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giovedì 11 luglio 2013

Una bambola alla Stazione Termini

Nel mondo di pizzi e di fiori delle mie bennibag...

Insomma alla fine o anche all'inizio (come vi pare), lo confesso, mi sento un poco noiosa perché, a legger di fila questo blog, sembra che son d’un tempo andato e d’un altrove che neanche Peter Pan. Parrebbe, a leggermi, che io non cammino, volo e che in me si consuma solo l’antico mistero d’Iside. Macché, sono tale e quale a gli altri, io, a voi, a tutti quanti. A me piace, ma sul serio, il mio tempo balordo, immerso nel caos che si contrappone al cosmo e sul quale, potendo, spalmerei un poco di burro e stenderei col mio passino di plastica rosso un poco di zucchero; mi piace, con il terzo occhio chiuso, guardar la gente che passa e osservar che scarpe portano e studiar gli abiti e gli sguardi. Mi piace l’umanità versicolore, in cammino che fa del cellulare un semidio, l'umanità che, questo pomeriggio, aspettava con me alla Stazione Termini. C’era una bella signora dai capelli mori, d’una certa età, vestita d’amaranto. E aveva una borsa tanto bella e fiorita che mi sono scritta il modello in testa per copiarla in una bennibag. C’era un tipo anziano, un senza dimora, solenne come Tolstoj e  anche bello a modo suo, ed era in sedia a rotelle, e al posto di una coperta teneva a coprir le gambe una scatola di cartone. C’era lui e c’era un ragazzo, vestito in un saio grigio chiaro, lungo fino ai piedi, la barbetta da capra, a punta, e pareva tutto lui un pope russo, in fondo oro, icona del sacro. Il ragazzo, chino, ha donato al vecchio un libro e quello, prima di ringraziarlo, ha risposto, pomposo, a una telefonata sul suo touch screen nuovo nuovo, come se fosse in ufficio o a casa sua e non nel via vai della Stazione Termini….

Io aspettavo al binario tal dei tali una certa personcina del mio cuore e la Frecciadargento che viene da Milano. Intorno tanti ragazzini, ognuno chino sul cellulare suo, a pestacchiare, loro pure e niente affatto solenni, sul touch screen. E d’un tratto, mentre ero lì, circondata dal virtuale, di bimbi e persino dei senza dimora, sull’altro binario, quello appresso, vedo una bimbetta sui sette anni con un grande zaino rosa peso sulla schiena e un paio di occhiali da miope. Cammina accanto alla sua mamma. Faccio la punta agli occhi. Sogno: non può essere, invece sì, sissignore, stringe tra le braccia la sua bambola e ho sentito una ciliegia in gola perché non capita sovente, in questi nostri tempi, di vedere una bimba, una semplice bambina, con la sua bambola… 

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