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giovedì 23 maggio 2013

Nel cantico dei cantici


Per certi motivi che preferisco tener cuciti nel segreto e che sono sciacquati – ohimè - nel salso delle noie, devo recarmi nella casa dove sono nata  la quale, bianca, siede nel bel mezzo di un giardino di smeraldo e incanto che è stato ed è l’unica cosa cara che mi è rimasta laggiù. Non la mia camera, che non mi apparteneva  allora e figuriamoci oggi. Di quegli antichi giorni, ricordo le corse in bicicletta tra gli spinosi acanti e quelle, sulle zampe, tra l’erba alta del pratone che, ora, però è pelato e tanto triste, nella sua composta eleganza inglese, che mi pare un Golgota rivestito d’un tappeto verde malinconia…
Ieri, dunque, eccomi nel mio macinino bianco, sotto un cielo di naftalina in una Roma in attesa di saper chi sarà il suo nuovo sindaco. Eccomi, brum brum, in un tic tac sono nel vialetto, l’auto spenta e già la chiave è nella toppa del cancello amaranto che divide il mio cuore di smeraldo dal mondo. Entro e lo sguardo, com’è uso fare, abbraccia la delizia del velluto del praticello e gli ulivi d’argento che si tengono per mano a far da bordo al campo fino a saltare in braccio al cipresso solitario, alto, in solenne cipiglio, che chiude la fila. In silenzio, accompagnata solo dalla mia silente preghiera, mi avvio per la mia strada lungo lo stradone di terra battuta e, d’un tratto, esplode sul mio capo a mezz’aria, il cinguettar dei passeretti in festa. Dicono, anzi cantano in gloria, in fischi e zufoli: “Benvenuta Ester, siam qui, sorridi, sei tornata, sei qui”. E, pettegoli, incuranti del mio muso, seguitano nelle allegre strofe loro e , dopo un tic e tac, io, azzurra,  con loro, in dolce conversare, dimentica delle cose di quaggiù. Nel cantico dei cantici...

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