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martedì 12 febbraio 2013

Una Furga tutta per me


Trema il crepuscolo d’azzurro balugine, tra i rami neri, giapponesi nell’armonia celeste,  dei pini perduti, solitari nel gran pratone di verde velluto della villa romana. Io cammino, tornata bambina, in quella casa stregata, di giardini e terrazzi, dove tutto è passato, dove il presente sonnecchia e sbadiglia e dove il futuro in divisa pare in catene chiuso a chiave com’è nella stanza di perenne vergine sposa di Miss Havisham… Cammino, respirando il passato odoroso dei miei anni verdi quando, Ponti e Salini, si fuggiva a grappolo, nel terrore di schianto della banda della cicatrice. Giù, il cuore a battere nella strozza, a perdifiato, giù dal terrapieno degli acanti romani, a batter con suole  di sandali con gli occhiali sui ciottoli chiari dell’ingresso, difeso da una enigmatica statua acefala in stile ellenistico, e poi, inghiottiti nella bocca calda della porta di casa. Eran lampi, eran schianti, eran giorni  spavaldi, di coraggio e di fiato. Giorni bambini a sognare un futuro. Io, già allora, volevo giocar con le parole ed esser scrittrice. Vivian non so. Lei e io cercavamo tesori, scavando buche, lungo lo stradone in terra battuta che terminava nel ricamo color terracotta della cancellata che divideva noialtri dal mondo in mutamento, il nostro qui di focolare di Vesta, sempre acceso, dal lì, dove le automobili rotolavano, in un pazzo su e giù, lungo il Viale di Marco Polo…
I tesori eran sottoterra e lì li cercavamo, Vivian e io. “Oh tu che cosa compreresti?” “Io, la Furga castana”. “Quella alta?” “Sì, sì, sì”. Tre volte sì come Pietro al contrario. “Io, invece, mi comprerei il Dolce Forno”. Siam lì che scaviamo, Vivian e io, nel sole di un pomeriggio di miele. Siam lì, innocenti. E scava e riscava, il tesoro non c’è e noi siamo stanche e corriam via, farfalle al nuovo gioco. A mio padre, gli scavi costaron la coppa dell’olio, Vivian il Dolce Forno  l'ebbe in sogno e io  giammai una Furga tutta per me…

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