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martedì 7 maggio 2013

Il Divo Giulio


Io, sul serio, pensavo che Giulio Andreotti non sarebbe morto proprio mai. Ci sono nata, io, con Andreotti. Sotto al suo cielo, mi sono fatta prima ragazzina e poi donna; né, giovanetta, lo confesso, mi era punto simpatico, che in quei suoi occhi fissi, di sfinge, mi pareva di annegare nel baratro di un potere che non capivo e che - a me che veneravo e venero Pier Paolo Pasolini - non piaceva.  Ma, via, come si suol dire,de mortuis nihil nisi bene. Lui, comunque, era  lì, uguale a se stesso, immortale, con quelle labbra mozze, sempre socchiuse, che sapevano dare al mondo pillole d’ironia e, via, mi scappello mica no! Quando lo accusarono di aver baciato Totò Riina, rispose, e camminava già sul viale del tramonto, che non gli piaceva baciare gli uomini. Ero già giornalista, allora, e, lo ammetto, provai per lui tutta la simpatia che gli avevo negato nei miei anni verdi.
Più avanti, forse l'altro ieri, ho capito anche altri di lui. Qualcosa che me lo rende davvero caro. E parto da un libro che lessi per lavoro, ora sono molti anni, un libro di un brigatista di nome Alberto Franceschini (Mara, Renato ed io). Narrava Franceschini che, a un certo punto, lui e gli altri compagni pensarono di rapire Andreotti. Si incontrarono Franceschini e Andreotti, al mattino ancora insonnolito, all'uscita della messa. Io vedo la scena, viva, come se fossi stata lì allora, testimone. E capisco, nel silenzio che vi dono, perché Franceschini titubò, tentennò e perché Giulio Andreotti  è morto non allora, ma solo ieri e riposi in pace... 

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