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martedì 23 luglio 2013

Messa a Cala dei Gigli

Al mattino molto presto, a Cala dei Gigli, quando il mare è uno specchio di Alice, e il silenzio avvolge col suo manto d’argento uomini e donne perduti nel sonno che è una piccola, dolce morte, c’è un solo signore, grande e grosso e vestito d’azzurro, che scende fin giù sulla baia d’oro baciata dal sole nascente. Ed è lui, vicino al cielo. Io, dal terrazzo piccino di camera mia, lo vedo, lo osservo: egli cammina sulla rena purificata dal buio, con incedere lento, si toglie la maglia, si infila i piccoli occhiali da nuoto e come celebrando una messa sacra in onore del mistero grande che era ed è per noi come per i Navaho, entra nel mare che nel suo grembo lo accoglie come una madre celeste. E’, per me, rito quotidiano osservar dall’alto quella grazia sospesa, tra cielo e mare, quel ritorno dell’uomo all’abbraccio di Dio. E benedico, pur non sapendo chi è, quell’Adamo nell’Eden…

E’ in quella grazia sospesa che respiro, io, al mattino, prima del caffè e dei biscotti, sapendo che, dopo, con il sole più alto, annoiato già dalla sua stessa calura, la spiaggia si riempirà di bambini che giocano allegri e di mamme che si perdono in gomitoli di parole in un inseguirsi di fatti del mondo che di grazia, di grazia, ne hanno ben poca. E io, in mezzo a loro, mi ritrovo, volentieri, nella selva di verbi e aggettivi e nomi comuni e propri e ricordi e odore di crema al cocco. Sono lì, a far finta di esser anch’io figlia del mondo, perduta la porticina dell’anima chiusa dal commercio di tanto, troppo rumore. Parole ancor nei libri e persino nelle parole crociate… Mi perdo, io pure, ritrovando alla sera che Ester non c’è. Fino al mattino, però, al mattino in camicia da notte quando partecipo una volta ancora, per grazia ricevuta, alla mia messa quotidiana nel bagno lustrale dello sconosciuto vestito d’azzurro. Io, di nuovo Ester, con lui tra le onde…  


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