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giovedì 6 giugno 2013

Il sorriso di Abele

       Qualche  giorno fa, in questo giugno marzolino che non si decide, ostinato com’è, ad aprire le stalle ai cavalli del sole, ho fatto una passeggiata con la mia amica Bice, che oramai alcuni di voi (i pochi fedeli) hanno imparato a conoscere per essere, lei, gran cercatrice d’oro metropolitano in forma di monetine e di biglietti d’autobus vergini, caduti chissà come da tasche distratte. Come è nostro uso, con olio di tacchi, via, gambe in spalle, per i nostri incantati vagabondaggi in questa Roma che solo a pochi, forse a chi  l’ama, sa rivelare i segreti suoi custoditi da secoli. Sono epifanie, su fondo oro, come belle icone russe, sono luci in terra, che io, non sempre, divido con chi mi accompagna. Forse perché le parole sono nemiche all’incanto, forse perché l’occhio di dentro è geloso degli aquiloni suoi o forse solo perché il filo del discorso dell’altro cicala nel batter vuoto della lingua…

Così l’altro giorno mentre lei, che è tutta quanta cucinata nella simpatia, mi raccontava la sua disavventura in forma dei controllori dell’autobus che l’avevano pizzicata a bordo senza biglietto, azzerando così, implacabili, severi, in un solo colpo, le sue pazze ricerche di buoni due mesi, io, a un crocicchio, incrociavo lo sguardo di bimba di una vecchietta vestita da capo a piedi, con guanti e cappello e sciarpa annodata sul collo che solo a guardarla mi faceva venir la rosolia. Il sorriso di lei, d'angelo, temperato in due occhiolini di luce, non veniva dal mondo quaggiù. Era un fischio, un richiamo, il ritorno al respiro di Abele.  
Tavolara, arrivo!

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