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venerdì 26 luglio 2013

E ben gli sta

Ogni estate, finita la stagione del gran caldo, quando il manto azzurro della Madonna si faceva color cenere e cadevano le piogge,  mio padre, piccolo scrivano fiorentino nel bugigattolo suo foderato di libri sulle scale che fungeva da studio, stilava la lista dei danni, grandi e piccoli, provocati dai gemelli e da altri che non sto qui a specificare. Erano fucili perduti negli abissi e sagole mancanti e scalette e maschere e sassole (ma che cosa caspita sono non so…) che eran finite chissà dove e via. Il titolo era sempre il medesimo: “Elenco delle rotture, smarrimenti e danni vari provocati dai ragazzi”. Io, proprio ora, mentre scrivo, nel silenzio d’argento della baia ancora addormentata, ho sottomano la lista dell’antica estate del 1973. Avevo, io, nove anni. E loro, i gemelli, una decina d’anni in più. C’è la lista dell’avvocato Ponti, precisa, con il quibus e il conquibus, tutto battuto a macchina persino, e ci sono poi i battibecchi in biro rossa e blu tra i colpevoli (punto contriti e redenti) e papà. Loro ridevano, lui, che un poco ammirava la loro selvatica noncuranza, pagava. In fondo, a mo’ di sfottò la classifica degli sfascioni, redatta da Federico, uno dei due, dove, al primo e al secondo posto, manco a dirlo, ci sono proprio loro, i gemelli…

E mentre mi perdo, io che non perdevo nulla e che nella lista proprio non compaio, ricordo un pomeriggio di novembre, qui a Cala dei Gigli, il mare, una tavola in quel freddo trasparente che scende sulle onde quando la stagione è bell’e finita e va in soffitta pronta a ricominciar di nuovo con l’anno fanciullo, rivedo uno dei gemelli, proprio Federico, seduto sulla banana grigia dello zodiac di papà ad armeggiar con l’Evinrude 40 cavalli. Seduto sul muretto di fronte alla riva, le gambe penzoloni, c’è Gavino, uno dei guardiani che ebbe, per anni, la villa nostra da guardare, appunto, e che Federico, nel balzo del suo eroismo novembrino, aveva deciso di mettere da parte nel montare, in quei giorni dei morti, il motore alla barca. D’un tratto, pluf, pluf: motore e Federico in acqua. Ho ancora nelle orecchie come fosse accaduto ieri la voce sarda di Gavino, nel silenzio che seguì: “Federricco, ci facciammo il bagnetto?”.  

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