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sabato 10 agosto 2013

Tra gatti e spiriti

Nel silenzio della Sabina, nel mio paesino addormentato, abitato più da gatti e da spiriti che da persone vive, passo queste mie solitarie ferie di agosto, fabbricando rose di stoffa, meditando, scrivendo racconti e lasciandomi vivere, abbracciata alla natura, nella corrente del Farfa, trasparente e pulito come in una cartolina della Creazione. Nel paesino addormentato, dicevo, vivono tanti gatti, bianchi e neri e pezzati, che han preso il posto dei bambini che fino a ieri popolavano, in bici o con un pallone attaccato al piede, viuzze e slarghi del borgo antico. Di colpo non ci sono più e quasi mi manca quel loro vociare allegro; spariti, via, come se il pifferaio di Hamelin fosse passato per di qui, davvero, portandosi via, con i ragazzini, gli urli e gli schiamazzi e le pallonate contro il monumento ai caduti della Grande Guerra che, solenne, domina la piazza… Sono rimasti i gatti che a volte se ne rimangono acciambellati al sole, uno dentro l’altro, pelo nel pelo, in mistico abbandono; altre volte, tornati tigri, si fan la guerra a modo loro, sfidandosi come tanti Scilla e Cariddi nei musi duri e nei baffi ritti, naso a naso, la coda alzata, in allarme. a punto esclamativo Un micio, d’un tratto, cede il campo, in un gomitolo di miagolii in cigolo e l’altro fugge lontano, all’altro capo della piazza. Torna la quiete nella gatteria e in paese.

Io, a volte, nella mia solitudine regina, mi affaccio alla finestra che dà proprio sulla piazza, per osservar quei loro occhietti socchiusi, di lana, che, detto fatto, si accorgono di me e aprono il pozzo del mistero: e stavo lì, affacciata, a pera, anche ieri pomeriggio quando d’un tratto, vedo comparir, sul margine opposto della piazza, due omini che parevano di zucchero. Vestiti alla campagnola. Insieme, messi come acrobati uno sull’altro, non avrebbero fatto due metri. Uno dei due, vecchio come Matusalemme, forse per parer più alto, portava in capo una specie di cilindro che lo faceva somigliar a Mister Magoo. Restai alla finestra ad osservarli mentre mi sfilavan sotto il petto.  Camminavano a braccetto, impettiti, generali tutti e due di un esercito immaginario. E quando giunsero sotto la mia finestra, quello col cilindro, senza togliersi il cappello, mi disse: “Bonasera, comma’!”. E mi parve di vivere, per incanto, nel sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, io, la donzelletta che venia dalla campagna in sul calar del sole. Io, paesana, gatta tra gatti e spiriti.

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