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venerdì 3 maggio 2013

Un Van Gogh bambino


C’è in un certo angolino di Sydney, lì dove il mare del golfo è pallida lontananza, nello scintillar d’oro delle fatine del sole che danzano leggere sull’acqua; c’è, dicevo, una casetta in cui vive, da sola, la mia June che mi fu madre vera per tre anni e poi più nulla. La sua piccola casa dorme ai piedi della villa grande dove abita il fratello maggiore, con moglie e figli e figli dei figli. In questa dimensione comunitaria, baciata dall’affetto famigliare, June interpreta la parte eterna della vecchia zia non sposata, per non dir zitella, che tutti amano . e perché no? – e anche perché è da lei che, spesso, si riunisce il focolare, intorno al desco. Tra i figli dei figli, che per lei sono tutti nipotini amatissimi, immaginate un piccolino di quattr’anni e poco più  di nome John. E andiamo avanti con la storia.
Immaginate, dunque, John, solo, perduto nel giardino che si intrufola in casa della zia, uscita, ignara, a fare la spesa. Torna, la June, per trovare in casa una pista di sedie allineate e tavolini e tutti i bicchieri a terra in ordine sparso, in ordine bambino. Lui, John, seduto a terra, tra le briciole a mangiare a gran manciate cereali al cioccolato… Rise le June, abbracciandolo, come facemmo noi, anni e anni fa, quando una nipotina, indicando uno scarabocchio  riccioluto, aggrovigliato, garibaldino, fatto da lei sul muro, disse, in un olandese da mulino a vento, frutto di un pomeriggio passato con una zia di Amsterdam, disse, dicevo, Fan Hoh! Che tradotto per noi significa Van Gogh...

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