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martedì 12 marzo 2013

Ragazzi al De Merode


In un tempo che i grillini in Parlamento, tanto differenti – anni luce - dagli onorevoli che abbiam visto e rivisto per tanti e tanti anni, e tanto giovani e verdi che paiono appena scesi dall’Ufo di Zardoz, fanno sembrare ancora più antico, c’erano i ragazzi del San Giuseppe De Merode, che guardava quasi in faccia il Mater Dei e che ora, adeguatosi al mondo che fugge, mescola, in allegra macedonia maschi e femmine, e allora no: solo ragazzi . Erano tutti quanti belli, per me, quei ragazzi lì che non portavano, come noi, la divisa blu e bianca, ma i capelli corti sì e  il loden blu o verde e la sciarpa scozzese pure. Ed era uniforme di stile. Eran belli, di grazia antica, stirati nella tradizione. Senza Facebook, senza Twitter, ma con il professor Spadini che insegnava loro latino (credo) e umorismo (di certo) e i frere a spazzolare i cortili nelle danzanti nere gabbane.
In classe di Marco, che mi superava su questa terra di due anni larghi, c’era un certo Francesco S., grande e grosso e nobile e alto, come si può essere oggi pure, ma senza il suo stile che lo rendeva simpatico a tutti e il più popolare dei popolari. Molti i blasoni che portava in tasca e tanti i balli e i cocktail e Dio sa che cos’altro a cui era invitato per diritto di sangue e di simpatia. Una volta, eccolo in una casa patrizia romana a” colazione” (ché colazione era il pranzo, anche per mia madre Regina e per me no…). I gamberetti, no, dovette pensar di sicuro Francesco, che li fece sparire, coda e tutto, a manciate, sotto il tavolo. Meschino, non sapeva che il tavolo fosse di vetro! “Oh Francesco – disse all’ospite il padrone di casa – oh, che è codesto cimitero!” 

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