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lunedì 25 febbraio 2013

Nel gran teatro del mondo


Mi pare, tante volte, a partir da un certo giorno di marzo dell’anno passato (quando sentii, forte, il richiamo del fiume…), di veder vivere in quante mi stan più vicine (amiche, conoscenti, parenti) le bambine che sono state nei loro antichi giorni. Le vedo, le vedo, quelle bimbe, come fossero ancora vive, nonostante le rughe, tailleur, camici, titoli accademici,  tutti gli anni passati a precipizio, giocando ad acchiapparella con la felicità; le vedo, quelle piccine, muoversi nei gesti, a volte bruschi, che fanno le loro ospiti; le ascolto in certe paroline (sgarbate) che raccontano (solo a me?), la favola nera che ebbero, da piccole, e le ingiustizie subite; le vedo, le bambine, ritrovar oggi, nella piena incosapevolezza dell’esistenza muta, le trappole di ieri e ritornar sui passi perduti pur di non rischiare il nuovo, la vita vera. Le vedo andare avanti eppure indietro e ritrovar quel tanto di famigliare, calduccio, noto - che pure duole - anche con la bisaccia degli anni pesa sulle spalle…
E se quel tanto che scrivo vi sembra un papiro dell’antico Egitto, ecco che diventa sangue e ossa e carne nella persona di Anna che  ha una cinquantina d’anni ed è magra e belloccia come se ne avesse anche venti di meno. Prendiamo, lei e io, un caffè  e mi parla dei suoi tanti clienti (fa la dietologa) che affama dietro compenso, come si usa fare in questo mondo nuovo dove l’uomo, invece di cercare il cibo (come ha fatto per millenni…), paga chi  glielo toglie di bocca. Il cibo, dicevo. Vabbè. Di colpo, annuendo col sorriso l’ho vista io, bambina, pestare i piedi per fritti e cioccolata, e il papà suo, un tipo ancora bello e in forma a ottant’anni suonati, dirle nossignore, non mangi. E’ quella bambina lì, affamata di cibo e d’amore, che oggi, in camice bianco, con aria professionale, affama altri, nella sua segreta, tragica e tenera vendetta, perduta nell'eterno teatro del mondo…  

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