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martedì 18 giugno 2013

Un gran pezzo di protoveneto

C’era, sui colli Euganei, verdi e pieni d’acqua, nell’odor d’ova di zolfo delle terme, tra Abano e Montegrotto, c’era, dicevo, sabato scorso,  un banchetto allegro per festeggiare un matrimonio bello e affettuoso che era quello di mio cognato e della sua nuova sposa che ha un nome che vuol dire principessa e che è figlia di una certa Italia antica, radicata nei campi d’erba medica e di mais, tra il Po e Ferrara, un’Italia solida, forte di valori, piena  di fratelli  e di sorelle, un'Italia profumata di rose e di anima che par non ci sia più. C’erano i tavoli, vestiti di bianco, ognuno un nome suo preso paro paro dalla fiction Lost e c’erano un mazzo di paggette, tante fatine con la coroncina di fiori intorno al capo, nel candore degli abiti di raso e tulle. C’ero anche io, tra tanti che non conoscevo e che ora sono corona e ponti a nuove vite. Ero lì, dunque, vestita d’arancio, con boccioli di rosa allacciati intorno al collo e, accanto a me, un certo Giovanni e sua moglie, tutta occhi e luce.  C’era anche il mio figliolo, per la prima volta in giacca blu nell’incanto del suo nuovo sbocciare d'uomo… Immaginar la scena, addolcita dai confetti, nei veli bianchi che sono riti di passaggio, non sarà punto difficile, poi mentre la sera scende nel suo crepuscolo aranciato, la festa è finita, gli sposi se ne vanno, in luna di miele, all’Isola di Pasqua, e io, con i miei, più modestamente, a Padova…

E ora via,  con gli stivali del Gatto del marchese di Carabas, saltiamo la domenica che è pigra e indolente in quelle latitudini, eccomi, fresca di lunedì, nelle gran piazze padovane che sono spuma di vita, nel rigoglio delle botteghe cresciute ai piedi del Palazzo della Ragione. Un caffè, lo prendo, non al Pedrocchi, ma via in uno dei tanti angoli eleganti dove consumare il rito quotidiano, poi mi perdo tra i banchi, rincorrendo la chimera mia (che si chiama anche droga…) delle stoffe per le bennibags. Alzo gli occhi sul gran palazzo dai capelli verdi dove sventola, gigante, un cartellone che pubblicizza la mostra sui protoveneti. Oh perbacco, non posso certo mancare. Salgo lo scalone e mi perdo, in quella penombra di poesia in un bestiario medievale che mi riprometto di studiare poi, nella storia millenaria di un popolo che fondeva metalli e bruciava i suoi morti. Un popolo che amava i cavalli e gli dei. Gente come noi, che teneva all’ingresso non i nani da giardino, ma certi strani esseri un poco gatti e draghi e quasi il cane a sei zampe dell’Agip… Davanti a me un signore, un tipo di quelli che porterebbero il cappello da pescatore anche sotto il naso di Dioniso, il quale signore, invece di guardare i reperti, crogiuoli e collane d’ambre e statuette greche, si guarda e si riguarda una bella turista dalle forme direi memorabili. Fermo, baccalà, gli occhi incollati alla ragazza. D’un tratto, un altro visitatore, lo prende per un braccio e sbotta: “Mi scusi, sa, ma la ragazza non è mica in mostra!”. "Lo dice lei. E' un gran pezzo di protoveneto!". E ci siamo trovati a ridere in quattro.
  

1 commento:

  1. speravo proprio tornassi a scrivere =)
    mi sei mancata
    Auguri, per domani, a chi sai tu
    un abbraccio
    Carla

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