Pagine

domenica 7 aprile 2013

La tivvù dei ragazzi


Bimba, quando la  primavera giungeva nelle sue scarpette da danza, baciata dal sole, a mutar luce al giardino, nella pasqua della vita che risorge dalla nera, nuda terra, era tempo, per Vivian e per me, di raccogliere sul prato  grandi mazzi di fiori selvatici da regalare alle mamme. Io, alla mia, che era, ai miei occhi, bella come la primavera; e lei alla sua (nera, severa, che dei nati nel segno della vergine, aveva solo i difetti nella pignoleria elevata al quadrato…) e anche alla mia ché la Vivian sentiva, e non sbagliava, anche un poco sua. Nei mazzi, c’erano, bianche, delicate, dal gambo d’acqua, le stellarie, c’erano color rosa scuro, i garofanini selvatici e c’erano i tarassachi e le pratoline, di neve, che mi han sempre sciolto l’anima nella loro neve a punteggiar il verde dell’erba…
Oh, la gioia di quei fiori di campo! Li amavo, li amo; non lo sapevano quanti, ragazza, mi  donarono  (invano) fiori eleganti, proustiani, che non avevan sale né sugo di vita. Altre storie, altri tempi. Nel tornar a ritroso ai mazzi di Vivian e miei, ricordo, come fosse accaduto l’altrieri, eccoci, la Vivian e io nel corridoietto stento del nostro piano di sotto a portar fiori alla Dea. Regina, tutta quanta chinata a guardar, nel bagnetto rosa, di servizio, non  ricordo più cosa, forse la lavatrice, insieme all’idraulico Gino. Parlano fitto, di che cosa chissà; e noi, le ancelle, alle spalle di lei, la voce tremante: “Mamma, sono per te…” Lei, senza voltarsi neppure: “Oh, metteteli pur lì, che dopo vengo”. Di corsa in cucina, Vivian e io, con i doni alla Divinità. Che, invece, rimase lì in bagno per ore. Quando arrivò, i fiori molli, il capino crollato, parevano morti. E Vivian e io guardavamo, annoiate, la tivvù dei ragazzi…  


Nessun commento:

Posta un commento