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mercoledì 12 giugno 2013

Itaca, mio approdo

In questo giugno quasi di fiamma, croccante d’estate d’oro, quando me ne sto sola soletta al davanzale di camera mia, baciata dal sole “al mare”, come dico ai miei, sperando che non manchi proprio allora, che ne so, un paio di forbici, una gomma, o qualsiasi cosa necessiti una corsa mia, mi piace a volte, sì, leggere, ma anche star lì, con le mani in mano, seguendo il mio respiro regolare, armonioso nel vento, il respiro che mi conduce, cotta dai raggi, a Cala dei Gigli…
Allora, il respiro si fa profumato di salso e di mirto e di rosmarino. Con gli occhi chiusi, non sono più nella mia Roma, ma, distesa, scomoda (come è punto d’onore in casa Ponti) sul muretto della terrazza di cotto rosa che fa una riverenza a Tavolara.
Tra i capelli il ponente, il sole sul naso, negli occhi le onde d’argento laggiù a danzar brillando contro la rena. E mi guardo, come se non fossi io, com’ero allora. Sono lì, bambina, già in costume da bagno alle otto di mattina e pronti i secchielli e anche il thermos con dentro il tè caldo di Jane:; sono lì e, come un miraggio, ecco apparir dai ciuffi di vegetazione la Silvia. Sogno o son desta? Sfida il gran caldo con una pidocchiosa marinara color blu notte, alta sul mento... Arriva, io, il cuore in gola. E via il programma suo e di sua madre per la giornata, avventure al quadrato: saltar le onde a Lu Impostu, sulle rocce del monte Limbara, un giretto al mercato di Olbia. Supplice, osservo mia madre. Vorrei tanto, tanto. Vorrei andare con la Silvia…

“Giù in spiaggia!”, rispondeva, puntuale, mia madre. La chimera al galoppo, io patapunfete… Dimitto auricolas, giù in spiaggia con Jane. E ora so che il mio pellegrinaggio è cominciato, si può ben dire, allora allora e che il no di mia madre era il sì che cercavo. Non avventure vestite da sci, ma un viaggio mi s’apparecchiava, un viaggio silente, mio solo. Non sapevo, piccola com’ero allora, che Itaca, anche se pietrosa (ah il mio Kavafis!), sarebbe stato il mio approdo… 

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