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martedì 9 aprile 2013

Mio marito Rivarol


Oh non so come mai, forse perché, povera Italia mia, siam ridotti in stracci e braghe di tela, o forse per la storia, quella con la S grande (non la mia…) che, in barba agli uomini che si credon chissà che cosa e sono poco di nulla a petto dell’infinito, ha un suo vichiano rigirar, rimettendo in voga ciò che, fino a ieri, era da gettar nella pattumiera, vabbè, fatto si è che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha finalmente detto quel che, per misera me, vale  da anni, che, cioè, le crociate moralizzatrici, gli urli e i vfc non fanno ripartire il motore del Paese, ma anzi, al contrario, inceppan gli ingranaggi, mettono malinconia, lasciando i passeggeri a terra. A me, ragazzina, non piacevano le tricoteuse e poco anche la Rivoluzione francese con quel bagno di sangue che incantava gli amici (tanti) rivoluzionari che avevo…
Sicché quel che non mi piaceva nei libri, figuratevi un poco se mi piaceva nelle notizie che dovevo scrivere. Ricordo, con un poco di sgomento, quando, durante la crociata chiamata Tangentopoli, si acciuffavan streghe, nella persona di politici, imprenditori, gente che fino a prima stava sugli altari, e li si metteva al rogo, in gattabuia, a morir da soli, come se il sistema avesse macchiato soltanto loro e gli altri, niente, catari, puri…. Sola tra colleghi rivoluzionari, che andavano a letto con la ghigliottina, tentavo di dir la mia, ma niente. Da Di Pietro a Ingroia, sempre la stessa furia, a passo dell'oca, una furia, per me, disumana. Solo uno, tra tanti, mi dava ragione, nel silenzio. Un giorno mi donò un libretto, eran gli aforismi di Rivarol;  un altro giorno, anzi un bellissimo giorno, mi chiese di sposarlo.

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