzolare lungo la schiena in una primitiva, mia, kundalini a coda di gatto, gettavo un occhio in quel mistero, nel sogno di abitarlo, e contemplavo, in me, quello, più vasto, del mondo che mi circondava, estraneo, in un abbraccio freddo. C’era il mistero di Otto e quello, insondabile, delle sister. Dove dormivano, non lo sapevo e non sapevo dove mangiavano. E mi riusciva impossibile immaginarle in camicia da notte, solo il velo nero e il soggolo bianco, nelle tasche tintinnati delle sottogonne…

All’ora d’uscita, è vero, si sentiva nel cortile un gran rumoreggiare di stoviglie e mestoli e posate a batter contro pentole, piatti e padelle. Voci non se ne sentivano, ma il mulinare tipico di una cucina sì. Intanto le grandi- mito (Ah la bellezza, per me mai raggiunta da una diva di Hollywood, della Gioia M. e dell'Antonella BV...) accendevano i motorini con mezza pedalata, e via col vento nella libertà e i capelli scalati dai Cinque di Via delle Carrozze. Veniva, quel rumore, da un’ala segreta del gran palazzo di Via di San Sebastianello, al pianoterra, nascosto dietro a una porta a vetri. Da quella stessa porta, uscirono, molti anni dopo, vestite in abiti civili, con gonne a pieghe, lunghe ai polpacci e i capelli corti, nudi di velo, le sister rimaste al Mater Dei, dopo la chiusura della scuola. Mi vennero incontro festose e io, come una ricotta, precipitai, tornata bimba,  nel solito inchinetto, la destra incrociata dietro la sinistra. Un silenzio, una pausa lunga quaranta giorni. Mi feci di porpora, poi, una risata  di campana squillante, argentina nella primavera, ci unì e ci fece tutte quante donne, nel sorriso del futuro che cambia ogni cosa in allegria…   

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