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lunedì 4 febbraio 2013

Sull'autobus 83

Tavolara, laggiù; sulla destra una piramide e un dorso di gatto, a mano manca una lingua d'oro di sabbia...

Mettete una domenica sera d’inverno, spazzata dal vento di tramontana, in una Roma bruna, di cielo vicino, di rari passanti, in un 83 mezzo vuoto che dal centro di Piazza Barberini porta, danzando, nel percorso perduto tra tortuosi serpenti di vie, verso i quartieri eleganti  sdraiati tutt’intorno a Corso Trieste; proprio in quell’autobus lì, verso le cinque della sera,  ieri, c’ero io, vestita di rosso come i predestinati, diretta verso un luogo (che è anche persona…) che amo per esser, per me, frescura e riparo dell’anima mia, nella gratitudine del nume acceso. Sono lì tra tanti musi di uomini e donne, giovani e vecchi, che paiono la  fotografia della noia, io, perduta a rincorrer nel mio Dedalo, Medusa e Demetra e anche Biancarosa e Rosella, quando mi sento chiamare per nome, Ester, presente, più o meno! Mi volto: una zia che non vedevo da anni, la zia, cara al mio cuore, che mi ha insegnato a cucire e che mi portava, bambina, con sé, lungo la spina dorsale d’Italia, verso i cespugli gelati del Nord… Di ricordi, non una parola, come se tutto il vissuto nostro fosse precipitato nella Geenna e dimenticato. Mi ha parlato invece, e molto, di figli e nipoti, con un'allegria che mi metteva, non so dir perché, tanta malinconia. Nel parlare, girava il capo all’ingiù , con gli occhi d'acqua, buttati per terra, sicché io di quel che diceva ho capito due parole su cinque. Quando è scesa, a Piazza Fiume, mi pareva di vederla camminar nella folla di persone squadrate in triboli e problemi: le stesse  persone che le toglievan la voce... Vabbè, mi sono detta, torno al mio centro. E mentre  mettevo nel cassetto il tu per tu con il mio passato, ho sentito tutt'intorno un chiacchiericcio argentino e risate di gente felice. Mi sono girata e ho visto tante sorelle, giovani tutte quante, dal velo bianco o celeste a seconda - penso - del grado; in viso la serenità e tanta,  tanta voce  in inglese mozzo, la voce che mancava a mia zia... 

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