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mercoledì 29 maggio 2013

La guerra dei cieli

Questa mattina, ma presto – per intenderci, quando sono chiusi ancora gli uffici postali - il cielo di Roma, così alto, sublime pieno com’è di campanili e torrette e preghiere e di statue d’angeli vivi, mi sembrava un gran campo di battaglia. Rotolavano da settentrione, perduti nei castelli romani, neri nuvoloni carichi di acqua, di là, invece, dove si indovina il luccicare del mare ostiense, c’era un fronte di nebbia fitta, bianca come un sudario, ad affrontar quei velieri scuri di tempesta e in mezzo, tra quelli e questo, un sole ridente nel turchino, in un gioco di vedo e non vedo, che riempiva il cielo d’incanto e di voci di Santi. Le forze, nel vento e nel sole, nella pioggia battente, in tenzone, cercavano di firmare, loro pure, un congresso di Vienna che sancisse la pace tra gli eserciti celesti. E donasse la pace anche a noi, e senza il riparo dell’ombrello… Camminavo verso San Giovanni, che è chiesa maestosa e del Papa, ad occhi in su, come  se, io pure, fossi lassù a percorrer le valli della battaglia senz’armi, combattuta tra le forze potenti che noialtri, quaggiù, pensiamo di poter mettere in un libro di scienze, di farne materia di scuola, chiacchiera vana, previsioni in tv e poi dado da brodo. Illusi, ohimè, in camice bianco, pensiamo di condurre il gioco che, invece, inconsapevoli, ci penetra nell’armonia del paradiso terrestre perduto.

Me ne andavo, dunque, a far certe commissioni che del cuore non sono ma doveri, sissignore; me ne andavo, nella pioggia sottile, incurante, spavalda, tutta presa dai miei pensieri di cielo, cucinando preghiere e pensieri, a occhi in su, perduta nel fragore della battaglia di quegli elementi che mi sono fratelli e sorelle, quando mi sento tirar per la manica destra, mi giro e vedo un ometto sulla settantina, simpatico niente, per scarpe i suoi piedi, gli occhi a punto di domanda. Mi guarda e mi fa: “Ahò, ma dimme un po’, si nu lo usi st’ombrella, dammelo ammé che me serve, nun vedi che piove?”. L’ombrello, ridendo, l’ho aperto e ce ne siamo andati insieme, io e il mio magico Alverman, lungo la via di San Giovanni finché la guerra, lassù non l'ha vinta il sole.

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