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mercoledì 2 gennaio 2013

Roma capoccia

Io, quando si tratta di far da guida nella mia Roma che amo, non mi tiro mai indietro. Figuriamoci se a chiederlo è Marco... Così, oggi pomeriggio, nel cielo sfilacciato di nubi sciolte in un pentolone grigio, eccomi in compagnia del fratello brasiliano, di sua moglie, tutta occhi e capelli, e dei due nipoti che erano, fino a ieri, piccolini e che oggi mi potrebbero mangiar gli spaghetti in testa. O almeno uno dei due, ché l'altro, vivaddio, è ancora nel guscio dell'innocenza e piccolo e biondo che pare appena uscito dal film l'Incompreso, nella parte, s'intende del fratellino minore. Vabbè, siamo tutti quanti sotto alla colonna traiana e io, dai, a spiegar festante che cos'è l'anello del pescatore che passa, dai tempi di Pietro, da un Pontefice all'altro e che cosa significa pontifex e altre amenità intinte nei tanti (troppi?) libri che ho letto in anni di fame vorace di verità, inseguendo gli intricati miei pensieri alati, perduti nel labirinto che, a volte, mi par di veder diritto, stirato tutto quanto nel sole... Parlo, parlo. Iquinho? Primo sbadiglio. Uno sbadiglio così grande e nero che mi par di vedere fin giù, nel fondo.Mi viene un poco da ridere (la madre ride già), ma, via, animo e gambe nello zaino, si va verso la Piazza Venezia a caccia di Medusa e del gatto sul tetto di Via della Gatta. Vado a colpo sicuro. Almeno credo, ché, di questi tempi, non si può esser sicuri proprio di nulla. Ovvia, mi dico, sono i miei cavalli di battaglia, ideuzze niente male (secondo me) per metter sale, pepe nella storia e spolverare un velo di parmigiano sulle rovine dei Fori.  La Medusa sulla facciata del Palazzo che abitò la mamma di Napoleone? E chi è, la Medusa? Iquinho, due sbadigli.. E il gatto sul cornicione di Palazzo Grazioli? Iquinho, lo scova una decina di minuti dopo sua madre e il mio entusiasmo sembra una pallina di gelato squagliato. Conto il terzo sbadiglio, ma, imbandierata di buona volontà come sono, ci riprovo con l'elefantino di Bernini nel suo sogno bianco, elegante, davanti alla Minerva. Quarto sbadiglio di Iquinho, evviva. Al Pantheon, taccio.Volevo raccontar della bela Rusin e di Raffaello, ma lascio perdere e mentre sono lì davanti alla bocca del gran tempio dedicato a tutti gli dei, zitta zitta, sulla lingua una presa di sale, Iquinho si avvicina e, nel silenzio nostro, mio e suo, mi par di parlare con lui soltanto, in questa Roma grigia e triste (come l'ha raccontata lui...), sgomenta, sembra, nel nuovo anno, una Roma  che ho cercato, invano, di colorare  per lui....

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