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sabato 8 giugno 2013

Buxtehude a Cala dei Gigli

A Cala dei Gigli, quando in Sardegna si incontravano gli armenti del sole a pascolar sulla rena, fin sulla riva del bel mare turchino, in casa di Silvia, che era bionda come me e nelle fattezze come nata dallo stesso uovo, si sentiva solo musica classica. Sua madre, che  aveva in uggia l’aspra riva sarda, sognava le cime in panna di San Vigilio di Marebbe, e così per salire in vetta – a ripensarci ora  – si lasciava trasportar  in alto dalle armonie della musica classica ascoltando non so mica dir chi e che cosa, perché allora, per me (e mi vergogno a confessarlo…) Vivaldi e Monteverdi erano pianeti di Alpha Centauri e persino per nulla interessanti.
Al mattino lei, Graziella, bella come'era, indosso una vestaglia color blu elettrico nel girotondo di tanti pois bianchi, si aggirava per la casa, con gli occhi al cielo e alle sue montagne, mentre suonavan quelle musiche aliene e che a me e alla Silvia davan voglia di correre giù “inispiaggia”, come si diceva io e lei allora. Giù, scodinzolando, lontano dall’argento, perdute nel sole d’oro di quella Sardegna della dopostoria. Via, piegate in due, a catturar serpentelli con le mani o a cercar conchiglie in infiniti su e giù coi  piedi cotti dalla sabbia…
Non capivo, allora, Graziella (che chiamavo signora tal dei tali, mentre la Silvia dava del tu alla mia, di mamma, senza tante storie…). Ma un giorno, molti anni dopo, in un negozio di musica che a Padova è una leggenda, l’ho ricordata, capita, amata. Saliamo, con mio marito, al primo piano, sezione musica classica. Nell’aria la musica di Dio. In folgore. E non aggiungo altro. Dissi  a mio marito: “La vorrei”. E ora so che, per ascoltar quel Buxtehude che tanto piacque a me, persino Bach, e dico Bach, camminò, bisaccia in spalla, per non so quanti chilometri…


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