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mercoledì 20 febbraio 2013

A lezione da Caterina


Avevo un’amica cara, ragazza, che era tra le più carine di Roma, o forse no, ma lo sembrava per esserne lei convinta e tanto faceva, con carattere e capelli lunghi al sedere, che tutti ci credevano e anche io. Ma andiamo avanti al galoppo, ché di questi tempi frenetici, i minuti sono vestiti da ore e le ore da giorni interi. Questa signorina qui, corteggiata da questo e da quello, usciva solamente con i tipi alla moda, quelli che venivano a prenderla in Bmw (nera) 323, che la portavano nei locali alla moda (il Jackie O., il Tartarughino, il Number one…), e che avevano – oh portento per quel medioevo! – il telefono in macchina. Tra gli altri le capitò di uscire, una sera, con Giovanni Malagò che, per capirci, era allora un totem della mondanità e che da ieri è presidente del Coni.
Un amico, piccolo, a Cala dei Gigli
Tornò a notte fonda (io in quei giorni, per motivi che tengo stretti al cuore, dividevo con lei un appartamento bello, piemontese, a un tiro di sasso da Piazza Cavour) e mi svegliò. In cucina, coccolate dagli Abbracci del Mulino Bianco, mi disse, seria, seria: “Ester, è inutile darsi da fare, è tutto scritto, tutto deciso”. E a me che, in quei giorni di antiche collaborazioni, cercavo, sola soletta, di trovare un filo rosso, raccontò di come Malagò l’avesse portata nella stanza dei bottoni del nipote di un potentissimo di allora, dove, in barba ai curricula, si decideva, con leggerezza d’interesse, dove sistemare questa o quello. Non le credetti e andai avanti lungo il mio sentiero alpino. E solo ora che ne ho viste tante e crude e cotte e sono stata cassa integrata (disintegrata…) e poi disoccupata, so che non mi aveva mentito, che mi aveva avvertita, nella dolcezza della nostra perduta amicizia, che aveva avuto pena della mia solare, inconsapevole, generosa spavalderia…

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