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mercoledì 24 luglio 2013

Morra sarda

Se mi viene a noia star sulla spiaggia, le gambe tra le onde, in capo la mia luce, con una riverenza, saluto Tavolara, laggiù, rosa e celeste, coi piedi a sciacquar nel suo (e nel mio) mare e me ne vado, a bordo della mia Cinquecento color ghiaccio, a Padru, a prender acqua vergine alla fonte e poi da un certo signore che un nome l’ha ma non ve lo dico, a comperar, insieme alle sue tante storie, le verdure dell’orto, che sono zucchine e pomodori e fagioli e anche le olive. Ne sa una più di Pico il mio Innominato e parla della sua Sardegna come io parlerei del mio bambino. Mi mostra una pianticella secca e mi dice: “Questo è l’elicrisio, la pianta che cresceva ai piedi della croce di Cristo, e cura le bruciature e morsi della tarantola…” E io gli credo perché so (per averlo provato io medesima) che il mirto è santo nel guarire le ferite che (ma è opinione personale) i medici nostri, solenni nel loro candido camice da stregone, capiscono poco o nulla e molto di più sapeva la guaritrice, vestita d'orbace, di un certo racconto di Grazia Deledda di cui non mi sovviene il titolo, ma che in questo post sta bene come un girasole nel suo campo. Il mio Innominato ha anche la sua, di guaritrice e io so il nome ed il cognome di lei e so che vanno a frotte dal Continnente perché non credere è moderno, ma provare nel segreto si può…

Passan le mezz’ore e a Padru scotta il sole che fa da lampada al Monte Nieddu. Io lo guardo, quel monte, e rivedo lassù quel che vedevo bambina a Sant’Teodoro che ora è un posto pieno di turisti e di bazar e supermarket, di quella vita moderna e vagabonda che tanto piace (e anche a me). Ricordo, ricordo che andavamo alla messa alla domenica, tutti quanti noi, Ponti: la messa di Don Pala con l'Ave Maria cantata in sardo... Ricordo che arrivavamo in piazza e lì, come in una visione, c’eran solo uomini vestiti dei colori del bosco, in giacche e scoppolette, e con le camicie bianche di liscivia e ricordo le voci, tutte un ululio, ricco di "u" che mi spaventava, di tutti loro che, alla domenica mattina, giocavano per ore alla morra sarda. Ed erano duelli di numeri e parole, nel gesto violento del braccio teso e precipite tra i due contendenti armati; e io bambina, ignara, sentivo che c’era il quel loro giocare un’eco antica, un lucignolo acceso nella protostoria. Era un passo di danza nel boschetto sacro, dove entravo anch'io, come se entrassi in  chiesa...

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