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domenica 27 gennaio 2013

Gonne all'Istituto Mater Dei


Bambina, leggevo l’ora, al mattino presto, di tra i raggi che filtravano, magri, dalle serrande chiuse. Alle sette ero in piedi e giù dabbasso a fare il pane abbrustolito per i fratelli che arrivavano tardi, in corsa, con gli occhi acciaccati di sonno, accompagnati dagli urli di mia madre. Io, io non avevo sveglia, se non la mia personale smania interiore fatta di lancette e d’anima. Era la  mia, una fretta contromano di andare a scuola. Fuggivo forse di casa e dalla legge dei gemelli o, forse, fuggivo perché, infilata nell’uniforme bianca e blu dell’Istituto Mater Dei, si stemperava, quieta, la mia ricerca; il filo d’Arianna, perduto nel labirinto, dormiva nella pia illusione di essere io come le altre, un granello dell’armonia che tutto avvolge…
Uno scorcio, mio, della Padova bella

Non mi pesava metter la divisa, ché anzi l’elegante monotonia del bianco e del blu era respiro di sollievo e vacanza rotonda dalla vanità del mondo. Nella mia gonna a pieghe, comprata da Zingone al Pantheon ritrovavo, inconsapevole nei miei anni verdi, l’eterno ritorno, il mistero domestico che si svelava a me soltanto in quel frusciar di stoffe leggere a batter sulle ginocchia nude. L’ho ritrovata, ieri, la mia gonna, nel baule di nonna Stella che mangia i vestiti e il tempo nel mio salone di sole e di ombra. E nel veder quel tenero panno d’infanzia, eccomi di nuovo a scuola, con le compagne, nel bagno delle grandi, mentre la Rossi Perduti si arrotola la sottana, tale e quale alla mia, sulla vita per mostrar le gambe ai ragazzi del De Merode. “Oh, fallo anche tu!”, mi disse lei, distratta, ma la mia gonna rimase lì dove era e ancora adesso mi par che mi ringrazi.    

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