Pagine

mercoledì 30 gennaio 2013

Amiche per sempre


Ci siamo trovate, lei e io, in un baretto bianco seduto sul  vispo marciapiede di Viale Libia. Eravamo fanciulle, siamo donne; io precipitata nell’Ade e rinata, nel mistero del mito, Demetra, lei ancora Persefone, nei ricci dei capelli neri che paiono le serpi di Medusa, seduta in due occhi chiari (ma come mai, mi dico, li ricordavo, io, scuri…) che  sembran guardare alla soglia, la mia, con un tremito misto di desiderio e paura…
Io, nel mio azzurro, scendo nella  gran cisterna di Istambul, a  cercar le forme di Medusa...
 Ci siamo trovate, nel bello di quello che ci è accaduto negli anni, i figli e la vita, io e lei, come allora, a Siviglia, e non avevamo, entrambe fanciulle, che due decine d’anni. Nel balzo del tempo a ritroso che mangia il confine del fiume, siamo di nuovo, nella memoria mia accesa, io e lei, nel Barrio di Santa Cruz, cercando una stanza per due, ché lei ha il cuore gitano e io, in un pensiero catalano, tutta quanta nel ricamo bianco del Guadalquivir. Siamo lì, nella sera, dentro e fuori case silenti dove si affittano stanze. Ce ne sono in alto, al confine col cielo, nei candidi merletti dei musi di muro; e ce ne sono in basso, cullate dall’acqua che sgorga in fontana nell’ombra del patio che è cuore alla casa. Io, nello spirito alato, dico su, su, con le finestre aperte sul cielo. Lei (e aveva ragione…), giù, dabbasso, nella frescura, nel buio, nell’Ade. Sapeva allora (e io no), ciò che fatica a ricordare ora, travolta com’è dal sole  d’agosto che cucina la nostra amara modernità senza radici… 

martedì 29 gennaio 2013

Le mie bidelle al Mater Dei


Io, Porta a Porta, nel suo azzurro tra le nuvole, non lo guardo proprio, ma non per principi politici o per antipatia, sia chiaro; non lo guardo solo perché a quell’ora là - che delizia angelica - sono già, come diceva nonna Stella, al Teatro Bianchini a letto sotto i cuscini, sicché ieri mi sono perduta il viso a viso degli occhiali di Gelmini e Finocchiaro e anche, di grazia, la battuta della senatrice del Pd sulle bidelle. Non so che ricordo aveva lei, la Finocchiaro, ma io, le bidelle mie, del cuore, al Mater Dei, le ricordo tutte, faccia, grembiule e tutto quanto. Alle elementari, c’era Velia, scura di capelli, chiara di sorriso. Portava, senza saperlo, il nome di una città antica, perduta nella Magna Grecia, che mi sono sempre proposta di visitare e dove non sono andata mai: alle superiori, ecco Olga, che aveva gli occhi turchini e la grazia di una madonnella. Un ricordo, un ricordo, preso al volo e tenuto in cielo, come fosse un aquilone! Ho preso dalla Biblioteca scolastica (una madia panciuta, a vetro in una stanzuccia che ora è, credo, del verde British Council…) un libro che parlava di bimbi e d’acqua. Il titolo, anche a cercar su Google (come ho fatto) non lo ricordo proprio, ma era verde, a righe mi pare, la copertina, con su dei bambini, a naso turato, i piedi a batter nelle profondità del mare. E’ tempo di restituirlo, oddio, dov’è. Cerco nella cartella, il cuore nella strozza. Non c’è, non c’è. “Cerchi questo?, mi domandò la Olga, giunta, silente, alle mie spalle…

domenica 27 gennaio 2013

Gonne all'Istituto Mater Dei


Bambina, leggevo l’ora, al mattino presto, di tra i raggi che filtravano, magri, dalle serrande chiuse. Alle sette ero in piedi e giù dabbasso a fare il pane abbrustolito per i fratelli che arrivavano tardi, in corsa, con gli occhi acciaccati di sonno, accompagnati dagli urli di mia madre. Io, io non avevo sveglia, se non la mia personale smania interiore fatta di lancette e d’anima. Era la  mia, una fretta contromano di andare a scuola. Fuggivo forse di casa e dalla legge dei gemelli o, forse, fuggivo perché, infilata nell’uniforme bianca e blu dell’Istituto Mater Dei, si stemperava, quieta, la mia ricerca; il filo d’Arianna, perduto nel labirinto, dormiva nella pia illusione di essere io come le altre, un granello dell’armonia che tutto avvolge…
Uno scorcio, mio, della Padova bella

Non mi pesava metter la divisa, ché anzi l’elegante monotonia del bianco e del blu era respiro di sollievo e vacanza rotonda dalla vanità del mondo. Nella mia gonna a pieghe, comprata da Zingone al Pantheon ritrovavo, inconsapevole nei miei anni verdi, l’eterno ritorno, il mistero domestico che si svelava a me soltanto in quel frusciar di stoffe leggere a batter sulle ginocchia nude. L’ho ritrovata, ieri, la mia gonna, nel baule di nonna Stella che mangia i vestiti e il tempo nel mio salone di sole e di ombra. E nel veder quel tenero panno d’infanzia, eccomi di nuovo a scuola, con le compagne, nel bagno delle grandi, mentre la Rossi Perduti si arrotola la sottana, tale e quale alla mia, sulla vita per mostrar le gambe ai ragazzi del De Merode. “Oh, fallo anche tu!”, mi disse lei, distratta, ma la mia gonna rimase lì dove era e ancora adesso mi par che mi ringrazi.    

venerdì 25 gennaio 2013

Il petrolio di Ardito


Stiravo, questo pomeriggio, le magliette di mio figlio, nelle orecchie le storie (belle) di Geo e Geo, tanto per non starmene da sola. Oh tu guarda, mi dico, i coltelli di Pattada, di corno e lama! E poi, subito dopo, pestando col ferro su un golfino mio, oh tu guarda: parlano di Ardito Desio. Io, Ardito Desio l’ho conosciuto in carne e sangue. Scordarlo, anche volendo, impossibile, ché era piccolo così, già vecchio di novant’anni e forse più, ma diritto e grillo e sveglio come il ragazzino che era in cuore. Lo premiava, mi pare, il Fogolar Furlan nella persona di Adriano Degano, presidente, vecchiotto pure lui, ma con una criniera da leone quanto a forza e coraggio, uno che, da che mi ricordo di lui, si batte per dar palpito romano a quanti (come un pochino anche io...) si portano addosso il Carso e la grazia semplice delle terre friulane. Diavolo d’un Degano, una ne fa e cento altre ne pensa (ancora oggi…) per celebrare il suo Friuli! E un bel giorno, ecco premiato il conquistatore del K2. Ci sono anche io, tra tanti, e al piccolo eroe  delle montagne strappo anche un’intervista che conservato non ho (sospiro...), ma nell’archivio del Gazzettino ci deve pur essere… Di che cosa parlammo, non lo ricordo punto. Ma una cosa, sì, la ricordo e ve la regalo così come mi fu raccontata. Mi disse che lui, in Libia, sotto al deserto di sabbia e polvere, aveva scoperto, per primo, il petrolio e che aveva tracciato delle mappe e che le aveva consegnate a Mussolini, ma c’era la guerra, la Seconda, e l’Italia non aveva neanche le scarpe e poi la guerra si perse. Di quell’avventura nel deserto, lontano dalle sue montagne, la figlia, credo, conserva una bottiglia d’olio nero. Le mappe no, quelle se le portarono  via gli americani...

giovedì 24 gennaio 2013

Le erbe dell'Eva


In un  gennaio di pallida nebbia di molti anni fa, nel casolare di nonna Stella che respirava silente, nel suo bel vestito color cipria chiara, tra i campi friulani  di San Giuliano, c’eravamo noi, tutti e cinque piccoli Ponti, a passar, nella noia elegante di giornate senza fine, gli spiccioli delle vacanze di Natale. Ognuno, si sa, perduto nei casi suoi. I gemelli non so, Sara di certo seduta sul cavallo di velluto nero dello zio Seba. Marco e io a giocare in giardino, tra l’albero di ciliegio (secco nel suo torpore invernale), la vasca di marmo e la fontana fredda, nascosta tra i pioppi antichi di un boschetto romito dove il freddo, come l’acqua, pungeva dita e anima.
Gatto nero a Cala dei Gigli
Un giorno, a turbar la quiete delle giornate in fotocopia, a Marco scoppiò sotto al piede una scarlatta tallonite che il dottor Bisigato non seppe punto curare. Il piede, gonfio, doleva e la Lilli, per me vecchia come i pioppi del bosco, disse a mia madre che c’era la Eva e che solo le erbe sue avrebbero portato via il male. Eccoci, in tre - Marco, mia madre e io piccolina - nel filar bianco ricamato sul sipario scuro della sera, diretti a casa della Eva. Friggevo dalla voglia di vederla, la Eva e chiedevo a mia madre alla guida, un minuto e anche l’altro: “Quanto manca? E allora?”. Manca, manca. La macchina andava nel filo d’argento; l’emozione mia, non so come, si trasformò in sonno di porporina di fata. Non vidi la strega, la casa, solo sognata. Ma Marco, curato, lui sì l’ho visto e anche, sul piede, le erbe dell’Eva…  

martedì 22 gennaio 2013

A lezione da Talleyrand


Mi fa un baffo a me chi, perché ha studiato magari storia dell’arte, si fa chiamar dottore; chi mette sulla mail titoli e lauree abbreviate e col singhiozzo; chi usa la parola presidente per far spazio tra sé e l’umanità, e magari per sentirsi superiore, profumato alla pesca e chissà chi. L’uomo, per me, si misura, non sulle parole che lo fan grande, ma tutto quanto rotondo, nella vita, in ciò che fa, in quel che dice, nelle scelte che opera ogni giorno lungo il cammino, tra le pietre del viaggio, alla ricerca del Graal. Io, di tra la nebbia delle cose umane che sono messe lì apposta, mi pare, per confonder le idee e ribaltare il vero, mettendolo a gambe in su, so dir di una persona il valore dai particolari piccolini che sembran paggi all’azione grande, agli allori, ai troni del mondo e che sono invece nutrimento e sostanza della vita vera. Ieri, ad esempio, per certe grane famigliari mi sono recata, insieme a un parente prossimo, da un notaio romano che ha per occhi due pietre azzurre e un braccio destro nella persona di una signora di una certa età che è stata per me, durante gli anni difficili della successione, una madre. In tutto, la signora mostra chi è, ma cieco era il famigliare mio, che, mentre siamo lì in anticamera, sedute su un sofà, mi soffia nell’orecchio: “Ma è signora o dottoressa?”. E a me, per il filo di perle che è il mio pensiero, mi è venuto in mente Talleyrand che era zoppo e alto un perù e che è stato, in sé la storia della Francia, a partir dall’ancien regime fino a Napoleone, a chi gli chiedeva, ma, ditemi, voscenza, come dobbiamo chiamarla: eccellenza serenissima, sua magnificenza, rispose, secco: “Ma chiamatemi Talleyrand”. 

domenica 20 gennaio 2013

Giornalisti dopo la fine del mondo


Mi sa tanto, ma spero di sbagliarmi, che la professione mia (il giornalismo), mentre io me ne stavo prima in cassa integrazione e poi in disoccupazione - cioè in letargo, perduta tra un post e le bennibags – è cambiata, se è vero, come è vero per averlo io sentito con le mie orecchie vive, schiette, che oramai i giornalisti se ne vanno in giro a cercare conforto alle notizie date loro, in redazione, da direttori e capiredattori. Ovvia, si scherza, vero? Sento già i miei pochi lettori scalpitare, oh mica siamo in mano a tanti leccazampe?  E, siccome a me piace raccontar il grande con il piccolo, ecco perché ho scritto quanto sopra. Figuratemi, in compagnia di un caro amico libraio, al mercatino domenicale sotto i portici di marmo di Piazza Augusto Imperatore, con la tomba di Ottaviano (che pare una collina) sul naso e Roma, intorno, tutta bagnata.  Dunque siam lì, io e Giampaolo, a vendere il primo racconto di Italo Calvino (che pare scritto da Franz Kafka) e un tomo grande e rosso porpora che contiene tutto il processo Fadda, quando si avvicina, al seguito l’operatore, una certa giornalista del TG1 (che in video io non ho mai visto, ma tant’è) che è a caccia dei mercatini della miseria. “E’ qui che si viene a vendere l’argenteria per arrivare a fine mese?”, ci chiede, ingenua, sul serio. Giampaolo, senza una piega, le spiega (alla giornalista!) che la legge Bassanini vieta ai privati di stendere al ghiribizzo proprio un tappeto per vender mercanzie e che il banco si paga qui come altrove. E lei, meschina, ci confessa che la notizia dei mercatini della fame, prima di lasciar la redazione, l’aveva già in saccoccia, fatta pacchetto d’oro dal suo superiore e che "oramai si fa sempre così". Notizie sotto vuoto, in barattolo, liofilizzate, congelate o fate voi, solo da riempir di immagini e parole e olè…

sabato 19 gennaio 2013

Capelli di neve


In un’estate d’argento, perduta nel gomitolo del tempo che non ritorna, ci sono io, piccola; e con me c’è Silvia, piccola come me, e come me bionda. Io, fratelli, a scialare. Silvia soltanto uno, Carlo, ma tutti lo chiamavano Carletto ed era uno come tanti, i capelli color castagna, la faccia un po’ così; uno qualsiasi, se non fosse che, sulla nuca, lì dove la capigliatura si scioglie sul collo chiaro, aveva un ciuffetto di capelli color panna, pallidi, teneri, un vezzo che mi incuriosiva assai. Perché mai la natura, o Dio, gli avesse concesso quella scintilla di neve in mezzo a tanto bruno, io non me lo spiegavo proprio e, appena potevo, sbirciavo di sottecchi quel piccolo, ai miei occhi, portento. Lo ritrovai molti anni dopo al Mater Dei nella personcina magra di una ragazzina russa che arrivò, avvolta di mistero, in non so più che classe sotto la mia. La massa di capelli dietro erano lunghi, castani, né più né meno di quelli nostri che pure erano sempre raccolti in trecce e code di cavallo e i suoi manco per niente. Ma davanti… davanti aveva due frezze bianche che parevano due ali di colomba e che le ricadevano sul naso in turbine di neve. E oggi, come allora, persa tra i miei pensieri d’argento inseguo, nel mio personale quadretto del mondo, quel mistero candido. E mi par di vedere la vita vera, eterna , antica, bianca , spruzzar di sale il mutamento...   

martedì 15 gennaio 2013

Era una notte buia e tempestosa

Ci sono giorni in cui il mondo, con tutte le sue grane in forma di aspro grappolo d'uva, senza la grazia dei pampini, pare precipitar sul collo e sulla schiena mia, ma anche di altri, si sa, e mal comune mezzo gaudio, olè. C'è il notaio da chiamare e l'avvocato che aspetta al cellulare perché certi editori mi han scippato, senza pagarmi, una traduzione sana, mia da dieci anni per la delicata questione dei diritti d'autore, e che ora è già un libro loro, con la copertina nero seppia, bello, uno dei tanti della collana Lama nero,  che costa tanto e quanto e olè; e non dimenticar, Ester, che si stringono i tempi per firmare il contratto sardo e che la mia Cinquecento, color neve e vecchia e tossicchiante, deve passar, ohilei, la revisione! La testa mi gira nel turbine, mentre stiro questo e quello (invano) per farne materiale lavorato e pronto per essere archiviato in certe cartelline a righe che ho acquistato da Lidl qualche tempo fa e che, aperte, sembrano, vezzose, schiacciarmi un occhiolino...
Sono lì tutta presa dal filo arrotolato delle cose e dei conti che sembran non tornare mai, quando, la porta mi chiama.. Suonano. Corro lungo il corridoio, intanto schiaccio contro l'orecchio il telefonino e parlo con un agente Tecnocasa che, fin dalla voce, mi pare uno da invitare a cena. Suonano, impazienti. "Mi scusi, mi scusi, caro Vincenzo...". E ripeto la domanda: "Chi è?" Nessuna risposta, ma, dopo una manciata di secondi, il campanello, drin, torna a chiamarmi ad alta voce e anzi sembra impennarsi, come un poco seccato. Ho finito di parlare con Vincenzo, passo e chiudo e mi dedico al mio misterioso amico muto dall'altra parte dell'uscio. "Chi è?, torno a chiedere. Finalmente arriva una voce: "Senta, sono qui da mezz'ora ad aspettare i comodi suoi. Mi dica, che cosa aspetta ad aprire? Ho la fortuna in mano per lei e lei se ne sta lì a cucir le pezze d'Arlecchino, son cose, via...". Un sospiro. Pure.  Io, basita, torno a chiedere e quasi zagaglio: "Sì', ma lei chi è?". La risposta imbronciata, lo giuro, è stata: "Bè, glielo dirò quando mi aprirà la porta e saprò chi è lei!". La porta non l'ho aperta, potete giurarci, ma dall'abbaino aperto sul pianerottolo ho veduto andare via un tipo cui mancava il cappello floscio e rosso, da nano, per sembrare Rumpelstilskin. Insieme con la fortuna, quel personaggio uscito paro dalla fiaba di Biancarosa e Rosella (che amavo...) si è portato via il mio malumore. Il mondo, lo so, può sempre attendere, basta farci su il teorema di Pitagora...

domenica 13 gennaio 2013

Nel mistero di Pessoa


Trascorrevo, ragazza, ore lunghe di studio e di pensiero nella Biblioteca nazionale di Lisbona che, al mio ricordo (ma non so) era tutta quanta di vetro, trasparente, libri come fiori, pura nel vento salato che saliva, in turbine, dalla Baixa, nella danza delle nuvole lassù. A mangiare, in mensa, ché ancora conservo, con la foto mia in sorriso di primavera, la tessera plasticata che si mostrava, entrando, per mangiare che cosa  non so più. Non certo i mariscos che eran la mia cena, con Zé Praça,  in un ristorantino di Cascais, piccolo, nel verde, sotto un tetto di canne.
Quasi alla meta, la laurea già in borsetta, studiavo, perduta nella chimera, cercando, nei microfilm del lascito Pessoa, il mio filo d’Arianna. E lo trovai in un brano di prosa poetica del Libro dell’Inquietudine che doveva ancora esser tradotto, con pezzetti in arlecchino, scelti (ché altrimenti come fare…) da Antonio Tabucchi. Per me “Il Libro dell’Inquietudine” era “O livro do desassosego” e così è rimasto, nel tempo, in poco ordine, color rosso e d’arancio la copertina delle edizioni Atica, nella libreria di casa mia. Oddio, le mastico a memoria,  oggi, come allora le mie nuvole del Porto di Lisbona! “Nuvens hoje tenho consciencia do ceu…”.
E' proprio Joao Gaspar Simoes...
Per cercar la luce nel gran groviglio degli eteronimi del mio Pessoa, mi feci coraggio, studentessa, e, preso dall’elenco telefonico il numero di Joao Gaspar Simoes, che di Pessoa era biografo e forse un poco amico, lo chiamai. All’appuntamento, un giorno appena dopo, arrivai con quel timor reverenziale, al gusto di paura, che, verde, avrei provato a incontrar Pessoa vivo, in carne (poca) e sangue, al caffè Brasileira… Suonai il campanello. Mi aprì un omino rotondo, allegro, due lenti d’occhiale a sfarfallar sul naso. Mi sciolsi e il pomeriggio volò via, nel riso, mentre ancora oggi non ho letto, lo confesso, la monumentale sua biografia di Fernando Pessoa. Me la donò nella sera che scendeva, nel profumo della cena, con un sorriso largo, scrivendoci sopra non so neanche dir perché: “Para a Ester que sabe”.   

giovedì 10 gennaio 2013

Diana a Cala dei Gigli

Questo è il link per affittare la casa di Cala dei Gigli: http://www.housetrip.com/it/alloggi-in-affitto/153278, la mia anima in affitto...


A Cala dei Gigli, d’inverno, la villa solitaria, arrampicata sul braccio sinistro della baia, con Tavolara sul naso,  dormiva il suo sonno nero nell’attesa che la Sardegna, benedetta, fiorisse in verde, di maggio, per farsi rena e mare azzurro durante i lunghi mesi estivi che tutti noi, piccoli e grandi Ponti, trascorrevamo a schiena al sole, senza televisione, senza computer, senza niente, in quella solitudine di gabbiani e natura. Allora, in quei lontanissimi anni Sessanta in bianco e nero, in Sardegna andavano soltanto i matti, i quattroquarti e i tedeschi. A Porto Cervo, appena nata come Venere dalla spuma delle onde, c’era un marchese (credo) veneziano che portava un nome pieno di rose, con l’accento sulla a, come s’usa in laguna. Per antica snobberia dogale, non aveva voluto asfaltar la strada che portava alla spiaggia, tenendola di sassetti e polvere, per evitare che il turismo la ferisse. Non bastò…
I miei gilgolu...
Segreta e nascosta rimase Cala dei Gigli per molti e molti anni. Io, bambina, adolescente e poco più, alla domanda: “Dove vai al mare?”, non rispondevo, come le mie amiche, come carezza, a Porto Ercole, Anzio, Forte dei Marmi, ma, a scivolo, mangiando le vocali: “Cala dei Gigli”. Leggevo lo sgomento nello sguardo (e dov’è questo posto?), una tossetta racchia in gola (neanche andassi, in tuta dell’Ellesse, a sciare in Feniglia…), e poi, girando a destra, via a parlar, britannico, della pioggia che non passa mai. Tutto cambiò, ricordo, quando Lady Diana, allora ancora moglie di Carlo e madre di due bambini piccoli, arrivò in un siluro bianco da cento cavalli, ai sassi piatti (che altri chiamavano gli scogli lisci, ma che fa…). Avevo ventidue anni circa, in tempo per capire, ridendo, che le cose – anche il Paradiso -  diventan d’ossa, sangue e vere se qualcuno, dall’alto del suo Perù, le dichiara vive…    

mercoledì 9 gennaio 2013

Una capriola in cielo


Bambina, rotolavo, capriolando, giù per la discesina  ricamata d’erba verde e di pratoline (in primavera) del pratone, che,  in tenero declivio, sfiniva in un promontorio, difeso da un muretto alto come me piccola, che  s’impettiva, impreziosito da due alberi d’arancio, sul roseto stento in confine con il campetto da pallone.
Il capo mi doleva al contatto con la terra dura, in quel rapido girare, nella serpe dei capelli biondi, ma era tanta la gioia che mi dava lo stordimento di quella palestra matta e tanto il piacere di vedere il mondo a testa in giù, che mi pareva – ora lo so - in un lampo, di veder tutta quanta intera, rotonda, la verità che nel mondo giocava a nascondino con i grandi, ciechi e sordi, per me, all’incanto del cielo fatto terra che si apriva agli occhi miei aperti e chiari. Testa e piedi in un riccio mentre la scintilla, io ignara, s’accendeva già allora. Ho ritrovato le mie capriole dimenticate in un film, ieri sera,  che vedevo, in sonno mio precoce, seduta sul divano. Di tutta la pellicola (che è di Nanni Moretti), solo le capriole di un bambino mi sovvengono; le sue, come le mie, nell’armonia celeste delle radici ritrovate.

domenica 6 gennaio 2013

Befana, ciao ciao



Nel pigro dopopranzo di questa domenica, quando mi pareva di aver mangiato sassi imburrati e non rape rosse  condite con l'aceto balsamico di Modena, proprio quando non avevo voglia neppure di cucire una benniposh e anche un film in televisione mi era duro a digerire come i sassi di cui sopra, mi ha chiamata, come fa sovente, un certo zio di una certa età, che cammina spedito vergo i novanta, dalla sponda lontana dei suoi gagliardi ottanta. Io non so se lo zio ci fa o ci è, ma le domande sono il pane suo e io, non so perché mi ha scelta nel mazzo, la sua sibilla cumana. Mi chiede, ricordandomi l'antica professione (i cui panni io, secondo lui, ho cucito addosso come una camicia di forza), i percome della politica e di questo e di quello, e Grillo e Monti e Berlusconi, e delle elezioni e di ogni altra diavoleria in salsa di riforme e controriforme che già masticavo a stento quando dovevo scriverci su le mie belle sessanta righe. E io, frugando nella memoria (quasi perduta...) di quando ero giornalista professionista in un quotidiano, cerco, a tentoni, di fornirgli le risposte e punti a capo. Lui incalza, alzando il tiro e io gli rispondo con una schiacciata al tennis, sperando di sgusciar via nel mio riposo. Ma oggi che mi ha chiamata anche per augurarmi buona befana, mi ha regalato un minuto di pura ilarità quando, serio serio, mi ha detto che lui si è scocciato di tutti questi vecchioni e largo ai giovani, per Bacco. E per chiarir meglio il concetto mi ha spiegato che un giorno, un brutto giorno (per lui), nel traversar la strada sulla zebra dell'asfalto, da un marciapiede all’altro, ha chiesto il braccio a un certo signore che gli pareva un giovanotto. "Guardi che anche io ho ottant'anni!”, gli ha risposto quell’altro stizzito e, per attraversar la via, si è aggrappato a una signora che aveva, poco più poco meno, un’ottantina d’anni in borsa pure lei. “Siamo ovunque..”, ha concluso, con un fil di voce e poi, prima di attaccare, ha sospirato: “Senza contare la Befana….”  

sabato 5 gennaio 2013

La mia Befana

Siccome questa sera di vigilia del secondo Natale del bambinello, sento qui dentro (e non saprei dir dove), un formicaio di malinconia,  mi sono fermata, nell'andar leggero dei miei giorni tra le cure quotidiane e i miei silenzi, per guardar dentro, proprio stanotte,  la soglia di un'antica Epifania, quando, bambina attendevo non la calza (che non era abitudine in casa Ponti, attendere la Befana), ma una cometa filante che mi indicasse la strada da percorrere che, certo, non era quella dei fratelli e nemmeno, per carità, quella indicata da mia madre. Mio padre. Mio padre, sì, doveva averla la sua stella, ma mi pareva che l'avesse smarrita per strada, come caduta da una tasca bucata... Sicché seguirlo, e mi sarebbe piaciuto, non potevo. Cercavo, dunque, non i dolci, non i cioccolati, ma una stella, lassù, che mi guidasse nel cammino che sapevo, pur ignara, trasparente, mi avrebbe condotto sulle rotte del veliero di Peter Pan, nella mia personale isola che non c'è. Ma c'era, c'era l'isola mia. Il primo approdo nel golfo della quiete, a ripensarci ora, è stato, lui ignaro, un certo Quirino, detto Riro, che era amico dei gemelli e mica mio. A lui, a lui solo - credo - devo il primo palpito nel respiro di quell'altro mondo che doveva diventare mio. Poi ci furono altri e molti incontri. Mi bastava uno sguardo per saper che gli occhi  che mi erano di fronte abitavano, loro pure, il mondo mio silente. D'un tratto, nel riso mio d'argento, un ricordo si porta via la mia mestizia e il mio ragionare sull'ali di Pindaro e d'Orazio, nell'attesa del volo notturno della Befana, e giù, per terra, con i piedi nelle scarpe.. Sono ragazza e un poco di più e mi trovo naso a naso con una compagna di scuola, una gran signora alta e magra e dai grandi occhi di pece, una che oggi è professoressa all'Università e che è seria come i pittori grandi che studia e ama. Mi fece, in quel nostro incontro di intimo colloquio d'anime: "Sono tua amica soltanto perché lo ha voluto mio marito ché quando, anni orsono, mi disse Ester, di Ester devi essere amica, io gli risposi: "Ma di chi? Di Ester Ponti? Di quella ..." Lascio a voi immaginare che paroletta gentile usò per raccontar le arie mie e come la parolaccia sua ci fece, nel riso, ancora più vicine...Auguri a tutti!

Gli auguri di Ele

Anno nuovo e benniposh nuove
Se saltellando sui sassi affioranti del fiumiciattolo che è stato la mia vita, torno a ritroso nell'inconsapevolezza mia di giovanetta, mi vedo, come in una fotografia, distesa, il corpo al sole, sulla sabbia di Cala dei Gigli, un libro tra le mani, nella geometria di brezza e libertà della mia vacanza sarda. Leggevo, leggo e, a Dio piacendo, continuerò a leggere. Sono come i semi i libri; letti, al momento, sono nutrimento soltanto, ma poi  si fan germoglio e sbocciano al voler loro in un dischiudersi di petali, nelle gemme della solitudine. Un albero, così, cresce, silente, laggiù, nella segreta stanza dove abita la verità. Cresce quell'albero, nelle parole di chi, raccontando i casi suoi, riesce, nel mistero della vita, a parlare a ciascuno di noi, facendosi specchio nostro nel mondo. Nell'orizzonte mio, turchino, rami dell'albero: Dolores Prato e Gogol e la Morante e la Mansfield e poi Clotilde Marghieri e Paola Drigo e non vorrei offender altri nei miei loti aranciati, ma le liste mi paion tutte come quelle di Antonio... Sicché, basta, la finisco qui e passo e chiudo e, a gambe alate, di Mercurio, apro una finestra su Ele che è un bambino di mia conoscenza, un tipino che ora deve avere sei anni, ma quando accadde ciò che vado a raccontare non ne aveva neppure quattro, credo io. Ebbene, figuratevi un Capodanno di qualche anno fa,  un cenone di una certa eleganza, tra amici o qualcosa di meno, una di quelle feste in cui  le mamme stan sulle spine perché i figlioletti, immacolati nei pantaloncini corti, faccian bella figura, con grande creanza in un luccicar di porporina d'oro e d'argento. Il nostro Ele, alla compagnia dei coetanei perduti nelle macchinette loro, preferiva la solitudine, il naso in un volume alto e corposo che parlava di draghi e caverne. E tutti lì a dir, ma che bravo e complimenti, e la mamma felice. E' mezzanotte, si brinda, si fanno gli auguri. Ele, in un canto, di sbadiglio pronto. Un certo signore tira fuori la telecamera e via a domandar agli invitati, grandi e piccini, che cosa ci s'aspetta dal nuovo anno. Una passerella di banalità in forma di parola ben educata. Ele! Dov'è Ele? Sentiamo Ele. Cerca di qua e cerca di là, il libro orfano sul tappeto rosso. "E' qui, è qui!". Festanti. Nel silenzio si udì l'augurio di Ele: "Siete tutti puzzolenti!".

venerdì 4 gennaio 2013

Nella felicità selvaggia

Un luogo dell'anima: I Giardini della Minerva a Salerno. Matteo Selvatico, della scuola medica salernitana, scriveva: "Haec tua: mens laeta, requies, moderata dieaeta" Buon anno!. 

Nell’acqua fino al collo, di tra il vapore che semina il suo fiato bianco fra tante testoline in cuffia che paiono (e non sono) i dannati della Divina Commedia, eccomi nella piscina termale dell’Hotel Petrarca a Montegrotto, a trascorrer – io e mio marito soli soletti – un giorno uno di pace, in quella calda serenità che mi scioglie i nodi dentro e fuori nel sorriso di Vulcano. Oh, la gioia di non dover far nulla, di aver davanti ore e minuti pieni soltanto di  bimbe e serpi che, nel pensier mio,  van d’accordo come il gusto fragola e limone nei coni gelati! Il tempo scorre nella sua clessidra, in braccio alle Parche e i minuti, svelti, a passi di danza, si portano via il sole e la nostra ora d’aria. E’ tempo di tornare mentre l’astro d’arancio si squaglia dietro i colli Euganei. Seduta al mio bel posto sull’autobus M che ci riporta a Padova, nel silenzio di pace che è privilegio degli sposi e bomboniera della felicità, guardo dal finestrino, in technicolor, lo spettacolo della modernità. Né Cima né Mantegna riconoscerebbero oggi questo paesaggio veneto mutato, di cemento e porporina e oggi, in questi giorni di ripensamento, un poco mesto, come spellato, scolorito. Guardo dal finestrino e toh, un cagnolino. Bellino! Porta un cappottino rosso Valentino. Più avanti, un bassethound sfoggia un  trench in stoffa scozzese, rossa e gialla e nera, tale e quale a quella che portavo io, in forma di gonna, da piccola e si legava a portafoglio con due scivoli di pelle nera sui fianchi. Non faccio in tempo a inseguir il ricordo che, oh, una Lilli in tailleur e un Vagabondo in frack! E mentre i cagnolini fan la passerella Mechi, il mio Mechi, torna vivo. Lo vedo, in giardino, infradiciato dall’acqua e dall’erba in pianto, lo vedo, vivo, correndo appresso a Iago, pazzo, selvaggio, ubriaco di felicità…

mercoledì 2 gennaio 2013

Roma capoccia

Io, quando si tratta di far da guida nella mia Roma che amo, non mi tiro mai indietro. Figuriamoci se a chiederlo è Marco... Così, oggi pomeriggio, nel cielo sfilacciato di nubi sciolte in un pentolone grigio, eccomi in compagnia del fratello brasiliano, di sua moglie, tutta occhi e capelli, e dei due nipoti che erano, fino a ieri, piccolini e che oggi mi potrebbero mangiar gli spaghetti in testa. O almeno uno dei due, ché l'altro, vivaddio, è ancora nel guscio dell'innocenza e piccolo e biondo che pare appena uscito dal film l'Incompreso, nella parte, s'intende del fratellino minore. Vabbè, siamo tutti quanti sotto alla colonna traiana e io, dai, a spiegar festante che cos'è l'anello del pescatore che passa, dai tempi di Pietro, da un Pontefice all'altro e che cosa significa pontifex e altre amenità intinte nei tanti (troppi?) libri che ho letto in anni di fame vorace di verità, inseguendo gli intricati miei pensieri alati, perduti nel labirinto che, a volte, mi par di veder diritto, stirato tutto quanto nel sole... Parlo, parlo. Iquinho? Primo sbadiglio. Uno sbadiglio così grande e nero che mi par di vedere fin giù, nel fondo.Mi viene un poco da ridere (la madre ride già), ma, via, animo e gambe nello zaino, si va verso la Piazza Venezia a caccia di Medusa e del gatto sul tetto di Via della Gatta. Vado a colpo sicuro. Almeno credo, ché, di questi tempi, non si può esser sicuri proprio di nulla. Ovvia, mi dico, sono i miei cavalli di battaglia, ideuzze niente male (secondo me) per metter sale, pepe nella storia e spolverare un velo di parmigiano sulle rovine dei Fori.  La Medusa sulla facciata del Palazzo che abitò la mamma di Napoleone? E chi è, la Medusa? Iquinho, due sbadigli.. E il gatto sul cornicione di Palazzo Grazioli? Iquinho, lo scova una decina di minuti dopo sua madre e il mio entusiasmo sembra una pallina di gelato squagliato. Conto il terzo sbadiglio, ma, imbandierata di buona volontà come sono, ci riprovo con l'elefantino di Bernini nel suo sogno bianco, elegante, davanti alla Minerva. Quarto sbadiglio di Iquinho, evviva. Al Pantheon, taccio.Volevo raccontar della bela Rusin e di Raffaello, ma lascio perdere e mentre sono lì davanti alla bocca del gran tempio dedicato a tutti gli dei, zitta zitta, sulla lingua una presa di sale, Iquinho si avvicina e, nel silenzio nostro, mio e suo, mi par di parlare con lui soltanto, in questa Roma grigia e triste (come l'ha raccontata lui...), sgomenta, sembra, nel nuovo anno, una Roma  che ho cercato, invano, di colorare  per lui....

martedì 1 gennaio 2013

Buon anno, nel profumo del Calicantus

Non son calicantus, ma gigli di sabbia, belli come di seta e di polvere di stelle
E sia, buon anno a tutti. E' così che si comincia il primo gennaio, al risveglio quando il mattino, danzando, col pennello colora il cielo e i tetti delle case e anche il cuore; è così che si comincia, buon anno, come nelle favole il c'era una volta. E sia, dunque, buon anno, ché questa nostra Italia, un poco spenta, se lo merita, eccome, un buon anno, di raccolto di grano e di spighe generose, dopo tanto camminar nel deserto... Io credo che ogni anno, anche quello che nella memoria sembra acceso di buio, come chiuso in un sacco, porti con sé un dono segreto che tocca a ciascuno di noi trovare nella collana dei giorni, nel mazzo delle ore mescolate come dopo una partita a carte. Ricordo, ricordo, come fosse accaduto un minuto fa appena, il regalo che mi portò un anno nuovo, forse il millenovecentosettantotto, chissà; ricordo, ricordo ché squillò il telefono e mia madre mi disse, rispondi, rispondi per me e se è la tal signora, dille, di grazia, che sono fuori casa. E io, una domanda muta: ma come, mia madre, mia madre, viva, mi predicava la sincerità, le bugie hanno le gambe corte e il naso lungo e non dovevo dirle, mai, croce sul cuore. Risposi, era la tal signora, mentii. Fu per me quell'anno il regalo incartato dall'esperienza, più  ancora importante delle telefonate che arrivarono, per me in boccio, dagli amici dei gemelli, fatti accorti della sorellina minore... Il mondo, una vetrina, capii, e gli uomini, anche mia madre, che era per me di allora stella di perfezione, un gioco lucente di pensieri nascosti e maschere d'oro e d'argento.  Allora, sì, proprio allora, con l'anno nuovo appena nato da Crono e da Rea, cominciò il mio viaggio che dura anche oggi tra sentieri selvaggi, nel profumo invernale del Calicantus (che amo). Proprio allora finiva quello di mia nonna Stella. Ricordo, ricordo che, dopo di me, fu lei a tirar su la cornetta, compose il numero dell'ora esatta, e al disco in voce che ripeteva in litania ore e minuti rispose, radiosa: "Grazie signorina!".