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mercoledì 31 luglio 2013

L'ibisco in preghiera

C’è ai piedi della scala di legno che sale verso casa dalla strada consortile di Cala dei Gigli, c’è, dicevo, un magnifico ibisco rosso, come raccolto in preghiera e umiltà, che osserva, dal suo incanto, il viavai di automobili e motorette dello stradone di terra battuta. Quando arrivo io nella baia del mio cuore, in luglio o anche di maggio, egli mi saluta, l’ibisco,  mentre, io al volante, mi corre incontro, felice, per poi restar, lì, indietro,  nella polvere alzata dal vento. E io, con il cuore tutto in lui, percorro l’ultima curva che mi porta finalmente a casa. Povero ibisco mio, uno scheletro di rami secchi, nell’arida terra sarda... E par morto e non lo è, mentre io mi struggo per lui. Dal suo deserto, l’ibisco mi guarda, chiedendomi acqua e attenzione, Così io, al mattino molto presto, all’ombra di Tavolara vestita come Lisa e Lucia della Furga, nello sfolgorio dell’alba che sorge dietro l’aldia verde, io, piano pianino, scendo le scale e vado da lui come andrei da un amante, apro la saracinesca dell’acqua e poi il rubinetto e l’acqua sgorga nel miracolo della vita che rinasce. Lo sento che ride... E piano, piano, nella conta dei giorni, ecco sbocciare i fiori rossi, eleganti, chiassosi, cacciatori di insetti. I rami si riempion di gemme, pennacchi smeraldini e dentro quel tenerume che è rosa prima e poi rosso. Le foglie si fanno lucide, vestite da sera, ed è vita e sacrificio insieme, come le scarpe rosse del Papa, in quel suo lampeggiare scarlatto …

Io lo amo il mio ibisco in preghiera. Egli è come me, come noi, tutti quanti, nel mistero che muore e risorge, nel silenzio del fiume che scorre pieno di vita.  E ora che ve l’ho presentato, il mio ibisco, vi dico, in punta di piedi, che prenderò una gemma per portarla con me dove so. Come fece, anni orsono, una signora tedesca che mi confidò di aver rubato una talea di lui per portarsela forse a Berlino chissà. Poi aggiunse, poeta, nel ricordo di mio padre già volato in braccio alle stelle: “Anche io, a casa, ho un avvocato Ponti…”

domenica 28 luglio 2013

La poesia in tasca

Questa mattina, Tavolara ha messo un cappello di nubi sfilacciate in testa e una sciarpa intorno al collo e se ne sta lì, immusonita, nei colori spenti del levante, quando il vento porta a largo, nel rincorrersi di certe ondine stente, e il cielo non par neppure azzurro e scolorito com’è, in semolino cotto, è una malinconia di naufragi e di mal di gola. Io me ne sto in casa, tutta in me, ad aspettar che chi so io si svegli dall’abbraccio di Morfeo e ritrovi, rotonda e dipinta di giallo, la voglia accesa di ritornar su questo mondo che è, ohimè, a capo in giù e a zampe all’aria. Lo so, lo vedo, con il terzo occhio aperto, lo so, lo vedo, ma non dico nulla perché sono cose, queste, che occorre tenersi nel misurino della propria consapevolezza, un sorriso e buttati nello zaino e poi, casomai, giù dietro le spalle in un cestino della spazzatura. E si cammina e avanti e ancora avanti. E ogni tanto, ma di rado, tiro fuori due parole due che tolgono la fodera ai cuscini a chi le vuol sentire, a chi ha voglia perché lo si vuol lassù di scendere dal palcoscenico.

Pensavo questo, seduta al mio computer che magicamente funziona anche qui nelle mie sperdute aldie, dialogando con Tavolara, e ho pensato che avevo ed ho, ora e poi mai più, un appuntamento sacro cui non voglio mancare e chiudo gli occhi e non sono più qui, ma a Tavolara e non lungo lo spalmatore d’oro dove ancora adesso si trovan, a saperli trovare, rametti di corallo, ma dietro al cimitero dei Re di Tavolara, sulla spiaggia di ciottoli di fiume dove si attracca a stento e par che ci sia sempre un tempo da lupi e il cielo coperto. E’ lì, nel volo pazzo dei gabbiani, che ritroverei il mio passato d’oro, in una dolce sera di settembre… Ma via, è ancora mattina e molto, molto presto. Il sole è una moneta fiammeggiante e sorge, a oriente, dietro la cresta delle colline vergini, nel chiacchierio della mia ghiandaia dal petto azzurro, nel volo aereo di una squadretta di aironi cinerini, e giù, sul pelo dell’acqua, nella caccia al pesce del cormorano nero che vedo, da quassù, nel collo lungo e nel becco giallo. E mentre mi perdo nei voli delle creature alate, ecco scender chi so io, in pigiama e occhi pesti: “Che c’è per colazione?” La poesia in tasca, via in cucina.  

venerdì 26 luglio 2013

E ben gli sta

Ogni estate, finita la stagione del gran caldo, quando il manto azzurro della Madonna si faceva color cenere e cadevano le piogge,  mio padre, piccolo scrivano fiorentino nel bugigattolo suo foderato di libri sulle scale che fungeva da studio, stilava la lista dei danni, grandi e piccoli, provocati dai gemelli e da altri che non sto qui a specificare. Erano fucili perduti negli abissi e sagole mancanti e scalette e maschere e sassole (ma che cosa caspita sono non so…) che eran finite chissà dove e via. Il titolo era sempre il medesimo: “Elenco delle rotture, smarrimenti e danni vari provocati dai ragazzi”. Io, proprio ora, mentre scrivo, nel silenzio d’argento della baia ancora addormentata, ho sottomano la lista dell’antica estate del 1973. Avevo, io, nove anni. E loro, i gemelli, una decina d’anni in più. C’è la lista dell’avvocato Ponti, precisa, con il quibus e il conquibus, tutto battuto a macchina persino, e ci sono poi i battibecchi in biro rossa e blu tra i colpevoli (punto contriti e redenti) e papà. Loro ridevano, lui, che un poco ammirava la loro selvatica noncuranza, pagava. In fondo, a mo’ di sfottò la classifica degli sfascioni, redatta da Federico, uno dei due, dove, al primo e al secondo posto, manco a dirlo, ci sono proprio loro, i gemelli…

E mentre mi perdo, io che non perdevo nulla e che nella lista proprio non compaio, ricordo un pomeriggio di novembre, qui a Cala dei Gigli, il mare, una tavola in quel freddo trasparente che scende sulle onde quando la stagione è bell’e finita e va in soffitta pronta a ricominciar di nuovo con l’anno fanciullo, rivedo uno dei gemelli, proprio Federico, seduto sulla banana grigia dello zodiac di papà ad armeggiar con l’Evinrude 40 cavalli. Seduto sul muretto di fronte alla riva, le gambe penzoloni, c’è Gavino, uno dei guardiani che ebbe, per anni, la villa nostra da guardare, appunto, e che Federico, nel balzo del suo eroismo novembrino, aveva deciso di mettere da parte nel montare, in quei giorni dei morti, il motore alla barca. D’un tratto, pluf, pluf: motore e Federico in acqua. Ho ancora nelle orecchie come fosse accaduto ieri la voce sarda di Gavino, nel silenzio che seguì: “Federricco, ci facciammo il bagnetto?”.  

mercoledì 24 luglio 2013

Morra sarda

Se mi viene a noia star sulla spiaggia, le gambe tra le onde, in capo la mia luce, con una riverenza, saluto Tavolara, laggiù, rosa e celeste, coi piedi a sciacquar nel suo (e nel mio) mare e me ne vado, a bordo della mia Cinquecento color ghiaccio, a Padru, a prender acqua vergine alla fonte e poi da un certo signore che un nome l’ha ma non ve lo dico, a comperar, insieme alle sue tante storie, le verdure dell’orto, che sono zucchine e pomodori e fagioli e anche le olive. Ne sa una più di Pico il mio Innominato e parla della sua Sardegna come io parlerei del mio bambino. Mi mostra una pianticella secca e mi dice: “Questo è l’elicrisio, la pianta che cresceva ai piedi della croce di Cristo, e cura le bruciature e morsi della tarantola…” E io gli credo perché so (per averlo provato io medesima) che il mirto è santo nel guarire le ferite che (ma è opinione personale) i medici nostri, solenni nel loro candido camice da stregone, capiscono poco o nulla e molto di più sapeva la guaritrice, vestita d'orbace, di un certo racconto di Grazia Deledda di cui non mi sovviene il titolo, ma che in questo post sta bene come un girasole nel suo campo. Il mio Innominato ha anche la sua, di guaritrice e io so il nome ed il cognome di lei e so che vanno a frotte dal Continnente perché non credere è moderno, ma provare nel segreto si può…

Passan le mezz’ore e a Padru scotta il sole che fa da lampada al Monte Nieddu. Io lo guardo, quel monte, e rivedo lassù quel che vedevo bambina a Sant’Teodoro che ora è un posto pieno di turisti e di bazar e supermarket, di quella vita moderna e vagabonda che tanto piace (e anche a me). Ricordo, ricordo che andavamo alla messa alla domenica, tutti quanti noi, Ponti: la messa di Don Pala con l'Ave Maria cantata in sardo... Ricordo che arrivavamo in piazza e lì, come in una visione, c’eran solo uomini vestiti dei colori del bosco, in giacche e scoppolette, e con le camicie bianche di liscivia e ricordo le voci, tutte un ululio, ricco di "u" che mi spaventava, di tutti loro che, alla domenica mattina, giocavano per ore alla morra sarda. Ed erano duelli di numeri e parole, nel gesto violento del braccio teso e precipite tra i due contendenti armati; e io bambina, ignara, sentivo che c’era il quel loro giocare un’eco antica, un lucignolo acceso nella protostoria. Era un passo di danza nel boschetto sacro, dove entravo anch'io, come se entrassi in  chiesa...

martedì 23 luglio 2013

Messa a Cala dei Gigli

Al mattino molto presto, a Cala dei Gigli, quando il mare è uno specchio di Alice, e il silenzio avvolge col suo manto d’argento uomini e donne perduti nel sonno che è una piccola, dolce morte, c’è un solo signore, grande e grosso e vestito d’azzurro, che scende fin giù sulla baia d’oro baciata dal sole nascente. Ed è lui, vicino al cielo. Io, dal terrazzo piccino di camera mia, lo vedo, lo osservo: egli cammina sulla rena purificata dal buio, con incedere lento, si toglie la maglia, si infila i piccoli occhiali da nuoto e come celebrando una messa sacra in onore del mistero grande che era ed è per noi come per i Navaho, entra nel mare che nel suo grembo lo accoglie come una madre celeste. E’, per me, rito quotidiano osservar dall’alto quella grazia sospesa, tra cielo e mare, quel ritorno dell’uomo all’abbraccio di Dio. E benedico, pur non sapendo chi è, quell’Adamo nell’Eden…

E’ in quella grazia sospesa che respiro, io, al mattino, prima del caffè e dei biscotti, sapendo che, dopo, con il sole più alto, annoiato già dalla sua stessa calura, la spiaggia si riempirà di bambini che giocano allegri e di mamme che si perdono in gomitoli di parole in un inseguirsi di fatti del mondo che di grazia, di grazia, ne hanno ben poca. E io, in mezzo a loro, mi ritrovo, volentieri, nella selva di verbi e aggettivi e nomi comuni e propri e ricordi e odore di crema al cocco. Sono lì, a far finta di esser anch’io figlia del mondo, perduta la porticina dell’anima chiusa dal commercio di tanto, troppo rumore. Parole ancor nei libri e persino nelle parole crociate… Mi perdo, io pure, ritrovando alla sera che Ester non c’è. Fino al mattino, però, al mattino in camicia da notte quando partecipo una volta ancora, per grazia ricevuta, alla mia messa quotidiana nel bagno lustrale dello sconosciuto vestito d’azzurro. Io, di nuovo Ester, con lui tra le onde…  


domenica 21 luglio 2013

Punti di vista

Mamma non l’ho avuta ché, bambina, ma piccola, provai ad appoggiarmi a lei, che era più bambina anche di me, e caddi dal pero, con schianto. Ricordo ancora oggi, lo sgomento e poi la spinta con le molle che mi diedi. Mettevo il coraggio e la determinazione nella mia cartella rossa di similpelle, al mattino molto presto, quando preparavo per me e per i fratelli il pane sulla griglia e il caffè.  Capii presto, forse a tre anni, la lezione. Che cioè ero io, in cammino, da sola, lungo un sentiero che dovevo disegnare in solitario con la compagnia soltanto del gatto con gli stivali che mio padre mi aveva infilato, per grazia sua, nell’astuccio con le biro rosse e blu. Nella foresta del mondo,  lì dove si mescolavano il bene e il male, dandosi una graziosa mano e indossando, ora l’uno ora l’altro, la maschera di Arlecchino, dovevo fare da me, cavarmela da me sola, trovare il bandolo di Arianna fuori dal labirinto nel gioco degli specchi di Medusa. Ricordo, oggi ancora, che mi affidavo, piccola com’ero, a un flusso che sentivo vero, un fiume profondo di Arguedas, e che mi spingeva avanti pur sempre in un eterno ritorno. Ero fiduciosa, sapevo che sarei arrivata, dove non sapevo… Camminavo, dunque, spinta dagli spiriti amici che benedivano, in me, la vita vera. Incontravo angeli e a volte diavoli che erano essi pure importanti per la lezione che da loro imparavo. Imparavo, ignara, a parlar con l’anima del mondo e a trovare in lei, nel grande mistero, le risposte che sola, smarrita, senza mamma, non trovavo. E cammina cammina, le ombre si sono fatte luce e io con lei. Mamma non ne ho avuta e per fortuna perché la grande avventura, come si sa, è di Huck Finn e di chi, senza la piccola radice del sangue, va cercando quella più grande nella madre terra, una radice che si accende solo nella morte della prima.

Oh non so perché vi scrivo tutto questo forse perché, qualche giorno fa, un amico, un grande amico, uno che anni prima che accadesse il mio risveglio aveva capito di me più di ogni altro, disse a colei che doveva diventar sua moglie: “Devi essere amica di Ester, di Ester soltanto”. E lei: “Di chi? Di qeulla stronza?”. Punti di vista. 
Le mie tende al vento a  Cala dei Gigli...

giovedì 11 luglio 2013

Una bambola alla Stazione Termini

Nel mondo di pizzi e di fiori delle mie bennibag...

Insomma alla fine o anche all'inizio (come vi pare), lo confesso, mi sento un poco noiosa perché, a legger di fila questo blog, sembra che son d’un tempo andato e d’un altrove che neanche Peter Pan. Parrebbe, a leggermi, che io non cammino, volo e che in me si consuma solo l’antico mistero d’Iside. Macché, sono tale e quale a gli altri, io, a voi, a tutti quanti. A me piace, ma sul serio, il mio tempo balordo, immerso nel caos che si contrappone al cosmo e sul quale, potendo, spalmerei un poco di burro e stenderei col mio passino di plastica rosso un poco di zucchero; mi piace, con il terzo occhio chiuso, guardar la gente che passa e osservar che scarpe portano e studiar gli abiti e gli sguardi. Mi piace l’umanità versicolore, in cammino che fa del cellulare un semidio, l'umanità che, questo pomeriggio, aspettava con me alla Stazione Termini. C’era una bella signora dai capelli mori, d’una certa età, vestita d’amaranto. E aveva una borsa tanto bella e fiorita che mi sono scritta il modello in testa per copiarla in una bennibag. C’era un tipo anziano, un senza dimora, solenne come Tolstoj e  anche bello a modo suo, ed era in sedia a rotelle, e al posto di una coperta teneva a coprir le gambe una scatola di cartone. C’era lui e c’era un ragazzo, vestito in un saio grigio chiaro, lungo fino ai piedi, la barbetta da capra, a punta, e pareva tutto lui un pope russo, in fondo oro, icona del sacro. Il ragazzo, chino, ha donato al vecchio un libro e quello, prima di ringraziarlo, ha risposto, pomposo, a una telefonata sul suo touch screen nuovo nuovo, come se fosse in ufficio o a casa sua e non nel via vai della Stazione Termini….

Io aspettavo al binario tal dei tali una certa personcina del mio cuore e la Frecciadargento che viene da Milano. Intorno tanti ragazzini, ognuno chino sul cellulare suo, a pestacchiare, loro pure e niente affatto solenni, sul touch screen. E d’un tratto, mentre ero lì, circondata dal virtuale, di bimbi e persino dei senza dimora, sull’altro binario, quello appresso, vedo una bimbetta sui sette anni con un grande zaino rosa peso sulla schiena e un paio di occhiali da miope. Cammina accanto alla sua mamma. Faccio la punta agli occhi. Sogno: non può essere, invece sì, sissignore, stringe tra le braccia la sua bambola e ho sentito una ciliegia in gola perché non capita sovente, in questi nostri tempi, di vedere una bimba, una semplice bambina, con la sua bambola… 

sabato 6 luglio 2013

Occhi di Santa Lucia

Bennibag di jeans e rose rosse. Volevo salir sul Caravanserraglio ma non so...


Bambina, raccoglievo pezzetti di corallo lungo lo spalmatore dorato di Tavolara, gli occhi di Santa Lucia sulla spiaggetta del Guardiano a Molara, sulla riva dell’Isola Piana, le cipree rosa, piccole come un’unghia di mignolo, gli animali rari, con la a croce di Cristo ricamata a puntolini sul dorso, tra la rena delle dune della spiaggia mia, e le chioccioline rosa, anche loro, a Cala dei Gigli, sulla lingua di rocce e sabbia che faceva da quinta e divisorio tra la spiaggia nostra e il candore di Porto Taverna. Lo facevo da sola o con la Silvia. Avevamo la schiena abbrustolita, color cioccolata e i capelli lunghi, biondi e salati. La mamma di Silvia, bella, rossa di crine e dagli occhi di smeraldo, delle conchiglie, sapeva il nome scientifico, in latinorum, e aveva libri e libroni, ma io mi tappavo (senza farlo per buona educazione) le orecchie per non sentirlo, ché mi pareva – ora lo so - quella seconda creazione, tutta umana, di volumi e sapienza, un marameo alla bellezza primordiale, ala grazia del creato, a Dio. Quando mi disse che l’occhio di Santa Lucia era l’opercolo di una certa conchiglia di cui non ricordo - e me ne vanto - il nome, finii giù per la buca: nonna Stella custodiva, tra le sue cose care, una statuina di Santa Lucia che recava su un piatto i suoi due occhiolini che erano tali e quali ai miei di Molara…

Son lì che penso a tutto questo, mentre do l’acqua a certe piantine grasse che si squagliano al sole di luglio sui davanzali delle scale comuni quando vedo appollaiata sulla ringhiera di un terrazzino che mi sta diritto in faccia una merla, nel becco un vermetto. Gira il capino di qua e lo gira di là. Io mi faccio di sale grosso, trattengo il respiro e lei scende saltellando di piano. Di nuovo si guarda intorno, mi sente, lo so. Io, tutta occhi di Santa Lucia, il fiato in gola. E poi, sì, in un balzo dà la merenda al suo piccolino. E io sono lì, testimone muta, della grazia, e mi pare, nella ritrovata poesia delle mie conchiglie di Cala dei Gigli, di veder mamma merla sorridere…   

venerdì 5 luglio 2013

Tempi moderni all'Istituto Mater Dei

A fare lo sgambetto al Mater Dei e a chiuder per sempre il portone che apriva le sue fauci di legno sulla salita di San Sebastianello, ci pensò – suo malgrado - Sister St. Carol. Occhi liquidi, lenta, come se vivesse immersa in un’acqua lustrale, con quel  nome che profumava di caramella mou, divenne sister direttrice al posto della Sister St Thomas. Le due non potevano essere più differenti, bovina la prima, tiranna la seconda. Di colori pastello la prima, corvina d’occhi e di capelli quell’altra che a noi ci trattava, senza scherzi, con i guanti di crine. Sister Thomas andò via, in un mistero che non si sciolse mai. Rimase la Carol.

Noialtre,  ben conoscendo il piglio al ragù della nuova direttrice, esultammo, vedendo vicina la liberazione dall’odiosa divisa invernale che, per mostrar le gambe, ci arrotolavamo due tre volte sulla vita prima di uscir, correndo, sulla piazza di Spagna, dove c’erano i ragazzi del De’ Merode ad aspettarci. Infatti. La divisa invernale andò in soffitta e con lei anche il basco. Si andava in cappella, alla mattina, a capo nudo, come a una festa o in pizzeria. Con la bella stagione, via anche le calze. Una di noi si presentò con un paio di espadrillias rosse che salivano, a mo’ di calzature schiave, fino sui polpacci. L’anno successivo il trotto si fece galoppo: arrivarono i pantaloni! La modernità entrò, come una sfacciata Lilith, dal portone principale che, neanche a farlo apposta, aveva perduto il suo fedele portiere Otto… Quell’anno, una biondina di non so più che classe di liceo, si ritrovò tra i banchi, in cappella e in classe, col pancione. Il bambino nacque, vivaddio, bello e sano, ma il Mater Dei morì, portandosi laggiù, nel Tartaro, il basco, la divisa invernale e un pezzetto anche della vita mia…
Nella verginità del girgolu...

giovedì 4 luglio 2013

Come una scatola di Baci Perugina

Ai tempi della Prima Repubblica, quando erano importanti politici che ora sono sepolti, se non nel camposanto, dall’oblio,  avevo conosciuto, per quelle strane coincidenze che spruzzano di pepe il quotidiano un certo scrittore di cui non farò certo il nome, ma che era ed è ancora oggi famoso per quanto può esser famoso, ai tempi del Grande Fratello e robe simili, uno che tutta la vita se ne sta, per conto proprio, orso santissimo, con le parole in capo, a scegliere tra questa e quella e a metterle tutte in fila, in un cosmo letterario, come se fossero tante sorelle a tenersi per mano. Dunque, io lo avevo conosciuto al Salone del Libro di Torino che allora era organizzato da un gran saraceno dai capelli ricci e alto e grosso e sempre di buon umore e di cui, con dispiacere, non rammento il nome. Ma girava per gli stand e aveva il cuore in tasca e il sorriso pronto. Io, allora, lavoravo per una piccola casa editrice che si chiamava “Il Grifo” e presentavo, vestita da “ufficiostampa” il primo (e forse unico) romanzo di Hugo Pratt, il quale, ricordo, aveva un debole per la mia collega e così, a volte, bussava alla porta nostra e via, loro due, per un caffè o un aperitivo.

Conobbi lo scrittore non mi ricordo come e fu intesa e amicizia che durò, con  grazia, anni e fino ad oggi.  Andavo a trovarlo al suo stand dove presentava un libro, un romanzo, con fascetta da vittoria di premio letterario. Un giorno, forse l’ultimo della fiera, eravamo lì, lui e io, e una signora ne chiese una copia. Ma certo, signora, è benvenuta, ecco qui, lui è l’autore,  ne abbiamo una copia, l’ultima, ma è senza fascetta. E lei, sgomenta: “E’ no, per carità, è un regalo,   sapete, non è mica per me!". Già allora, e non lo avevo capito, i libri erano una scatola di Baci Perugina da portare alla zia Clementina...

lunedì 1 luglio 2013

Pinocchio può attendere

Ho preso per mano questo luglio bambino in braghe corte e riccioli d’oro e, annuvolata nei miei pensieri (che sono tanti e alcuni pesi come lo sono quelli di chi ha preso, tutta quanta, sulle spalle la bisaccia propria e anche quella di altri che l’hanno dimenticata al bar sport…), me ne sono andata alla biblioteca Rispoli per lasciare l’Orient Express di Agatha Christie e prender su qualcosa che mi faccia crescere insieme al mio piccolo luglio. E siccome incontriamo, se abbiam gli occhi e le orecchie aperte al mondo e non foderate di salame e piene di maionese, ciò che siamo, ecco che, tra tutti i volumi impolverati (che mi fan tossire non volendolo) uno rosso, sgualcito, dell’Adelphi, con la copertina strappata è, neanche a farlo apposta, un passo avanti agli altri e par chiamarmi “Ester, Ester!” dalle pagine sue, di formiche nere. Mi basta il titolo: “Uscite da mondo” e mi basta anche chi lo ha scritto e cioè Elemire Zolla che conosco per essere stato, lui, compagno di vita di Cristina Campo che mi è un poco gemella nell’anima stirata come sono e com’era lei d’oro e d’argento nell’ombra del bosco sacro.
Bene, lo prendo. Ho altre commissioni da fare prima di rientrare alla base, E c’è da far questo e quello, nella monotona schiavitù del mondo. Sono all’ufficio postale perduta nel Pinocchio di Elemire Zolla, quando mi sento una mano sulla spalla: “Oh, Ester!”, mi dice un tipo che pare uscito dalla macchina del tempo di Wells e da un altro Secolo. Forse è Elemire Zolla, penso, non so, non so se è un sogno o se è d'ossa e sangue.   Lui: “Ester mia,  dov’eri, dove sei? Sei mica uscita dal mondo?”. Ma ho il numero 84 ed è il mio turno. E lui non c'è più. Pinocchio può attendere.