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sabato 11 maggio 2013

Occhi neri


Il mondo, con le sue sirene, pallidi riflessi, beninteso, delle vere stelle lassù, ci chiama. Lo fa, nella voce che ci sveglia, chiamandoci, magari, dalle lontananze poetiche di un passato remoto che ritorna vivo, nell’eco del silenzio in corsa della nostra anima. Lo fa, in giri e labirinti che solo lui, sciacquato nella verità, come non siam più noialtri, conosce e che noi, distratti, tutti presi dai vani progetti del nostro piccolo ego bambino, non sappiamo né vedere, né apprezzare, né amare in danza. La paura è signora delle anime vili e le occasioni, dee invecchiate, si vestono, nel domani che non torna indietro, di nostalgia.
Il mondo incarnato, che è dono tutto quanto, ci chiama, senza lusinghe, nella verità; a volte, dell’incontro semplice di due anime che sanno parlarsi, nella luce, senza gli abiti di scena. Sono attimi di immenso, doni divini che sono dati a tutti noi, se solo sapessimo scendere dal palco…
E mentre scrivo tutto questo, in quel mio modo che ad alcuni piace e ad altri no (ma non ci posso fare nulla…) mi pare di ritrovare là nel cantuccio del mio spirito due occhi neri che, ieri, mi han chiamato a voce alta tra la folla; mi han chiamato, come la glaucopide Atena chiamò Ulisse sulla spiaggia di Itaca. Mi han chiamato e, in quel semplice riconoscermi, mi han fatto  (ignari loro) un regalo grande nella ritrovata (mia) felicità.
Scendevo, in questa foto, nella pancia di Istambul,  dove avrei incontrato la mia Medusa. Allora non sapevo, ignara io pure, l'arcana meraviglia di quell'incontro nell'ipogeo del mondo...

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