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mercoledì 3 aprile 2013

Il mio ulivo a testa in giù


Mi sono recata, questa mattina, per motivi - come si scriveva e si scrive nelle giustificazioni a scuola - “famigliari” nella casa, appunto, di famiglia tutta quanta raccolta, bianca e grigia e alta nel cielo, al centro del giardino dei miei incanti bambini. Dopo un caffè e basta con chi ancora vive lì, nella fuga eterna (e non lo è) dei giorni, mi sono ritrovata a passeggiar sul velluto verde del praticello e a vagare nel pratone, cui un giardiniere che non è Marino, ha fatto, senza poesia, barba e capelli, facendo fuggir via Pan e le ninfe che vivon, come si sa, timidi tra le fronde umide dei boschi e non certo nei prati beneducati,  rasa l’erba, all’inglese, nel poco incanto delle virtù borghesi.  Mi sono ritrovata, dicevo, nel giardino della mia vita verde, come quando, bambina, mi bastava uno squillo del citofono di Vivian per saltar fuori con lei e via alle altalene, con i bambolotti Furga, alle bici nel su e giù eterno lungo lo stradone…
Ero lì, tra gli alberi. Alti, i pini con i cappelli larghi, d’aghi verdi, nel brillar del sole, per mano, torno torno, ad abbracciare il perimetro del giardino quasi tutto. Li ho salutati, tutta in me, con reverenza, perché sono loro – io lo so - che grattan la schiena agli angeli custodi, che, a sera, stringono tra l’ali, i cuori in tormenta, regalando agli uomini la pace del sonno. Ma non è a quei corazzieri bennati che donai il mio cuore bambino. Mio, tutto mio,  un umile ulivo, spettinato  nelle sue fronde d’argento che fa da sentinella all’entrata di sotto e che mi consentiva, allacciando i piedi intorno ai suoi rami, di lasciarmi cadere penzoloni, riversa, i capelli a toccar la bruna terra, gli occhi (anche il terzo che era aperto e non lo sapevo)  perduti nel mondo a testa in giù, più vero dell’altro, sempre in ghingheri a spazzolar, pettegolo, sul palcoscenico.


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