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domenica 29 settembre 2013

A Villa Aldobrandini, un sabato mattina

Nella filante, dorata mattinata di ieri, eccomi,  come nei miei sogni, in quel piccolo paradiso romano che si chiama Villa Aldobrandini. Il giardino, seduto in testa a Via Nazionale è, per noi che abitiamo ai Monti (non oso dirmi monticiana, però, ché altri, ben altri, hanno la nobiltà del luogo nel sangue antico famigliare…), come un boschetto sacro dove ritrovare il fiume e il respiro del mistero nei ciuffi verdi che si sbraccian verso il cielo turchino, merli e passeretti a far l’altalena sui rami… 
Ero lì, ma che desolazione! Pattume ovunque e bottiglie di vino vuote e pane secco sbrodolato ai piedi delle statue acefale (che per fortuna non hanno occhi, ma cuore sì!) e c’eran cartacce in giro e anche porcherie; sulle panchine rotte e mutilate, uomini di ogni colore a dormire a piedi scalzi e c’era pure chi faceva la toilette lì dove il bastione guarda verso la Salita del Grillo. Ed era ed è questa trista incuria specchio del Paese in crisi che par congelato nel nulla. Mentre aspettavo chi so io, eccomi a raccoglier bottiglie e carte e a rovesciarle nei cestini che ci sono, eccome, e pure vuoti e con la busta nera nuova nuova. Bastava, insomma, allungare appena un braccio… E mentre sono lì nel mio nuovo lavoro (come se non bastasse tutto quel che faccio in casa) mi si avvicinano due eleganti signore americane e mi chiedono lumi sulla villa. Rispondo, so, ho studiato. E loro: “Ma, mi dica, è sempre sporca come oggi? Che vergogna! Un paradiso così, al centro di Roma...”. Faccio mio il loro grido di sdegno e mi chiedo perché siamo arrivati a tanto, come se il bello, di cui siam stati nei secoli signori, sia diventato di colpo un nemico, qualcosa da ferire, un incubo dal quale svegliarsi per precipitar nel caotico moderno, vivo, appunto, nello sghembo caos, ucciso il cosmo...
L'antica, serena bellezza della signora Colombini, lei sì nel cosmo...

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