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sabato 6 luglio 2013

Occhi di Santa Lucia

Bennibag di jeans e rose rosse. Volevo salir sul Caravanserraglio ma non so...


Bambina, raccoglievo pezzetti di corallo lungo lo spalmatore dorato di Tavolara, gli occhi di Santa Lucia sulla spiaggetta del Guardiano a Molara, sulla riva dell’Isola Piana, le cipree rosa, piccole come un’unghia di mignolo, gli animali rari, con la a croce di Cristo ricamata a puntolini sul dorso, tra la rena delle dune della spiaggia mia, e le chioccioline rosa, anche loro, a Cala dei Gigli, sulla lingua di rocce e sabbia che faceva da quinta e divisorio tra la spiaggia nostra e il candore di Porto Taverna. Lo facevo da sola o con la Silvia. Avevamo la schiena abbrustolita, color cioccolata e i capelli lunghi, biondi e salati. La mamma di Silvia, bella, rossa di crine e dagli occhi di smeraldo, delle conchiglie, sapeva il nome scientifico, in latinorum, e aveva libri e libroni, ma io mi tappavo (senza farlo per buona educazione) le orecchie per non sentirlo, ché mi pareva – ora lo so - quella seconda creazione, tutta umana, di volumi e sapienza, un marameo alla bellezza primordiale, ala grazia del creato, a Dio. Quando mi disse che l’occhio di Santa Lucia era l’opercolo di una certa conchiglia di cui non ricordo - e me ne vanto - il nome, finii giù per la buca: nonna Stella custodiva, tra le sue cose care, una statuina di Santa Lucia che recava su un piatto i suoi due occhiolini che erano tali e quali ai miei di Molara…

Son lì che penso a tutto questo, mentre do l’acqua a certe piantine grasse che si squagliano al sole di luglio sui davanzali delle scale comuni quando vedo appollaiata sulla ringhiera di un terrazzino che mi sta diritto in faccia una merla, nel becco un vermetto. Gira il capino di qua e lo gira di là. Io mi faccio di sale grosso, trattengo il respiro e lei scende saltellando di piano. Di nuovo si guarda intorno, mi sente, lo so. Io, tutta occhi di Santa Lucia, il fiato in gola. E poi, sì, in un balzo dà la merenda al suo piccolino. E io sono lì, testimone muta, della grazia, e mi pare, nella ritrovata poesia delle mie conchiglie di Cala dei Gigli, di veder mamma merla sorridere…   

1 commento:

  1. Racconto divertente e aggraziato, come nel tuo stile.
    I merli imboccano i figli fino a quando sono quasi grandi come loro...sono tenerissimi.
    Un abbraccio Rita

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