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mercoledì 27 febbraio 2013

Amor vicit omnia


Di questa signora qui, che mi abita di fronte in un bel palazzo color cipria chiara, ho già scritto in questo blog piccolo piccolo perduto, come un’isola che non c’è, tra i marosi della rete. Ne ho scritto perché lei, con quella faccia un po’ così e la risata  franca, aperta, allegra dell’Emilia, è la regina di cuori delle monetine perdute. E non solo. Infatti, camminando a capo chino, con un fare ciondolone che mi innamora, trova tutto ciò che gli altri, loro sì, perduti in chissà quali gironi di internet, lascian cadere, distratti, per la via. C’è chi perde e c’è chi trova. Domenica, ad esempio, questa mia conoscente ha trovato, schiacciata tra due automobili, una sciarpa di Burberrys, una di quelle belle sciarpe scozzesi, a fondo beige con righe rosse e nere, morbida come la coda di un gatto, una di quelle che a comperarla da Cenci bisogna lasciare almeno tre verdoni… C’ero io, testimone, e quindi potete pur crederci. Ma la fortuna del cercatore d’oro nel Klondike romano a volte gira le spalle per certe graziose questioni di cuore che fan  ruotare il mondo all’incontrario. E vado a raccontare il busillis. Figuratevi una mattina qualunque di questo febbraio in calzoni corti e figuratevi un bar qualunque e lei, con gli occhi a spazzar gli angoli del locale, mentre gli altri, vivaddio, mangiano e bevono. D’un tratto ecco, entra lui, un ganzo che le fa da mesi gli occhi dolci e lei, che è separata e, dopo aver cresciuto i figli, cerca, a buon diritto, di ricostruirsi la via, accetta il caffè che lui le offre. E mentre sono lì a parole senza guinzaglio, zacchete, lei li vede: due euro, rotondi, sani, belli come il sole. La nostra eroina, cerca di stornar lo sguardo. Invano. Il richiamo è una sirena e allora, in un batter di ciglia,, dai, via con la tecnica delle chiavi. Patapunfete, dling, dlang, le chiavi le rovinano, per caso, per terra. Che noia, fa le e sta per chinarsi a  raccoglierle, quando lui, bel cavaliere, la precede, neanche fosse Cassio senza Otello. Le chiavi tornan al calduccio, nella borsa amica, ma la moneta, addio! Sono già finite nella borsa di un'altra cacciatrice…. Amor vicit omnia. 

lunedì 25 febbraio 2013

Politicamente parlando


Oh che corsa in pattini a rotelle, queste elezioni bagnate dalla pioggia di febbraio, col tetto grigio del cielo invernale! La televisione, a casa mia, chiacchiera dalle due di pomeriggio e questo e quello e dati e poll e roba che mi è parso, per un pomeriggio uno, di essere tornata in redazione, quando Gianpiero, il mio caporedattore amato (a lui devo tanto, troppo e di più ancora), usciva a comperar le pizze per tutti (evviva), mentre noialtri – i redattori - si stava, seduti sulle scrivanie, in capannelli a discuter di proiezioni e poll e a far filosofia su Parlamento e governo che dovevan arrivare. C’era sempre chi ne sapeva di più. A tutti, comunque, toccava il pezzo, sessanta righe per spiegar i percome dei risultati alla Camera e al Senato. Facce vecchie e nuove e olè. A te il Pci, a lui la Diccì, a quell’altro il Psi,. Poi, con la seconda repubblica, altri nomi stessi valzer. C’era Fi, c’erano i Diesse e poi anche An e altri ancora che mi sono dimenticata e non me ne dispiace…
Sicché sono qui, come tanti altri italiani, a sentire in tivvù le voci di Casini e di Capezzone, quando squilla il telefono ed è una signora di una certa età che mi è cara al cuore e in gola ha lo spirito e la giovinezza verde che non ha più in corpo: “Hai veduto, Ester, agli italiani piacciono i comici. Poco importa, poi, se è un comico prestato alla politica o un politico che fa il comico!” Con rispetto, di nuovo, ridendo…  

Nel gran teatro del mondo


Mi pare, tante volte, a partir da un certo giorno di marzo dell’anno passato (quando sentii, forte, il richiamo del fiume…), di veder vivere in quante mi stan più vicine (amiche, conoscenti, parenti) le bambine che sono state nei loro antichi giorni. Le vedo, le vedo, quelle bimbe, come fossero ancora vive, nonostante le rughe, tailleur, camici, titoli accademici,  tutti gli anni passati a precipizio, giocando ad acchiapparella con la felicità; le vedo, quelle piccine, muoversi nei gesti, a volte bruschi, che fanno le loro ospiti; le ascolto in certe paroline (sgarbate) che raccontano (solo a me?), la favola nera che ebbero, da piccole, e le ingiustizie subite; le vedo, le bambine, ritrovar oggi, nella piena incosapevolezza dell’esistenza muta, le trappole di ieri e ritornar sui passi perduti pur di non rischiare il nuovo, la vita vera. Le vedo andare avanti eppure indietro e ritrovar quel tanto di famigliare, calduccio, noto - che pure duole - anche con la bisaccia degli anni pesa sulle spalle…
E se quel tanto che scrivo vi sembra un papiro dell’antico Egitto, ecco che diventa sangue e ossa e carne nella persona di Anna che  ha una cinquantina d’anni ed è magra e belloccia come se ne avesse anche venti di meno. Prendiamo, lei e io, un caffè  e mi parla dei suoi tanti clienti (fa la dietologa) che affama dietro compenso, come si usa fare in questo mondo nuovo dove l’uomo, invece di cercare il cibo (come ha fatto per millenni…), paga chi  glielo toglie di bocca. Il cibo, dicevo. Vabbè. Di colpo, annuendo col sorriso l’ho vista io, bambina, pestare i piedi per fritti e cioccolata, e il papà suo, un tipo ancora bello e in forma a ottant’anni suonati, dirle nossignore, non mangi. E’ quella bambina lì, affamata di cibo e d’amore, che oggi, in camice bianco, con aria professionale, affama altri, nella sua segreta, tragica e tenera vendetta, perduta nell'eterno teatro del mondo…  

sabato 23 febbraio 2013

Davanti a una macchina da scrivere


Il mondo, saltellando, ha fatto a piedi pari un tale balzo in avanti che io, figlia delle mie radici antiche, penitenziale, saturnina, accesa da Medusa, tutt’uno, ancora oggi, con il mio basco francese, faccio fatica a corrergli appresso e ad abituarmi al ritmo nuovo che pure, anche se non lo mostro, mi piace. Mi piace, sì, anche se a volte mi pare di essere, io pure, Cristina Campo, a cercar il canto Gregoriano e il rito preconciliare...
Ma basta, torniamo a noi. Osservo, passeggiando, le ragazze (che mi sembran tutte quante belle) vestite come io non mi sognerei mai di fare neppure se avessi gli anni giovani loro e i giovanotti, stretti in jeans attillati che paiono togliere fiato e sugo all’amore. Portano, pensandosi moderni, codini del Marchese De Sade e orecchini che mi fan pensare a Corto Maltese e al Pirata Barbanera. Mi piace guardare il mondo che, danzando, insegue la modernità la quale al modo di una fata dispettosa, par sempre un passo più avanti, marameo…
Paestum, vista da mio marito...
Già, il futuro, il progresso; si accende l’attenzione, si vota Grillo (si fa per dire) nella speranza verde che fiorisca in loto, ma il passato è lì, fermo, solenne, potente a modo suo. E io l’ho visto, proprio ieri, con questi occhi miei. Ero al Mercatino, tra certi libri vecchi, inglesi, che costano poco più di un euro (poveri libri…). Una vocina di bimba mi fa girare: “Mamma che cosa è?”. “Una macchina da scrivere”, risponde la mamma, anche lei presa dai libri. “Guarda, ci sono le bambole!”, s’entusiasma la madre. Macché bambole! La bambina, col naso nel passato,  testarda, niente: incalza, chiede, tocca, vuol sapere come funziona quella vecchia ferraglia e che cosa sono i tasti e a che cosa servono e perché, con quel loro sgambettar su e giù, sembran far ginnastica... L'avrei abbracciata!  

venerdì 22 febbraio 2013

Sister Francis al Mater Dei


Mi piace insegnar l’inglese. Un poco perché mi pare, tutta quanta nella mia lingua madre, di ritornare a casa, nel cantuccio mio segreto, dove, con Ann, cercavo la porticina per Fairyland (nell’armadio delle racchette da tennis), dove, con Jane, mi perdevo nelle lunghe storie sue australiane popolate di aborigeni che vivevano – e ancora lo fanno – nel tempo eterno del sogno, in compagnia del serpente Arcobaleno... Ricordo, piccola, mi dovevo lavare i capelli.. Giù, scivolata nell’acqua calda della vasca del bagno rosa, i capelli, lunghi, serpi nella spuma. Neanche il tempo di bagnarli. Emergevo: “And so?”. Mi piace insegnar l’inglese e così tornar sui passi miei, a ritroso, di ragazzina. A bordo del mio boxer blu, comperato usato con i miei  primi soldi, attraversavo Roma e il lungo ponte di Corso Francia, per raggiungere Via Calvi dell'Umbria, dove mi aspettavano, friggendo, tre fratellini e una cugina: con loro, nella dolcezza di quegli anni verdi, incominciai…
Grazie Maura!
Mi piace insegnar l’inglese, anche perché nel film della mia vita mi sembra di far rivivere così chi tanto mi ha dato, senza saperlo. Oh, meraviglia, sister Francis! La vedo, come se fossse qui, davanti a me. C'è lei, ci sono le compagne in divisa: Lydia, Laura, Annalisa. Siam di nuovo lì, al terzo piano dell’Istituto Mater Dei, nell’aula grande, banchi come draghi smeraldini, che guardava dritto nell’ombra di San Sebastianello. La vedo, la vedo, sister Francis Borgia, piccola, rotonda, con l’abito blu e il velo nero: per occhi, due chicchi di caffè, recita per noi (che dobbiamo impararlo a memoria) il monologo di Antonio sul corpo di Cesare: “Friends, Romans, countrymen, I come to bury Caesar not to praise him…” E il sogno di Eva al risveglio nel “Paradise Lost” di Milton.: "Awake, my fairest, my expoused, my latest found, Heaven's last best gift, my ever new delight..."E solo ora, luminosa di nume acceso, so che quella piccola sister mi regalò, senza saperlo e prima di tutti, l’amor per le parole, che tengo ancora adesso vivo nel mio fuoco di Vesta… 

mercoledì 20 febbraio 2013

A lezione da Caterina


Avevo un’amica cara, ragazza, che era tra le più carine di Roma, o forse no, ma lo sembrava per esserne lei convinta e tanto faceva, con carattere e capelli lunghi al sedere, che tutti ci credevano e anche io. Ma andiamo avanti al galoppo, ché di questi tempi frenetici, i minuti sono vestiti da ore e le ore da giorni interi. Questa signorina qui, corteggiata da questo e da quello, usciva solamente con i tipi alla moda, quelli che venivano a prenderla in Bmw (nera) 323, che la portavano nei locali alla moda (il Jackie O., il Tartarughino, il Number one…), e che avevano – oh portento per quel medioevo! – il telefono in macchina. Tra gli altri le capitò di uscire, una sera, con Giovanni Malagò che, per capirci, era allora un totem della mondanità e che da ieri è presidente del Coni.
Un amico, piccolo, a Cala dei Gigli
Tornò a notte fonda (io in quei giorni, per motivi che tengo stretti al cuore, dividevo con lei un appartamento bello, piemontese, a un tiro di sasso da Piazza Cavour) e mi svegliò. In cucina, coccolate dagli Abbracci del Mulino Bianco, mi disse, seria, seria: “Ester, è inutile darsi da fare, è tutto scritto, tutto deciso”. E a me che, in quei giorni di antiche collaborazioni, cercavo, sola soletta, di trovare un filo rosso, raccontò di come Malagò l’avesse portata nella stanza dei bottoni del nipote di un potentissimo di allora, dove, in barba ai curricula, si decideva, con leggerezza d’interesse, dove sistemare questa o quello. Non le credetti e andai avanti lungo il mio sentiero alpino. E solo ora che ne ho viste tante e crude e cotte e sono stata cassa integrata (disintegrata…) e poi disoccupata, so che non mi aveva mentito, che mi aveva avvertita, nella dolcezza della nostra perduta amicizia, che aveva avuto pena della mia solare, inconsapevole, generosa spavalderia…

lunedì 18 febbraio 2013

Sotto la Colonna Traiana


Oh come è difficile, oggigiorno, educare un figliolo in un mondo dove il Papa lascia, col sorriso, la Croce, dove i candidati, vestiti alla maniera di Giamburrasca, s’inventano i titoli di studio, dove se guardi la televisione, mettiamo per dieci minuti, tanto per sgranchir la mente, finisci per fare il pieno di cadaveri (io ne ho contati, una mattina, sette e tanto sangue…), dove il capitano di un naufragio potrebbe diventare un’icona buona per attirar turisti nel Belpaese! Ohimè, come è difficile, davvero, tirar su i figlioli in questo mondo qui, dove mi pare che gli asini volino davvero o suonino il pianoforte, o, peggio ancora, siedano a Palazzo Chigi, come nelle favole, come nei sogni o forse negli incubi! Pensavo questi miei amari pensieri, senza dimenticare il mio amato Savinio (che mi invita ad amare questo amaro nostro tempo), proprio ieri, mentre aspettavo un’amica ai piedi della colonna Traiana. Sulla sinistra il gran cavallo di Vittorio Emanuele II, davanti un cielo chiaro su cui veleggiavano nuvole d’acquarello mentre gli uccelli neri, lassù, disegnavano i loro arabeschi d’oriente. Io, sola, privilegiata, mentre il crepuscolo scendeva piano a portar pace ai mortali; io, sola, davanti a quel tutto divino, in cui affogavan le miserie del mondo, nella pura bellezza della vita che, silenziosa, nell’onda dava sollievo all’anima mia. E mentre ero lì, nella pace, un tizio si avvicina, indovinando, forse, il pensier mio e mi fa: “Lo sa che differenza c’è tra il Papa e Schettino?”. Senza attender risposta, via: “Il Papa non ha chi gli dica torna a bordo, cazzo…”. Con rispetto, ridendo.   

domenica 17 febbraio 2013

Un barchino d'oro a Cala dei Gigli


Non so più quanti anni orsono i Salini, per ringraziar non so – di nuovo - se mamma o papà di una vacanza sarda a Cala dei Gigli, ci regalarono una barchetta a remi, grande come una tinozza da bagno, con gli scalmi e i remi e un sedile di legno nel mezzo che doveva dividere la prua dalla poppa. Fu subito battezzato il barchino, come io sono Ester, e basta; era, ricordo, rosso nel vestito che spanciava sul mare e che presto, sbiadito dal sole, si fece fiordifragola; aveva, invece, mutande e canottiera bianche e tutte quante rigide, di vetroresina. Oh, la delizia, mia, quando potevo andarmene a largo, sola, nel barchino, remando verso Tavolara tutta la mia libertà! A volte, ma solo a volte, mi portavo dietro maschera e pinne  (il boccaglio no, ché mi faceva bere...) e, dopo aver legato la cima di prua a una boa rossa anche lei, dalle parti di casa Pomarici, mi tuffavo a caccia di conchiglie. Cercavo, in acqua, i ricci viola e gli animali rari che erano bianchi e delicati e avevano sul petto, come ricamata, una croce di Cristo… Su e giù, nel batter delle onde, in un pinneggiar distinto, senza spuma (come mi aveva insegnato mio padre) e poi nel risucchio d’aria, quando scoppiavo fuori, nello stordimento ossigenato che era  come riemergere, rinata Venere, dalla vita alla vita.
C’ero io, c’era il sole, c’erano i ricci viola sorridenti  (gli animali rari non li trovavo mai...) nel gavone di poppa. Niente altro: io di sole, in una stupenda, dorata felicità

venerdì 15 febbraio 2013

Verso il futuro bambino


Quando Mario Chiesa fu pizzicato con la tangente in bocca di non so più quale pio albergo milanese, ero già giornalista tra giornalisti nella redazione romana del Gazzettino di Venezia. Si vissero, da allora in poi, mesi e mesi di manette, suicidi, scandali nella stupefacente (e triste, per me) stagione di Tangentopoli. Beati giorni della vendetta, per alcuni. Per me, un’agonia. A ogni arresto, a tutti i lanci di sputi e monetine, io, che son giustizialista al pari di Siddharta o Gandhi,  nella convinzione profonda, ancestrale, vetero-cristiana che siam tutti quanti, chi più chi meno, peccatori, sentivo crescer dentro nausea, noia, disgusto perché, a scuola, non mi piacevano, le tricoteuse della Rivoluzione francese (che gusto c’è, pensavo, a sferruzzar tra il sangue…) e, ora, grande e vaccinata, punto i colleghi tutti pronti a brindare nel vedere un ex potente (che poco prima, magari, avevan intervistato a squadra…) messo in ginocchio e umiliato e  in manette e in carcere. Come se un'unghia tagliata potesse risanare il corpo intero...
Sicché oggi, con sgomento, mi par di rivivere, ma da casa, quello stesso spirito di sangue e rivalsa che non mi piaceva allora ragazzina, per nulla da ragazza e come un pugno in faccia adesso. Sarà che osservo il mio Paese in declino, sarà che vedo Benetton una cattedrale vuota lungo la Via del Tritone, sarà che anche i bar mi sembran piangere nei troppi cornetti  coricati sui banchi ad aspettare, invano, bocche golose; sarà per tutte queste ragioni e forse altre che fan capo al mio viver precedente, ma vorrei vedere, ogni tanto, non urla, non proteste, ma un silenzioso, operoso, meditato lavorare affinché questo Paese ritrovi la sua anima e si tolga la gobba. E oggi, lungo la Via Nazionale, è accaduto. Come in una epifania di neve, nel mio pensiero sacro. C’era un bimbetto, sui due anni, in passeggino, intorno i fratelli, grandetti, a sgambettare. Il piccolo si divincola, piagnucola, protesta. Vuol scendere. La mamma lo accontenta. E in quel visetto intento, occhi di gocciole di paradiso,  nei piedi incerti, ho visto, tonda tonda, l’Italia senza gobba, fatta anima di terra, nell’andar angelico del mondo…  

martedì 12 febbraio 2013

Roma senza Papa


Oh, povera la mia Roma senza Papa che mi par, basita, attonita, guardare al futuro senza quell’ultima certezza vaticana contro cui si poteva, sì, inveire alla maniera del mio Belli o anche peggio, ma che era lì, ferma e solenne, tetragona alle bufere del Secolo, nei secoli dei secoli, seduta tutt’intorno al Cupolone, vestita di porpora e di bianco, come le creature vive chiamate ad alti firmamenti dall’Altissimo. E invece no: il papa, signori e signore, può dimettersi, tra gli applausi (per me amari) di quanti han bandito il sacro dal mondo. Può andarsene, lasciare il posto come se fosse un amministratore delegato qualsiasi, un uomo e basta.  Roma senza Papa è come una carbonara sciapa di pecorino e pepe e i romani che ho incontrato io, anche quelli senza Dio e mangiapreti, sono testimoni vivi, in carne e sangue, dello scoramento che prende gli uomini quando un focolare, magari quello di Vesta, si spegne e non offre più conforto (a me) o, casomai pungolo. Oh, la mia povera Roma senza Papa, o meglio che di Papi ne avrà due, in una confusione, che i cardinali - e anche Padre Lombardi - vogliono squadrare, nelle parole sante della logica del mondo, far quotidiana realtà, addomesticare ma che resta, ohimè, un groviglio e un nodo nella storia lunghissima di Pietro.
Paola, dal Giappone, mi ha portato questi fiori di stoffa e io, in suo onore, ne ho cucito due piccole bennibags. Grazie Paola!
Ma basta con la malinconia perché, ieri, nella piazzetta della Madonna dei Monti che è un bacio alla bellezza, una certa mia conoscenza, grande e grossa e sempre spettinata, tutta quanta imbastita di romanità, nella sacra devozione alla pajata,  mi fa: “Aho, Estè, ma c’hai pensato, nun se po’ neanco più dì, morto ‘n Papa se ne fa n’artro…” E giù, insieme, una risata.  

Una Furga tutta per me


Trema il crepuscolo d’azzurro balugine, tra i rami neri, giapponesi nell’armonia celeste,  dei pini perduti, solitari nel gran pratone di verde velluto della villa romana. Io cammino, tornata bambina, in quella casa stregata, di giardini e terrazzi, dove tutto è passato, dove il presente sonnecchia e sbadiglia e dove il futuro in divisa pare in catene chiuso a chiave com’è nella stanza di perenne vergine sposa di Miss Havisham… Cammino, respirando il passato odoroso dei miei anni verdi quando, Ponti e Salini, si fuggiva a grappolo, nel terrore di schianto della banda della cicatrice. Giù, il cuore a battere nella strozza, a perdifiato, giù dal terrapieno degli acanti romani, a batter con suole  di sandali con gli occhiali sui ciottoli chiari dell’ingresso, difeso da una enigmatica statua acefala in stile ellenistico, e poi, inghiottiti nella bocca calda della porta di casa. Eran lampi, eran schianti, eran giorni  spavaldi, di coraggio e di fiato. Giorni bambini a sognare un futuro. Io, già allora, volevo giocar con le parole ed esser scrittrice. Vivian non so. Lei e io cercavamo tesori, scavando buche, lungo lo stradone in terra battuta che terminava nel ricamo color terracotta della cancellata che divideva noialtri dal mondo in mutamento, il nostro qui di focolare di Vesta, sempre acceso, dal lì, dove le automobili rotolavano, in un pazzo su e giù, lungo il Viale di Marco Polo…
I tesori eran sottoterra e lì li cercavamo, Vivian e io. “Oh tu che cosa compreresti?” “Io, la Furga castana”. “Quella alta?” “Sì, sì, sì”. Tre volte sì come Pietro al contrario. “Io, invece, mi comprerei il Dolce Forno”. Siam lì che scaviamo, Vivian e io, nel sole di un pomeriggio di miele. Siam lì, innocenti. E scava e riscava, il tesoro non c’è e noi siamo stanche e corriam via, farfalle al nuovo gioco. A mio padre, gli scavi costaron la coppa dell’olio, Vivian il Dolce Forno  l'ebbe in sogno e io  giammai una Furga tutta per me…

mercoledì 6 febbraio 2013

Buona giornata...

Una bennibag a Villa Aldobrandini.

Quando il cielo è color ragnatela e minaccia di aprir le cocche del lenzuolo, io, se devo andare un poco lontano a fare la spesa, per esempio fino all’Esquilino (che amo), preferisco tener le mani libere e allacciare sotto al mento un foulard di lana che è color mattone a fiori bianchi e celesti  e che mi fa rassomigliare tutta quanta, anima e viso, a una babuska russa. Non me ne curo, ché anzi esser antica mi piace e anche fuori moda... Così eccomi, convinta di non dare nell’occhio combinata come sono, a svicolar tra le auto che ricoprono in due file, da una parte e dall’altra, la via Panisperna. Sono diretta al Tuo, un discount vestito di verde che apre le sue porte a vetro accovacciato ai piedi di Santa Maria Maggiore. Il giro, col carrello, è sempre quello e non sto certo a spiegarlo a chi, come me, è condannato a farlo comunque. Così salto, a naso turato, la compra e la fila e figuratemi, carica, sulla via del ritorno, lungo la Via Cesare Balbo che è, nel sussiego d’ombra sua, piemontese come il Conte di Cavour. Trascino un trolley in coda e per mano due bennibags. Il ritorno, tra il saliscendi dei sampietrini, è pernicioso, sicché tengo gli occhi ben fermi al suolo. Giunta che sono lì dove la Via Panisperna incrocia il Boschettto vedo venir su dai Serpenti una certa signora di mia conoscenza, che è amabile, rotonda e sorridente al punto da far impallidire il sole. Con un rapido calcolo, io mi figuro l’incontro: io tutta pacchi e pesi in un canto nel sorriso suo. Con rapido guizzo, convinta di esser nel Carnevale in foulard, mi faccio anguilla e mi infilo a mano manca sulla Via del Boschetto. Il mio sospiro di sollievo si mozza nell’aria: “Ciao Ester!”, fa lei, ferma sulla via. Mi giro, “Ciao”, disinvolta e, punfete, giù le due bennibags, con sei uova dentro… Sorrido, al rimbazo. E lei, innocente: “Buona giornata!”…  

martedì 5 febbraio 2013

Forza Roma


Oh come è cambiato, da che sono arrivata io or sono vent’anni, questo bel Rione Monti, che ha per cancello il Colosseo, per spina dorsale una via intitolata (si fa per dire) al pane e al prosciutto e, in testa un ciuffo di verde, in palme e aranci, chiamato Villa Aldobrandini. E’ cambiato, eccome, il Rione, tutto quanto. Non ci sono più le botteghe degli artigiani, ma negozi vintage e vinerie e altro in più che mi pare, a volte, una stecca in partitura. La fontana della Piazza della Madonna dei Monti sembra andare a birra e vino… Dalla finestra della mia cucina non mi sorride più Gianna, che era sarta e aveva negli occhi il ponentino romano e in bocca il romanesco che traduceva (la Mimma, la mia Mimma era il mio vocabolario…) addormentarsi in addormirsi e insegnare in imparare. Non c’è più Gianna, ma ogni giorno visi nuovi di turisti, alcuni pesi altri in sorriso, nell’incognita del tempo in primavera. Per le strade del Rione, allora, c’era (e ora non più) un senza tetto che di nome faceva Angelo e piaceva a tutti, e a me tanto, perché, invece di chiedere, dava. A me, ad esempio, voleva allungar sempre gli spiccioli per comperare il latte al bambino. Morì e il cuore del Rione un poco insieme a lui. Ma ieri eccolo, rinato, nel giro eterno della Città Eterna. Camminavo sola di ritorno dal supermercato quando sento tutto il din don dan  che facevano, io bambina, le mucche, a Cala dei Gigli, nel campo verde di Tonino Corda.  Mi giro, un vecchietto, stropicciato, in color castagna, che pare uscito sano dalle favole dei Grimm: “Vole?”, mi fa. E un tipo, un Rugantino, disegnato da Pinelli, mi bisbiglia all’orecchio: “E’ pe’ svegliasse dar torpore de sti tempi buj”. Forza Roma. 

lunedì 4 febbraio 2013

Sull'autobus 83

Tavolara, laggiù; sulla destra una piramide e un dorso di gatto, a mano manca una lingua d'oro di sabbia...

Mettete una domenica sera d’inverno, spazzata dal vento di tramontana, in una Roma bruna, di cielo vicino, di rari passanti, in un 83 mezzo vuoto che dal centro di Piazza Barberini porta, danzando, nel percorso perduto tra tortuosi serpenti di vie, verso i quartieri eleganti  sdraiati tutt’intorno a Corso Trieste; proprio in quell’autobus lì, verso le cinque della sera,  ieri, c’ero io, vestita di rosso come i predestinati, diretta verso un luogo (che è anche persona…) che amo per esser, per me, frescura e riparo dell’anima mia, nella gratitudine del nume acceso. Sono lì tra tanti musi di uomini e donne, giovani e vecchi, che paiono la  fotografia della noia, io, perduta a rincorrer nel mio Dedalo, Medusa e Demetra e anche Biancarosa e Rosella, quando mi sento chiamare per nome, Ester, presente, più o meno! Mi volto: una zia che non vedevo da anni, la zia, cara al mio cuore, che mi ha insegnato a cucire e che mi portava, bambina, con sé, lungo la spina dorsale d’Italia, verso i cespugli gelati del Nord… Di ricordi, non una parola, come se tutto il vissuto nostro fosse precipitato nella Geenna e dimenticato. Mi ha parlato invece, e molto, di figli e nipoti, con un'allegria che mi metteva, non so dir perché, tanta malinconia. Nel parlare, girava il capo all’ingiù , con gli occhi d'acqua, buttati per terra, sicché io di quel che diceva ho capito due parole su cinque. Quando è scesa, a Piazza Fiume, mi pareva di vederla camminar nella folla di persone squadrate in triboli e problemi: le stesse  persone che le toglievan la voce... Vabbè, mi sono detta, torno al mio centro. E mentre  mettevo nel cassetto il tu per tu con il mio passato, ho sentito tutt'intorno un chiacchiericcio argentino e risate di gente felice. Mi sono girata e ho visto tante sorelle, giovani tutte quante, dal velo bianco o celeste a seconda - penso - del grado; in viso la serenità e tanta,  tanta voce  in inglese mozzo, la voce che mancava a mia zia... 

sabato 2 febbraio 2013

Luna cretese

Sotto la mia luna cretese, con una bennibag...

Io so che siam noi gli altri; io so, perché non son psicologa (ma con l’anima mia, vicina, parlante, sono sempre a tu per tu nel profondo senso del mio scrivere…) che degli altri siamo soliti odiar con forza ciò che ritroviam, ben celato, in noi, ciò che, sotto sotto, ci appartiene; io so che a sbatter porte sul naso all’altrui miseria si finisce per finir sbattuti, nella menzogna di quel che, nel silenzio nostro, neghiamo. Io so tutto questo e altro ancora e anche di più, ma difficile è poi ritornar nel mondo, camminando tra gli ostacoli e nel periglio, nelle vie trafficate di ipocrisie, e squadrar sapienza e luce lì dove il groviglio d’ombre ci fa, inconsapevoli e reattivi, pellegrini, incarnati, umani. Io so tutto questo e, nel serpente che indossa le ali bianche di Ippocrate, altro ancora, nella scintilla della consapevolezza che brucia il vano e lascia l’essenziale. So tutto e anche di più, ma nel viver mi confondo e scambio questo e quello in un eterno rubamazzetto. Lo so che il mio è scrivere oscuro, lo so, non me ne abbiate a male, ma il dente duole e occorre che io accenda il lume negli angoli deserti e indossi pure panni che non amo. E mentre sono lì che squaderno l’invisibile, come mi è d’uso, nel ragionare sott’acqua dell’anima alla fonte, squilla il cellulare. Pesco nella borsa, con l’affanno mio solito; emerge il telefonino, il numero è sconosciuto. Rispondo: “Ovvia, non dirmi che dormivi?”. “No”, rispondo a mia madre, e mogia mi faccio orecchio grande di notizie piccole, che sono, però, il sugo della vita.   

venerdì 1 febbraio 2013

Principe del Carnevale


Arriva febbraio, in alta uniforme, con il pennacchio a coda di cavallo, nero di carbone, a pender sulle spalle come dall’elmo di un gran corazziere del Quirinale; arriva febbraio, sacro al sole, tutto serio, un poco imbronciato, come un professore in loden che ha dimenticato, però, di mettersi il cappello. Arriva febbraio, nel sole della speranza per questa nostra Italia dove non si contan più i disoccupati, dove i ragazzi  fanno le ricerche  su wikipedia, dove le banche sono marchese e i marchesi straccioni; un’Italia che dimagrisce nella dieta della crisi, dove persino i pacchi per i poveri, un tempo pingui di stracci,  sono magri nella Chiesa di San Quirico e Giulitta ai Fori…
Arriva febbraio e soffia la speranza nelle urne per alcuni (per altri no). Arriva febbraio, si vota, si vota è tempo di cambiare. E mentre ascolto questo e quello, Bersani e Monti e Berlusconi e Ingroia - di destra e di sinistra (tanto che cosa fa…) - mi par di veder dietro al serio febbraio nostro, presidente e professore e anche cavaliere, il suo gemello buffo, nei panni di Arlecchino, nel viso suo, di biacca, c'è il riso di Pan , in una pioggia di coriandoli, nel profumo di frappe e castagnole: principe del Carnevale.