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domenica 3 marzo 2013

Ricordando Carlo Michelstaedter


Siccome io, il mio Paese, lo amo e sento la terra sua benedetta sotto ai miei piedi (ah le mie colline sabine a inseguirsi all’orizzonte fino al monte Soratte e Tavolara, laggiù, nel pallido suo rosa…), nelle eterne radici della mia esistenza, piango, nel sorriso, per la situazione in cui siam precipitati, senza punto accorgercene, in una feroce quotidianità che, piano piano, nel correr degli anni, ha divorato, noi ignari, principi e morale e antiche, altere certezze. Sicché oggi neanche un governo si può fare perché  nello strillo di protesta, ridotti tutti  quanti a pendoli  inconsapevoli di brame infinite e di invidie irrisolte nell’odio che acceca, ecco che ci troviam nello stallo. Nessuno ha più un posto e tutti vogliono stare più in alto.
E mentre scrivo queste amare considerazioni nell’azzurro di questa domenica mattina che mi invita alla messa (e perdonatemi se son controcorrente...), ricordo in balzo un certo libriccino che lessi a vent’anni e mai dimenticai. Era la tesi di laurea di un giovanetto, mio coetaneo, ma vissuto  un centinaio d’anni prima (mi pare) e si intitolava (e si intitola)  “La Persuasione e la Rettorica” e l’autore, Carlo Michelstaedter. Nella chiave che mi diede (e lo benedico) per aprir la porta della vita, squadernando i percome del mondo, non c’era Grillo, non c’era il consumismo, nossignore, ma in fondo già era apparecchiato il farmaco crudele (nel senso di veleno, come lo intendevan Pericle e Solone…) che doveva farci, tagliate le radici, affamar di desiderio, nell’eterno gioco del pendolo che pende, pende, senza trovar pace mai…

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