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giovedì 24 gennaio 2013

Le erbe dell'Eva


In un  gennaio di pallida nebbia di molti anni fa, nel casolare di nonna Stella che respirava silente, nel suo bel vestito color cipria chiara, tra i campi friulani  di San Giuliano, c’eravamo noi, tutti e cinque piccoli Ponti, a passar, nella noia elegante di giornate senza fine, gli spiccioli delle vacanze di Natale. Ognuno, si sa, perduto nei casi suoi. I gemelli non so, Sara di certo seduta sul cavallo di velluto nero dello zio Seba. Marco e io a giocare in giardino, tra l’albero di ciliegio (secco nel suo torpore invernale), la vasca di marmo e la fontana fredda, nascosta tra i pioppi antichi di un boschetto romito dove il freddo, come l’acqua, pungeva dita e anima.
Gatto nero a Cala dei Gigli
Un giorno, a turbar la quiete delle giornate in fotocopia, a Marco scoppiò sotto al piede una scarlatta tallonite che il dottor Bisigato non seppe punto curare. Il piede, gonfio, doleva e la Lilli, per me vecchia come i pioppi del bosco, disse a mia madre che c’era la Eva e che solo le erbe sue avrebbero portato via il male. Eccoci, in tre - Marco, mia madre e io piccolina - nel filar bianco ricamato sul sipario scuro della sera, diretti a casa della Eva. Friggevo dalla voglia di vederla, la Eva e chiedevo a mia madre alla guida, un minuto e anche l’altro: “Quanto manca? E allora?”. Manca, manca. La macchina andava nel filo d’argento; l’emozione mia, non so come, si trasformò in sonno di porporina di fata. Non vidi la strega, la casa, solo sognata. Ma Marco, curato, lui sì l’ho visto e anche, sul piede, le erbe dell’Eva…  

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