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martedì 22 gennaio 2013

A lezione da Talleyrand


Mi fa un baffo a me chi, perché ha studiato magari storia dell’arte, si fa chiamar dottore; chi mette sulla mail titoli e lauree abbreviate e col singhiozzo; chi usa la parola presidente per far spazio tra sé e l’umanità, e magari per sentirsi superiore, profumato alla pesca e chissà chi. L’uomo, per me, si misura, non sulle parole che lo fan grande, ma tutto quanto rotondo, nella vita, in ciò che fa, in quel che dice, nelle scelte che opera ogni giorno lungo il cammino, tra le pietre del viaggio, alla ricerca del Graal. Io, di tra la nebbia delle cose umane che sono messe lì apposta, mi pare, per confonder le idee e ribaltare il vero, mettendolo a gambe in su, so dir di una persona il valore dai particolari piccolini che sembran paggi all’azione grande, agli allori, ai troni del mondo e che sono invece nutrimento e sostanza della vita vera. Ieri, ad esempio, per certe grane famigliari mi sono recata, insieme a un parente prossimo, da un notaio romano che ha per occhi due pietre azzurre e un braccio destro nella persona di una signora di una certa età che è stata per me, durante gli anni difficili della successione, una madre. In tutto, la signora mostra chi è, ma cieco era il famigliare mio, che, mentre siamo lì in anticamera, sedute su un sofà, mi soffia nell’orecchio: “Ma è signora o dottoressa?”. E a me, per il filo di perle che è il mio pensiero, mi è venuto in mente Talleyrand che era zoppo e alto un perù e che è stato, in sé la storia della Francia, a partir dall’ancien regime fino a Napoleone, a chi gli chiedeva, ma, ditemi, voscenza, come dobbiamo chiamarla: eccellenza serenissima, sua magnificenza, rispose, secco: “Ma chiamatemi Talleyrand”. 

1 commento:

  1. Evviva! Evviva tutti quelli che badano alla sostanza e non all'apparenza.....anche se sono la minoranza.
    :) molto divertente questo post cara Ester.
    Buona giornata Rita

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