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martedì 31 dicembre 2013

Auguri di Buon Anno

C'era, ieri, in cielo,  un prato rosa di nuvole basse, nei raggi radenti del pomeriggio silente e oggi, l'ultimo dell'anno, un sole radioso, già alto neanche fosse già il Mezzogiorno che pare invitare a sgranchire le gambe e l'anima e il cuore, perdendosi nelle piazze padovane che sono fiori d'allegria nel bel canto di questi giorni di festa. E io, per privilegio di nascita, in tutto questo, ringrazio per il bel dono di essere, un poco lassù tra le mie nuvole rosa e un poco quaggiù, nel gracidare del mondo che mostra, in versicolori, le sue mercanzie. Nel ringraziare, trascorro la mia notte e il giorno e a tutti auguro un anno felice, il prossimo, di grazia, nel lume acceso, con i tre occhi ben desti, senza la furia dell'ego. Auguri a tutti!

domenica 15 dicembre 2013

Bambola di Natale

Nell’aneddotica famigliare, mia madre Regina, ancora ragazzina, bruna, ricciuta, selvatica, alta una quaresima, figlia unica amatissima di nonna Stella, è stella anche lei e protagonista. Piccola, io, ascoltavo le sue storie perdute nella bruma del suo Friuli giovinetto e le vivevo, si può dire, a modo mio, in quel gioco di specchi che è il filo rosso che cuce, a punti larghi, le generazioni. Mi raccontava di suo padre, Luciano, che soldi non ne aveva e neppure blasoni (al contrario di mogli e mariti dei fratelli di sua madre), ma era ufficiale e portava un elmo con la coda di cavallo e pure le spalline a frangia d’oro. Mi raccontava di Luciano e dei suoi genitori (che poi erano i suoi nonni), poverissimi, meschini. Essi vivevano in una casina così e così nello smargine di Udine e a lei, piccina, davano per cena, appena un ovetto  in un pentolino piccolo così lui pure e poi a letto con le gallinelle. Mi raccontava anche di una certa zia Lydia che le aveva dato le regole di vita buone in tempo di pace e di guerra, da tenere in saccoccia per la lunga marcia della vita: "Anche in povertà, il miglior parrucchiere e il miglior istruttore di tennis!". Che cosa mai potesse farci, forse il brodo, con un istruttore di tennis, tutto vestito di cioccolata bianca, proprio non lo capivo. E, a occhi chiusi, io lo vedevo, l'istruttore, bianco nella bianca nebbia pordenonese…
Il mondo di Regina era popolato di personaggi che danzano ancora oggi nella mia memoria. Ed erano personaggi e storie insieme, in una trama fitta di pensiero e vita profumata. Mi raccontò di un Natale, il Natale dei suoi quindici e tanti anni, in cui si stabilì in famiglia - fu invero nonna Stella - che lei era oramai grande e ragazza e basta con le bambole. Sicché, il dono sarebbe stato - e beata lei - una bella stilografica per scriverci le composizioni. Trattenute in gola le lacrime, mia madre, bambina, accettò, con la maschera di Achille, la divina sentenza materna e, giunta la notte Santa, mentre le cugine ricevevano damine e bambolotti, lei,  la penna magra, triste come un panino senza burro. Pianse, Regina, e il padre, l’ufficiale, via, nella notte santa, a svegliar la giocattolaia, che conosceva per esser zia di paese, per comperare a Regina una bambolina di celluloide, con le treccine arrotolate sulle orecchie alla maniera tirolese. Ancora adesso, la pupa è viva e sorride nel suo armadio, chiusa nel cuore di Regina…





martedì 10 dicembre 2013

Come le scarpe di mia sorella

Lavoravo, volontaria, un tal giorno a settimana per qualche ora schiacciata nella mattina fresca, nella biblioteca americana di Santa Susanna e, per la mia gioia, respiravo, fresca come la mattina appunto, tra i libri, parlando con Grace, che mi era compagna di quelle ore vuote da riempire di storie sue e, a volte, anche mie. Rari i clienti e tutte, o quasi, signore di una certa età, fatte con la squadra, colorate in acquarello e tali e quali a come disegnerei io – e anche voi - una romantica signora inglese, con le spine lucenti dell’ironia sulle labbra, nella risata pronta, ricamando lunghi nulla sul maltempo o sul sole italiano… Lavoravo lì, dunque, e a volte, durante le vendite di libri usati, trovavo meraviglie. Comprai per pochi spiccioli, ora sono cinque anni, l’autobiografia di Santa Teresa d’Avila e fu, per me, quella. la stazione Termini del viaggio…

Ho ripensato a quell’antico acquisto, qualche giorno fa, quando un’amica d’anima, nella fiaccola che ci unisce, mi ha donato un libro di Amintore Fanfani che si intitola “Il Greco e Teresa d’Avila”. E quale meraviglia, per me, baciare due grandi insieme: il primo (caro, carissimo a mio marito) e che io ho ammirato in un dipinto visionario, mistico, moderno eppure nel cosmo, durante una passeggiata solitaria alla National Gallery di Dublino. Di tutti i quadri, solo Francesco di El Greco, che sotto un cielo che pare la tenda del mondo, vede lassù, lui, nella grazia, la luce. E mentre leggo le pagine di Fanfani (oh com’erano dotti i politici allora!) sento alla televisione Angelino Alfano dire e ripetere che non permetterà ai forconi “di mettere a fuoco le città”.  Ma Angelino, non lo sai che si dice mettere a ferro e fuoco una città? Non sai che quel tuo modo sincopato, sbrigativo, in stile twitter di tagliare un pezzo di modo di dire, cambia del tutto il senso della frase? Non sai che per mettere a fuoco una città (magari il panorama romano, magnifico, che si ammira dalle antiche stalle del Quirinale...) basta una macchina fotografica. No, non lo sai, non ci hai pensato, e, nel sospiro, mi tocca rimpiangere la Diccì e anche il piccolo grande Amintore Fanfani che, quand’ero ragazza, mi stava stretto come le scarpe di mia sorella…

lunedì 9 dicembre 2013

Nel gran disegno del cielo

Per una catenella di situazioni - alcune di miele e altre mica tanto - ieri sera, ho  preso, danzando sotto le lucine di Via dei Serpenti che mi ricordano che è tempo, indaffarato, di Natale, l’ultima messa alla Madonna dei Monti; la messa quella che si è inventata il nuovo parroco per catturar, chissà (spera lui, forse), i giovani della movida che, ogni santissima sera, se ne stanno a bere birra tutt’intorno alla fontana nell’aria alcolica della piazzetta (che io amo) della Madonna dei Monti a recitar le preghiere del cicaleccio quotidiano. Il quale, da lontano, pare quasi una preghiera. Preghiera, penso io, di esser accettati e uguali agli altri, immersi nell’unica religione dell’uniformità di questo nostro tempo, nel pascolo della modernità. Ma poco male, di questo e di molto altro (ad esempio di Matteo Renzi…) mi curo, ora che posso per non esser più chiusa notte e giorno in redazione, poco assai, ché altro mi preme raccontare.
Insomma sono in chiesa, per l’Immacolata concezione che è, per me, festa speciale, nel canto dell’angelo che chiama alla nuova vita chi ha a lungo bussato alla sua porta e ha orecchie e cuore e anima sveglie, pronte, per ascoltare la voce che chiama dall’armonia celeste. Insomma, via, son lì, con molti altri e io assorta, come sono sempre, nella preghiera che è per quella mia serpe sacra nutrimento e vera vita. Sono lì, nel vangelo di Luca e lì quando si celebra il mistero. Ma poi, d’un tratto, lo sguardo mio si posa su un buchetto che sta sul piede di una gran colonna dorica e d’un tratto mi pare di veder sbucar, proprio da lì, dalla pece il muso di un topino che, nel tremolar dei baffi, pare anche lui in preghiera.  C’è, lo so, e osserva il rito nostro che è anche suo, come creatura, lui pure. C’è, lo so, ma forse è stato un sogno, e chino il capo in raccoglimento pensando a lui, piccino, e a me, tutt’uno, nel gran disegno del cielo…


giovedì 5 dicembre 2013

Il mio omino di zucchero

A passi svelti, un giorno via l’altro, s’avvicina, per me, il giorno del compleanno che, quest’anno, mi donerà un numero tutto quanto rotondo e sacro al punto che ho già ricevuto, in anticipo, ben tre cartoline che mi vogliono bene, che mi stringono nell’abbraccio muto delle parole che amo e mi dicono di andare avanti, con la bennibag a bandoliera portando in giro la mia fede che c’è, se solo ci fermassimo un pochino, se imparassimo a guardar le cose del fiume invece di tener fisso lo sguardo al mondo, se solo sapessimo leggere i segni, ascoltare gli angeli, esser nel nume eterno che ci guida; se, e dico se, tutto questo si potesse, scopriremmo che  un mondo migliore c’è e che quaggiù i doni sono tanti e tanta la grazia, se solo bussassimo alla porta giusta…

Bambina, in casa Ponti, i compleanni non si festeggiavano, per carità, e neanche le candeline si spegnevano (oh come avrei voluto...,) ché era, secondo mia madre, usanza poco signorile, da piccoli borghesi quale lei non si sentiva e non era e non sarà mai. Metter il bambino in piedi sulla sedia a recitare una poesia, tra i battimani di nonni e zii, nel profumo di varecchina del tinello: per lei, per carità; per me, una meraviglia domestica, il cuore sacro della tradizione che si nutre di speranza e di infanzia. Mai lo ebbi e già  donna fatta e sposa, cercai quel fogolar nella famiglia di mio marito. Invano. Certe cose, amara la lezione, solo nel cerchio magico dell’infanzia han profumo di vaniglia! E com’è vero, lo so io e forse anche voi. C’era il mio compleanno, che era anche quello della Mimma (ed ecco spiegato perché ero la sua preferita, io, un punto sulla terra…) e poi il Natale che ci vedeva, tutti insieme, a San Giuliano nel casolare rosa di nonna Stella, nelle brume di un Friuli che non ritrovo più. D’un tratto, un ricordo mi accende il lume e sono di nuovo, per mano alla Lilli, a Pordenone; passiamo, lei e io, nella mattina fredda, in un cielo che pare lavato dalle fate, il Ponte di Adamo ed Eva, per comperare il pane e il latte. Lei con la sporta a rete, io muta e pure lei. Entriamo in una piccola bottega. Nella vetrina, tanti omini di zucchero che mi innamorano, io, il naso schiacciato a far le nuvolette al vetro. Ne ebbi uno, un piccolo sciatore con la sciarpa e il berretto, e fu quello il mio risarcimento: tutte le candeline del mondo in quel suo piccolo sorriso dizucchero
 

martedì 3 dicembre 2013

Di Balotelli e del Rinascimento

E per fortuna che nel 787 dopo la nascita di nostro Signore c’è stato, a Nicea, un Concilio di vescovi santi che ci ha salvato dagli iconoclasti ché altrimenti non avremmo avuto, nelle nostre Chiese, Basiliche, Pievi, né Piero né Mantegna né Domenichino, e avremmo avuto luoghi santi tristi come sono, per me - con rispetto parlando - altre Chiese, vuote di sguardi angelici e sacri, in una malinconica solitudine riempita solo dai fedeli loro che, come si sa, sono di quaggiù...
Evviva Nicea, dunque, ed evviva la professoressa Michelina Tenace, della Pontificia Università Gregoriana, che, ieri pomeriggio, nell’ariosa aula magna dell’Ateneo ci ha raccontato, durante il bel convegno “Per istruire, ricordare, meditare e dare frutti”, questo e molto altro, mostrando tutta quanta la differenza tra quel Concilio lì, nella protostoria in gloria del Cristianesimo, e quello di Trento (del 1563), quando la Chiesa dovette ben trovare il modo di difendersi dalle spinte luterane e dalle sue Riforme. E vi riuscì, anche grazie a Pippo Neri, a Ignazio, a San Camillo.

Io, con molti altri, sono lì, tutt’orecchi perché faccio tesoro del sapere altrui che diventerà parole mie, durante le mie Passeggiate Romane, che sono il mio vivo grazie per il dono e condivisione con chi, con me, ha voglia di trovare il fil d’Arianna nascosto nel mistero. Sono lì, dunque, e osservo attenta ciò che accade nella sala, gli sguardi dei presenti e l’occhio mio vola da questo e da quello e vedo, d’un tratto, un sacerdote di colore, chino sul suo taccuino, armato di una penna rossa. Lo vedo e penso all’Africa per come la conosco io e quanto difficile deve esser per lui capire che cosa fu il Barocco e che cosa anche il Rinascimento. Lo guardo, in ammirazione, mentre mi viene in mente, perché il pensiero vola, che qualche giorno fa, alla televisione, ho visto un bel servizio sul Burkina Faso e a un certo punto è stato intervistato un allenatore di pallone e gli si è domandato di Balotelli e se è, quel calciatore, un mito per i ragazzi di laggiù.  Ha scosso il capo, serio serio, il coach, e ha detto, chiaro chiaro, che Balotelli non è un buon esempio di comportamento per i suoi ragazzi… Sì, ora lo so, è facile, per il mio sacerdote capire che cosa fu il Rinascimento siamo noi che ce lo siamo dimenticati.


venerdì 29 novembre 2013

In paradiso con Carlo

Nel suo bel tailleur color melograno maturo, Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario ai Beni Culturali (una signora di gusto, con tre nomi e tanti cognomi nella bisaccia e, immagino, cuginanze infinite nel gioco degli specchi aristocratici ignoto ai più), si gode, nella tiepida penombra colorata dai pannelli azzurri (di un azzurro acido o amaranto come il suo completo di sartoria),  la mostra dei quadri (bellissimi) di Carlo Saraceni. C’è lei e c’è anche Anna Maria Tarantola, composta, un poco rigida, nel suo stile Bankitalia e ad entrambe fan corona organizzatori, allestitori e altri che chissà chi sono e che fanno a gara a spiegare profusamente questo e quello del Saraceni. Il quale è un gran pittore che viene detto caravaggesco, ma, a mio piccolo avviso, non lo è affatto e anzi a me ricorda tanto, nei suoi colori vivi, spazzolati nel tramonto e sciacquati in laguna,  e nelle forme rotonde delle Madonne bambine (che ricordano da lontano quelle del Bellini), il mondo veneto del mio Cima e del Mantegna (che amo) da dove, veneziano, il nostro veniva…
Vabbè, insomma, c’erano queste due signore di garbo e di potere, ieri sera, a Palazzo Venezia (che era palazzo rinascimentale di Pietro Barbo, cardinale e veneziano e poi Papa Paolo II e un giorno vi parlerò di lui perché, davvero ne vale la pena...), e, più modestamente, c’ero anche io alla festa che inaugurava la mostra dedicata appunto al Saraceni. Mi sono fatta il giro completo, galleggiando nel buio e riempiendo occhi e anima di bello. E se mi ha colpito la tela con la Madonna morente alla quale una dolente afferra, sotto ai panni, il piede, ancor di più, per esser ancora più vicina al divino, mi è piaciuto un piccolo quadro che rappresentava il Paradiso. Il quadro è al Metropolitan di New York, sicché per vederlo conviene visitar la mostra (e io ci tornerò). Lassù, in alto, in un dorato numinoso cielo, ci sono Dio e Gesù e l’uovo primordiale. Sotto, i simboli degli evangelisti, che annuncian la buona novella. E bello, più bello non si può, l’angelo di Giovanni, dipinto come non si fa mai o poco nella personcina di un puttino alato, come se a ispirare quel vangelo (che io amo tra tutti di più) fosse stata l’anima bambina dell’apostolo prediletto di Gesù…



mercoledì 27 novembre 2013

Rugantino ai Monti

Quando mi pare arrotolata la via e stretta e su ogni pietra inciampo come se camminassi su stiletti di grissino lungo un viottolo di campagna e ogni richiesta (e molte ne ho) pare esser la ninfa Eco, che, inseguendo il suo Narciso - preso dal volto suo nello specchio - chiede attenzione per le valli deserte, alle montagne azzurre e vuote. Io, quando mi sento così e travolta dal mondo che poco mi piace in certe sue insistenze, nei tranelli, nei trucchi, nelle furbizie ingenue, che sono maschere e ironia di un piccolo ego capriccioso o dispettoso o stizzito per non esser, che ne so, Napoleone; io, dicevo, respiro. Sì, sì, proprio così, respiro. Ed è nel ritmo del divino spirito che ritorno nel mio fiume a nutrire anima, mente e corpo e mi vedo galleggiar nel mio paradiso terrestre ritrovato…

E se nel respiro rinasco, fresca in un fiore sbocciato, ritrovo le parole che gli altri mi chiedono per restituire, a loro, la grazia che ho ricevuto io da lassù, senza meriti, nel mio bussar perenne, bambina e donna, alla porta della verità e ora, dopo questo cappello mistico, suvvia, torniamo, dai, tutti giù per terra e vi racconto di un certo vicino di casa che incontro, a volte, per le straduzze del Rione, e porta un gran cappello nero e un cappotto che pare un sacco di carbone e, in quel nerume, sotto alla tesa che par un’ala di corvo, spicca il suo bel viso da centurione romano,  faccia di Rugantino, di uno che ai Monti c’è nato e, ai tempi, giocava con le pecore di Romolo nella Domus Aurea di Nerone al Colle Oppio. Dovete sapere che questo tal signore, che io tengo al caldo nel cuore, è esperto di poesia romanesca e sta preparando un Cd con i sonetti del Belli letti da lui. E io li aspetto, e nell’attenderli, con lui parlo come se entrassi in un museo della Romanità. E ieri mi ha detto che per far rosicare certi amici s’è inventato d’aver trovato in una certa bancarella di libri usati una “fagottata de sordi”,  così li ha stesi tutti quanti, gli amici. “E mica era vero – ha riso – o forse un poco sì perché c’ho trovato, tra tutti i libracci, una certa edizione der Belli che non te dico…” Nel gran teatro del mondo, benedetto… 

lunedì 25 novembre 2013

Nomi e stelle

Devo il mio nome – Ester - a nonna Stella, che mi volle, al pari suo, figlia degli astri, i quali lumeggiano nel firmamento, oggi come ieri; ohimè, si vedono poco, in città, coperti come sono dalle luminarie umane che si dan la spocchia di esser chissà chi, mentre son nulla o poco più al paragone di quelle luci eterne… Io, nel silenzio di velluto del mio terrazzo sabino, che è solenne, ricamato dal mistero del creato, a volte mi perdo tutta in loro e le piccole cose di quaggiù, in un batter d’ala di farfalla, si fan nulla proprio in quel pulsar di diamante  nel brivido dell’eterno…
Dunque fui Ester, tutta quanta in danza, in quella erre che pare non finire mai, Ester in volo, tra le stelle. E rido tra me al pensiero che se fossi nata maschio, mia madre aveva già pronto per me il nome di Matteo, come l’evangelista della chiamata del Caravaggio, che contava soldi e che lasciò tutto per seguir Gesù. Per me, dunque, le stelle di mia nonna; per mia madre, che voleva tutti e quattro gli evangelisti in famiglia (nei nomi primi o secondi dei fratelli),  una scottatura. E ancora oggi il dito le brucia ché neanche coi nipoti è riuscita a pareggiare il conto…





venerdì 22 novembre 2013

Un orso a Campoli Appennino

Nella villa romana, accucciata sotto l’Aventino, dove vivevo sola, bambina, con genitori e fratelli, veniva tutti i giorni a far le pulizie (ma per mia madre erano al gerundivo, le faccende) la Mimma che di cognome faceva Toto. Aveva un cuore grande, la Mimma, e pochi capelli neri, in magri riccioli sul collo,  che, non so neanche perché, teneva a bada (e neanche le serviva) con un cerchietto di velluto nero. Per me era delizia vederla, nel suo bel grembiale bianco, all’opera, in danza da un piano e all’altro, con scope che eran caducei, e pure in cucina dove sapeva mischiar meraviglie. Gioia di Marco erano i panini fritti e gli gnocchi al sugo rosso che venivano serviti al giovedì, cascasse pur la terra. Per me (e per tutti), di sera, al venerdì, giorno di magro, sfornava la pizza, rossa e bianca, filante, profumata d’amore. Io l’aspettavo come attendevo allora – lo confesso - la fine della Messa per tornare a giocare giù in giardino. L’aspettavo perché a Mezzogiorno, di venerdì, si mangiava il baccalà che a me piaceva come farmi pettinare i capelli da Margareth, la canadese…  

 Avrebbe dato un occhio e pure l’altro, la Mimma, per mio padre che chiamava, con tono deferente, l’AVVOCATO, tutto in maiuscolo, e se lo baciava con lo sguardo quando lui, stanco, tornava tardi dall’Università ed era lei, lei sola, la privilegiata, a servirgli la pastasciutta e quanto d’altro dormiva al caldo nel fornetto. Lei era  Mimma Toto e suo fratello era Salvatore Toto e quindi Totò Toto. Lei, da noi a tener la casa linda, lui veniva a volte e a volte no per tagliare i vestiti su misura del papà, ché Totò era il sarto del paese e come tagliava lui le pezze non ce n’erano mica tanti, come diceva mia madre che, come si sa, di stoffe era maestra e anche di stile. Un giorno, una domenica, con papà e non so più chi altri, ci andai al paese della Mimma e si chiamava Campoli Appennino. Totò Toto mi portò in alto, affacciata al balcone, e mi indicò, laggiù, il Parco nazionale dell’Abruzzo e che non lo vedevo , mi disse, l’orso bruno? Non c’era l’orso, figuriamoci, ma io lo vidi o forse lo sognai, quell’orso, che ancora oggi è parte del mio sogno di Campoli Appennino. 

mercoledì 20 novembre 2013

La compagnia dei libri perduti

Sarò ben un tipo all’antica, ancora con il basco in testa forse e di una volta, una da mettere in naftalina e in una teca di un museo, ma, a mio modesto avviso, un talent show letterario è come cucinar piselli e marmellata e farci su un primo piatto per il Re di Francia, spacciandolo per un manicaretto di Vattel. Io, il programma, non l’ho visto né, credo, lo vedrò; di Andrea De Carlo lessi, quando lo facevano tutti, un romanzo che mi lasciò freddina, l'altro scrittore non lo conosco, ma la faccia, lo riconosco, è assai simpatica. Non conosco neanche la terza giurata, che è bella come una Miss mondo,  e anche di più. Sono andata, però, a legger sul sito dell’Einaudi, qualche rigo del suo romanzo e non credo che lo comprerò. 
No, non vedrò neanche la seconda puntata di Materpiece; ma il masterpiece me lo cerco a modo mio, senza un "coach", nei depositi della Biblioteca Rispoli., per privilegio della grazia, tenera fata, che sa condurmi lì dove devo. Nel personale filo mio d'Arianna, cerco (senza saperlo) e trovo. Pochi giorni orsono, spinta dal caso, eccomi incontrare in uno scatolone davanti alla Librinecessari Beatrice Solinas Donghi. Ieri nel sentiero bianco e nero della mia vecchia Grammatica italiana (tirata fuori per spiegare alla piccola A. la differenza tra nome del predicato e complemento predicativo del soggetto) trovo due, tre righe colorate, croccanti, spruzzate di vaniglia, di Bonaventura Tecchi e mi innamoro. E so che, domani, finita una certa missione, me ne andrò alla Rispoli a prendere in prestito “Storie d’alberi e di fiori” del buon Bonaventura che, lo so, sarà fresca scoperta e nuovo amico, nel lucore del sole novembrino che, timido, rinasce lavato dalla pioggia. 
Col cuore in Sardegna...

domenica 17 novembre 2013

Ad gallinas albas

Un impegno, al sabato sera, lo avevo, in casa di certi amici che han cane e figlioli e sanno creare, in cucina, una tavolata calda, d’una volta, nella simpatia semplice, genuina dell’olio nuovo che, verde com’è, torna ad essere, nel suo bel bicchiere di vento, il sugo sacro del sacro albero ai romani, che ho ritrovato, sano e d’argento, nella terra  sabina. L’impegno, però, era alle sette e mezzo, o scusate, alle otto, ché il giorno successivo, di domenica, il padrone di casa (il festeggiato) aveva da fare i casi suoi, con l’oro in bocca della mattina in fiore. E, dunque, sistemata la famiglia, mi sono ritrovata con il sabato pomeriggio tutto per me, da spendere in quei viaggi che sono il sale silenzioso della vita vera. Almeno della mia. Così me ne sono ritornata a Palazzo Massimo per andare, al terzo piano, a respirare nel paradiso terrestre di Livia, come se fossi, io pure, seduta con l’imperatrice nella villa sua ad gallinas albas, assistendo, io pure, al segno numinoso che fece dei consoli imperatori e pontefici massimi.

Ma vado a piedi e salgo l’ampia scalinata, perdendomi, sola soletta, nelle stanze piene di bellezza. Il tempo ha messo i freni e indossato la sua tunica divina. Lontane sono le cure quotidiane, perduti nel mondo i pensieri del piccolo ego, che si inseguono, annodati in sarabanda diabolica, a far da benzina all’inquietudine, come sapeva bene Carlo Michaelstaedter. E cammino, tra i visi di marmo dei Cesari e delle loro signore, eleganti nelle pettinature di moda, a riccioli, a cercine, divisi in bande alla maniera di Ottavia. Cammino, a lenti passi, e la bellezza è dentro e fuori. Cammino tra l’Ermafrodito dormiente e la fanciulla di Anzio e d’un tratto, due occhi chiari, immersi nel mistero, mi chiamano da lontano. L’anima palpita mentre lo vedo, bello, di bronzo, gli occhi di luce e d’ombra insieme, e veri. Due passi e sono ferma in tenero e muto conversare.  In lui,  il mistero notturno che ancora ci possiede, in me la gioia del paradiso ritrovato…

giovedì 14 novembre 2013

A tu per tu con la bellezza

Fin dal pomeriggio e poi anche di sera, ieri, me ne sono stata – io beata – a tu per tu con la grande bellezza, che è per noi che siamo nati nello Stivale, a ogni angolo, nei crocicchi, qui e lì e ovunque, se solo fossimo capaci di vederla. Ché lei è fata timida e generosa insieme, pronta a regalare l’estasi a chi sa fermarsi nel fiume, bagnandosi i piedi alla sua fonte e nulla a quanti (i più) passano distratti, persi nelle cure del mondo che sono poca cosa a petto dell’eternità. Ma andiamo con ordine e vi invito a far con me,  una delle Passeggiate Romane che, quando capita, regalo (ma con soddisfazione) ad amici che vengono da mezzo mondo nella Città mia Eterna che amo. Eccomi dunque, in compagnia di un’amica che insegna all’Università e con i suoi studenti, in marcia, verso Piazza Sant’Ignazio che ad arrivarci pare di entrare nel Teatro Olimpico, e poi verso San Luigi dei Francesi ad ammirare Caravaggio e Domenichino, nelle sue magnifiche, per me, storie di Santa Cecilia. Ohimè, il giovedì pomeriggio la chiesa dei francesi è chiusa e che si fa che cosa non si fa, ricordo alla mia amica che c’è, a un tir di sasso, Sant’Agostino, con la sua caravaggesca e stupenda Madonna dei Pellegrini. Detto fatto e siamo lì, con la sapienza di un padre agostiniano, che ci regala perle della chiesa sua, portandoci ad ammirare una cupola nascosta, dipinta dal Lanfranco, e altri quadri che raccontano le storie di San’Agostino, nel silenzio della Provvidenza. Grazie, grazie e ora salite con me sulla macchina del tempo, e un balzo in avanti di tre ore e non vi dico certo che cosa ho fatto in quel frattempo. Ma ora, si aprono per me e per altri le porte solenni, barocche, damascate, in oro della Galleria Doria Pamphilj e via, in corsa, nella quadreria che fu del papa Innocenzo X, un Pamphilj. E siccome il destino sa giocare le sue carte, ho per Cicerone, una affascinante signora francese che racconta Poussin e Guercino e Lotto e tutti gli altri con l’occhio dell’anima aperto al cuore. Siamo nello studiolo della Quadreria dove sulla parete maestra pende il ritratto del Papa di famiglia ritratto da Velasquez e, sulla destra, un busto di lui fatto dal Berinini. E la nostra, che dice? Invece di parlare di panneggi e stili, e di barocco e Controriforma, mostra a noi le mani del Papa: mani sudaticce, molli, di quelle che paiono pesci e che uno non ama punto stringere… E poi il Bernini. Che ce l’aveva su con Innocenzo per le magre committenze e che cosa fa per vendicarsi? Gli piazza, e ben poteva nasconderlo come in un photoshop del tempo, un cicciolo di carne, un brufoletto di marmo sotto l’occhio destro. Tiè.
                                                                         

mercoledì 13 novembre 2013

Fior d'oliva

Non capita tutti i giorni, almeno a me, di arrotolare gli anni all’incontrario e di tornar giornalista per un giorno e per di più come lo facevo nei giorni migliori, cioè seduta ad un convegno a prendere appunti sul più e sul meno dei discorsi dei relatori e a metter ordine in virgole e parole per spremere il sugo, il fior d’oliva, messo in ordine e stirato in italiano, di quanto detto e raccontato. Un tempo, quand’ero al Gazzettino, era questa la mia specialità che mi diede, una volta, una gran soddisfazione nelle parole dell’ufficio stampa della Biennale di Venezia che ritenne quell’anno il mio pezzo il più esaustivo a raccontar le opere d’arte moderne e contemporanee che a me – lo confesso – non piacevano punto, ma il senso, quello sì, non mi sfuggi e mi parve come stender burro su un panino spiegarlo a gondolieri e umili mortali.

Ma torniamo a noi e gambe in spalle. Allora sono in un certo Oratorio di un cert’ordine consacrato che preferisco tenere per me. Si parla della Roma post-tridentina e dei tanti Santi che allora fondarono nuovi ordini, freschi di fede e carità, in risposta alla protesta di  Lutero. E Sant’Ignazio e San Camillo e San Filippo Neri e altri ancora, in una fucina di santità e di rinnovata spiritualità. All’ora del caffè, si scende nel ventre del convento per uno spuntino e io, tutta ispirata, parlo a lungo con il Generale dell’Ordine (che non è un soldato, si badi bene…). Poi ancora parole e infine a casa scrivere il mio pezzo, con quell’argento del passato acceso che mi fa risentir tutta quanta come al Gazzettino, in un miscuglio di sorpresa, gioia e paura. Il pezzo esce e buonasera. Qualche giorno dopo, un certo signore di mio gusto mi invia una mail e un link. Laconico, senza commento: il mio Generale, quello intervistato da me con tanta cura, tra un caffè nero e un biscotto, è ora ospite delle patrie galere. Sia fatta la tua volontà…

domenica 10 novembre 2013

Una corona in capo

Sognavo, ragazzina, di fare la scrittrice  e ora non più. Ora non più, penso e ripenso, al perché e mi sfugge in un vorticare a spirale di pensieri che si perdono lassù nella lontananza azzurrata. Ma dai, tiro lo spago, e giù dabbasso, con i piedi a pigiar la terra e cerco di trovare la ragione una che mi ha fatto metter nel cassetto il sogno e, diciamo pure, aprire questo blog che alcuni – e li ringrazio – han la pazienza di leggere. Secondo me e apro una parentesi questa qui di seguito (ma anche per Nietzche, che non è uno qualsiasi: una rivelazione, per me poco più che ventenne, la sua Nascita della Tragedia…) per fare uno scrittore ci vuole il pubblico e se non c’è quello non è punto utile perder tempo al tavolino con tante belle cose da fare e da vedere e il Signore da ringraziare sempre, in preghiera silente, perpetua, tenera, appassionata. Io credo che oggi allo scrittore (quasi, infatti, sono diventati mosche bianche e alcuni che ci vengono spacciati come tali lo sono come un tafano tra farfalle) manchi un pubblico. Per carità, non voglio dir che le persone - noi - non siano aggiustate a tanta altezza. Nossignore, il fatto è che manca il tempo e la voglia, distratti come siamo dalle cure quotidiane. E la fretta non crea certo lettori. Per leggere un buon libro ci vuol passione e pazienza e voglia di star lì, sospesi, a tu per tu con chi, magari, non c’è più.

Non voglio fare punto la scrittrice, ma il viaggio iniziatico per diventarlo (quello che ho percorso a passi lenti, nelle pagine bianche della mia esistenza, tutta una vita), quello sì, mi ha dato tanto e gioia e una corona di amiche che sono state - loro sì con un pubblico - amiche e vere, per me, più di quelle in carne e ossa. E ora che ho rivisto, con occhi nuovi, Otto e Mezzo di Federico Fellini, e il finale in carosello di uomini e di donne sulla spiaggia del pensiero, mi piace pensar che Elsa e Dolores e Jean e Jeanne e Paola e Neera e Katherine e Maeve e tutte quelle altre che ho amato e dimenticato di nominare mi facciano un girotondo intorno, nella gioia pura che mi hanno regalato in tutti questi anni di dolce conversare…  

sabato 9 novembre 2013

Panini imburrati

Mi specchio, sola nella mia fortezza di luce, nel mare fermo di Cala dei Gigli, in quell’ora (verso le cinque del pomeriggio) che sembra usare i pennelli di Tiziano maturo; il mare è turchino, l’aria d’arancia, il tempo, nella tinta del bianco, come sospeso in una dopostoria che è per me principio e fine e gioiosa solitudine d’incanto, pienezza pura nella mia fiaccola accesa. Mi specchio in quel mare e mi par di riflettere, corpo e anima, le colline e l’aldia e Tavolara laggiù che pare far una riverenza all’orizzonte nel suo celeste vivo, nel rosa di fanciulla dalla pelle di pesca, nell’oro della sabbia rinata. Mi specchio in quel mare, ma sono qui a casa, a Roma, e reclusa in camera, per via di una certa bella festa di compleanno che laggiù brinda, tra il corridoio e la sala, nelle risate (evviva) della gioventù che rincorre, ignara e convinta di vestir panni nuovi, le antiche trame.

E mentre son lì tra lettere e carte, dopo aver compiuto il mio sacro dovere  a Francesco e imburrato panini al salame e alla maionese con uovo, ripenso, non so dir perché, a un certo giorno lontano, in cui me ne andai con mio padre a Berchidda, a prendere il vino e la vernaccia alla cantina sociale. Eravamo, in macchina, lui, io e tante bottiglie vuote e pure due damigiane che sarebbero tornate ricolme dell’uva spremuta cara a Dioniso, e parlavamo un poco e un poco no, perché mio padre era di magre parole e rideva poco e direi quasi niente. Io poi dovevo guidare per quelle strade sarde, vuote di gente e di indicazioni stradali. Giunti a Berchidda, fui io, da sola, a entrar nel grande edificio color pane cotto. Entrai. Solo una voce che cantava, in sardo, una canzone amara e di zucchero insieme, una voce che mi imburrò l’anima.  L’ho ritrovata - No potho reposare - qualche giorno fa, nella voce di Maria Carta, e mi pareva, come ora, di esser nel mare della mia Cala dei Gigli e mio padre era vivo.
Questa è una ecobennibag, ricavata da due gonne vecchie che ho scucito e ricucito a modo mio

lunedì 4 novembre 2013

Il più bel dono dal cielo

Mi arrivano sulla mail (ma non solo a me) i messaggi di un certo signore, che è medico e dermatologo e toccato dalla grazia e pieno di quella luce che direi divina; e anche oggi una che si porta in cima un titolo evangelico “Chiedete e vi sarà dato”. Ed è cosa che è in me perché so, perché lo so, che tutt’intorno, invisibile, si muove un altrove e un qui che parla a noi, distratti dal mondo che si vede e che ci agita e ci distrae, dagli altri che ci paiono sempre avere più di noialtri (senza mai camminar nelle loro pantofole, però…) dal respirare nella vera vita. Chiedendo, occorre saper attender la risposta e leggerla nelle parole altrui, in un libro, nell’incontro con un angelo che può esser, si sa, anche zia Giuseppina…

Ma, basta, ringrazio con una riverenza il mio angelo quotidiano, e vi racconto del mio viaggio nel mondo di Giovanni, sia ben chiaro il Giovanni evangelista, quello dell’Aquila, del verbo fatto carne, l’apostolo amato da Gesù. Quello che fu messo in una pentola d’olio bollente e ne uscì sano come un pesce e allora fu mandato, accusato di stregoneria, a Patmos, un’isola che pare il dorso di un asino immerso nel bel mare greco e che io ho amato senza sapere perché quando vi andai, in crociera, in compagnia di gente che non mi somiglia punto. A Patmos, nella grotta dell’Apocalisse, alta sul turchino del cielo e delle onde, mi parve di sentirmi a casa, lontani gli altri, estranei anche se famigliari. Ed è per questo che, dopo aver riletto, sani, i tre vangeli sinottici, mi sono tenuta per ultimo, al calduccio, quello di Giovanni che a messa, non so perché, si legge poco. E ho scoperto, proprio alla pagina ultima, in coda alla coda, che anche gli apostoli, pur avendo ricevuto il Santo Spirito, eran, sotto sotto, uomini e storti. Pietro, addirittura, geloso di Giovanni, quando chiede a Gesù. “Signore che cosa sarà di lui?”. E Gesù: “Se voglio che rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”. La finisco qui e vi lascio nel bel mare placido di questo 5 novembre che a me portò, anni orsono, il più bel dono dal cielo…  

venerdì 1 novembre 2013

Domani è un altro giorno

In una Roma di pece tra le lucine che danzano nel manto di buio indossato da madama Sera, ieri, sulle sei, sono andata con un’amica cara (mamma mia, ci conosciamo da più di quarant’anni oramai e faccio un salto…) che è anche professoressa di storia dell’Arte all’Università Gregoriana, sono andata, dicevo, all’inaugurazione della mostra, organizzata a Palazzo Barberini, di Antoniazzo Romano, Pictor Urbis. Severo, essenziale, un poco grigio l’allestimento, che mal si sposa, secondo me, con gli allegri soffitti arabescati, negli stucchi opulenti che han visto tempi migliori e dove ronzano, color zafferano, le api dei Barberini… Belle le tele, nei loro fondi ancora d’oro, come se Bisanzio, fosse ancora legata alla gemella d’Occidente, la Roma dei Papi, con un vincolo di allegra sorellanza. Le Madonne di Antoniazzo – con i loro bei bambini – sono tutte metafisiche, alle spalle del manto azzurro, c’è sempre l’oro della divinità. E ci sono i dettagli che mi innamorano. In un’adorazione, sotto al Sacro Bambino, deposto sulla nuda terra, come presagio di morte, germogliano piccoli fiori, il fertile frutto della grazia che ci percorre. Un altro Gesù Bambino, due stanze più avanti, ha il capo piccino posato su timidi steli di paglia che paiono i raggi della sua divina aureola. E’ nel piccolo che si trova il grande, io lo so e lo sappiamo un po’ tutti ed è per questo che lo vado cercando…
Mi perdo davanti alla stupenda eleganza di Santa Illuminata (la quale, generosa, presta il viso all’invito che stringo ancora in mano), i capelli, lunghi, si intravedono, in onde, dietro le spalle. Ha aureola e corona e gli occhi - che guardano, con placido amore, il tempo che corre - sono pieni di pace. La pace che non c’è tutt’intorno, in quel fiume di gente mondana (non tutti, beninteso, che c'è persino un signore che ha restaurato Melozzo da Forlì e io ho avuto l'onore di stringergli la mano...) che si saluta e che si ritrova. Sento una voce. “Guarda sono tanti e domani, nessuno…”. E continua, la voce, raccontando che a Roma i turisti  van solo – e al trotto - ai Vaticani e alla Galleria Borghese e solo per metter la croce su “visto” e tornarsene a casa. Un'altra voce, in lontananza: "Sapete se più avanti c'è il buffet?" Domani, è un altro giorno.



     

mercoledì 30 ottobre 2013

Misteri e misteri

E’ arrivato, portato dal vento dell’amore, il piccolo G., che ha negli occhi che si aprono appena al mondo (ma sono celesti, secondo me, come il cielo appena lavato dagli angeli...) ancora il sugo primordiale e in quel piccolo suo corpo, minuto di piedi e di mani, l’energia potente della vita vera che ci percorre tutti quanti.  E’ arrivato il piccolo G. e io sono andata, questa mattina, a trovarlo, come un antico pastore di Betlemme. E mi sono affacciata, come sulla mangiatoia, ad ammirare, nella sua bella culla bianca (che è stata del suo papà e ora sua) l’eterno mistero, nella perfezione di un piccolo orecchio che pare una conchiglia. A lui, commossa, ho portato i miei doni, che sono benvenuto in questo mondo, doni che sono aiuto nel cammino e l’augurio di trovar, nel bosco, il sentiero che porta alla luce…

E’ arrivato il piccolo G. e, per vederlo, ho preso due autobus che mi han portato in corsa, lungo i luoghi che amo, per esser stati miei da quando ero bambina e piccola così. Ho salutato, dall’85 in corsa, le statue di San Giovanni in Laterano che sembrano danzare nell’azzurro e come muoversi in una rotonda maestà che mi fa sorridere il cuore. Ho ammirato i tanti palazzi della Via Appia Nuova, dove gli architetti di allora, nascondevano tra le finestre visi di fauni e ninfe e sileni, perché è bello costruire solide mura, ma bisogna lasciar che la bellezza, timida fata, completi l’opera che saluta il sole. E nell’autobus, sedute dietro di me, c’erano due allegre signore, come si suol dire, di una certa età. Di quelle che non han cambiato abitudini e tailleur e messa in piega, mettiamo, da cinquant’anni, e che sono rassicuranti, nonnine eterne, come il chiaro di luna in una sera d’estate. E mi stanno dietro la nuca e ciaccolano e parlano dei guai dell’una e degli acciacchi di Pina e di Aminto e di Rino che è diventato zoppo e con quella pagliuzza di moglie che si ritrova mica può uscire più. E parlano anche di viaggi. Il viaggio che devono fare a Chianciano Terme ché il fegato, si sa, si deve conservar in carta velina. E una all’altra: “Oh, non mi dire che viene anche la Cettina?”. “E come si fa a dirle di non venire”, fa l’altra. E uno e due sospiri. “Certo che è così antipatica…” “Già”, e giù un altro sospiro e anche un sbuffo come una ciliegina sulla torta. E a me è fiorito un sorriso sulle labbra perché, con quei capelli d’argento, in guanti e cappellino, con la pelle oramai di cuoio concio e tanti di quegli anni nelle borsette e sulle spalle, sembravano, e Dio le benedica, ancora due ragazzine a dir su dell’amichetta…
Meditando, a Cala dei Gigli...

lunedì 28 ottobre 2013

Rosa mistica

C’era e non c’è più, a Roma, il gran freddo di quando ero piccola io. Ricordo i vetri di ghiaccio e neve delle macchine nostre (la giardinetta di mia madre e l’automobile grande di mio padre, sempre in vestito da sera) parcheggiate sul viale d’entrata, dove verde anche d’inverno spumava la siepe che d’estate si ricamava di fioretti di zafferano. Ricordo le pentole d’acqua bollente in danza, spandendo fiato, da noi trasportate lungo lo stradone d’entrata; e presto, presto, che si fa tardi, bambini, di fretta, di fretta, Santa Vergine… Mia madre a dirigere il traffico di noi indaffarati. Versavamo l’acqua (che gran divertimento era quello!) che bruciava, in rivoli d’inferno, i ghiaccioli a forma di stella e di luna e poi, presto presto, uno via l’altro, tutti pigiati nel sedile di dietro: Marco e la Sissi e io e mia sorella, per esser portati da mia madre fin sul cucuzzolo della Trinità dei Monti lì dove si biforcan le strade che van, verso l’alto e sulla destra, al Pincio, e giù da basso a mano manca, nel serpente silente della Salita di San Sebastianello.

Salita, per noi, non era. Meglio discesa e giù di corsa con le cartelle (la mia rosso porpora) a batter sulle spalle e sul fondoschiena. Giù di corsa, nelle gote di mela, mentre mia madre, lassù, ci seguiva con gli occhi fin sul gomito estremo che, però, ci inghiottiva. Come poi faceva il gran portone severo dell’Istituto Mater Dei. E il freddo, che freddo, pungeva le gambe nude, in calzettoni corti, e anche il cuore. In cappella, con il basco sul colmo del capo, recitavamo il Rosario, nel ritmo di Sister Francis che ci guidava nelle litanie: Turris eburnea, Rosa mistica. Quasi dormivo nel tepore di quella piccola madre che ci conteneva. Una mattina, dormivo davvero e quando arrivò il momento delle genuflessioni (che si svolgevano nel corridoio, tra due ali di banchi, proprio dirimpetto all’altare) meno male che ci fu la Bezzi a svegliarmi con una gran gomitata e la risata toscana: “Oh Ponti, noi si va, oh tu che fai, tu resti?”

venerdì 25 ottobre 2013

Riccioli neri

Mia madre, ragazzina, era alta una pertica e bruna e ricciuta e ombrosa e di spine per via della statura che una come lei di certo non la mettevi punto in tasca e alle foto di classe la schiaffavano sempre all’ultima fila, con la scusa dell’altezza, mentre le compagne – compresa la Sissi, gambe all’indiana, che era sua cugina - piccole italiane e vezzose nei fiocchi bianchi che portavano, allora, allacciati sul lato destro, tra i capellucci biondi e di seta, tagliati a cascolino. E quanta grazia e quanto amore metteva nonna Stella a pettinar la Sissi, che era tutta quanta stirata nella delizia e piccola tanto che la potevi mettere in una canestra e lasciarla penzolare all’ingresso a chiacchierar con passeri e fringuelli!

Mia madre, in silenzio, subiva quelle sedute amorose e di pioggia e di sassi era il suo umore, protetto dalla maschera del sorriso. Anche a lei, certo, nonna Stella aveva sistemato il fiocco bianco proprio sull’orecchio, poi, però, si era allontanata quel tanto che serviva a prender le distanze dall’effetto materno e, scuotendo il capo, lo aveva tolto in un fiat, mormorando qualcosa che mia madre non udì. Non stava bene, no, quel candore tra l’ali di corvo sue e nonna Stella che aveva sangue d’artista e poco inzuppato di filosofia, invece di far di necessità virtù per non appozzare la figliola, aveva fatto piazza pulita e che non se ne parli più. Via, un baciccia, perché il silenzio torvo della poverina parlava più di una campana a mezzogiorno. Finché un pomeriggio, un pomeriggio d’oro e di sole, non venne il cugino Gustavo a rovesciar Napoleone. Vide la Sissi con il gran fiocco e le soffiò in faccia: “Ma che c’hai, che t’anno messo sull’orecchio, mi sembri una bella scema!” Il fiocco si fece musone e sciolto dalla Sissi finì lombrico a terra. E i tre cugini, alti e bassi, via per i campi, tra i vitigni e il mais…

giovedì 24 ottobre 2013

Lo splendore dei melograni

Nel bel mezzo di un placido pomeriggio festivo, mettiamo di sabato scorso, mi viene la smania di abbracciar con gli occhi un quadratino di verde, due alberi, che so, qualcosa insomma che mi ricordi, seppur cittadina come sono (mio malgrado), che calpesto ancora a piedi nudi la nuda terra, che sono ancora una piccola parte di un tutto che mi trascende e palpita, nel fuoco, dentro di me. Così spinta da questo bisogno che è fame e sete insieme di verità, esco e giro per il mio Rione Monti in cerca dell’erba che mi sfami. E prima provo a Villa Aldobrandini, il mio rifugio nel nido di palme e aranci che sventola sereno sulla folla pazza di Via Nazionale. Ma è chiusa la villa, per un restauro e speriamo che serva perché non c’è niente di più triste, per me, che veder la villa sbrodolata di cartacce e bottiglie di birra vuote nell’incuria quotidiana che la divora. E qui, mi fermo per un minuto di raccoglimento chiedendo a qualcuno che mi aiuti a salvarla; io, per me, sono pronta con le ramazze…

Ma andiamo avanti e proseguo verso i Giardini di Carlo Alberto (per via della statua equestre del re sabaudo divenuta negli anni  più che mausoleo, palestra di giochi per bambini) che sono sentinella al gran Palazzo del Quirinale dove vive uno solo che non è Papa e non è Re, ma è Presidente e rido tra me perché cambiano i nomi nel mondo, ma la sostanza mica per nulla… Ma che sorpresa, sono chiusi anche i Giardini di Carlo Alberto e dovevano riaprire (c’è un cartellone grande e grosso e pieno di nomi e cognomi dei responsabili impuniti) in maggio e invece sono chiusi ed è già quasi novembre. Ancora, andiamo, andiamo. Eccomi ai Giardini di Sant’Andrea, dove portavo Leonardo bambino e quanti ricordi accendono! Come? Cosa? Chiusi pure loro e non c’è neppure un fischio, un rotolino di spiegazione… Chiusi e marameo.  Vabbè, torno sui miei passi, demitto auricolas, e proprio mentre sto attraversando Via Nazionale, vedo in lontananza due pini d’Aleppo sventolarmi nel ricordo dell’anima accesa. Arrivo, arrivo! Sono i pini che ornano l’arcigno palazzo del Viminale ed è lì che mi rifugio per fotografar col cuore il verde mio interiore. E siccome la natura, nella persona una e trina della Provvidenza,  ha sempre un regalino per chi bussa alla sua porta, li vedo, li vedo! Sotto al palazzaccio bianco, a destra e a manca, ci sono tanti melograni verdi di fronde e carichi di pomi aranciati e rossi e d’oro. Melograni d’abbondanza che paiono chiamarmi: coglimi, coglimi. Ma nulla, mi limito a bearmi di loro ed ecco, nel ricordo, uscir dal suo cappello a cilindro un certo signore dagli occhi turchini che, a ogni visita romana, mi recava i melograni del suo giardino. In regalo mi portava i melograni e la sua risata allegra e turchina…

sabato 19 ottobre 2013

Captivus diaboli

Viviamo in un mondo di immagini: tutto il santo giorno, sul computer, in televisione, sui cartelli pubblicitari, persino in autobus e in metropolitana ci inseguono e di qui e di lì, di sopra e di sotto, eccoci, tutti quanti, immersi in un carosello – o forse un sabba, chissà - continuo di icone forsennate, sghembe, ritagliate nel caos, icone che non sono quelle ortodosse, dipinte nel cosmo, epifanie del sacro nel cielo d’oro della meditazione. San Luca evangelista dipinse la prima, ed era un’immagine di Maria, la vide in sogno, la grande madre nostra e ce la regalò e non fu certo il primo…
Esse, le moderne, sono, invece, immagini che parlano del mondo in cui viviamo, un mondo che ha i piedi in cielo e il capo in terra, il mondo di Cocchiara e che Ernesto De Martino raccontava a modo suo, cioè tornando indietro nel sentiero della tradizione, quando le parole erano figlie della terra e non del pensiero politicamente corretto e tutto umano e quindi caduco, passeggero, in fuga. Sapete perché cattivo vuol dire cattivo? Ci vengono incontro la filologia e la semantica che sono sorelle e si tengono per mano. La prima, che racconta l’origine delle parole, dice: “Cattivo vien dal latino captivus e vuol significare prigioniero”; la seconda che spiega invece l’uso che della parola si è fatto nei secoli, ragiona: “Ed è perché nel Medio Evo l’uomo maligno era “captivus diaboli” che si è finiti per dir cattivo di una persona che il bene lo conosce poco”. Ed ecco che la parola cattivo si fa immagine e, figlia delle terra, mostra le sue catene a noi che le dimentichiamo nel fraseggiar vaghezze, perdute in un cielo rosso fuoco…

E sorrido al pensiero che, qualche giorno fa, una certa amica di cui non dirò nome è azienda, per carità, assunta da poco, mi ha chiamata, ridendo un poco e un poco no: “Abbiam fatto una riunione di tot ore e poi un’altra e un’altra ancora e ancora non ho capito che lavoro devo fare…”. Un’altra amica, che lavora in un organismo internazionale, per raccontarmi che cosa fa in quelle infinite stanze nel cubo bianco (che non è neppure territorio italiano) ci ha messo più di un’ora e io ancora oggi non ho capito un'acca e fate voi. Io, a sentir tutto quel loro latinorum al vento, ho sentito il profumo della terra e avrei voluto essere in Sabina, con Angelo, a raccogliere le olive... 

mercoledì 16 ottobre 2013

Inseguimento alla catalana

Mi piace, a volte, quando il tempo lo consente, sedermi bella bella sul mio divano color caffelatte dai cuscini turchini e, con il telecomando saldo nella destra, saltare da un canale all’altro, ché oramai ce ne sono tanti e troppi e non come quando ero piccola io. In quella macedonia di chiacchiere, che a volte sono diavoli travestiti da cherubini, mi sento cavalcar in un nulla eterno che sa di detto e ripetuto. Allora mi rifugio sulla nuova televisione della Feltrinelli dove so per certo che, a una certa ora, si parla, con una giornalista bellina ed educata, delle città di mare. Ah, la mia Lisbona! Ecco Istambul, bella nel suo corno d’oro, che io amo e non so neanche dire perché. Qualche giorno fa la nostra signorina era a Barcellona che, per me, avrà sempre il profumo di Michel e vallo a spiegare che cosa vuol dire in catalano cunill...

Ero lì ad bearmi di ramblas e paella con la bella giornalista e il solito esperto di costumi locali (che a me fa pensar, dispiace dirlo, alla caricatura di Amarcord…) quando d’un tratto, vedo come una meteora filare a saetta in lontananza; sullo sfondo, ecco un gomitolo rosso e nero, sfrecciare alle spalle dei due che, intanto, seguitano a cicalare di usi e costumi catalani. Continuo a guardare, ad occhi aguzzi. I due ora parlano della Sagrada Familia che, a me, devo confessarlo piace un poco, ma mica troppo, perché, credo che basti mezza pieve nostra a farne tre di Sagrade Familie e scusate la sincerità. Parlano, i due, comunque, con il sussiego che, secondo loro, meritano i capolavori quando, a mano diritta, ecco ricomparire l’arcana freccia bicolore e in un guizzo capisco:  un cane e un gatto! Un cane nero corre corre appresso a un gatto rosso e il primo ha il muso nel sedere del secondo che, a coda ritta, se la fila col demonio nelle zampe.  Un arruffio di  peli e zampe matte, in barba alla buona educazione, in marameo alle sacre telecamere… Via, zoom, di corsa, come in un cartone animato, di qua e di là a fregar la scena alla cultura catalana. E ora, per piacere, non chiedetemi di che cosa stavano parlando, seri seri, i due poveri conduttori…

domenica 13 ottobre 2013

Buongiorno Peppapig

Seduti, in felici pochi, sulla scalinata di Via del Sambuco che ha per sentinella la bianca mole dell'Istituto Angelo Mai, ieri sera, nel via vai dell'Ottobrata Monticiana, abbiamo ascoltato, tra risate e sorrisi un assaggio dei racconti della Jeanne De Casalis, letti dalla Elide che ha interpretato Mrs Birch e Miss Twist con divertita ironia. E c'erano grandi e piccini e anche un bebè in gran sonno, cullato dalla voce dell'Elide, felice, nel tepore sicuro del suo papà.
Tra gli altri, tre bambine, una più deliziosa dell'altra. Erano tre in fila e sedute accanto a me. Una più grandicella, mora mora quasi saracena e una in mezzo, tutta indaffarata, tra le cercine bionde, a finire l'enorme panino al prosciutto fornitole dalla mamma, e la terza, bella come una bambolina di bisquit, con certi capelli neri neri che parevano di carbone e la pelle di Biancaneve. La più piccina, diciamo la bambolina di bisquit, teneva le manine  in croce sul cuore come a proteggere un segreto. Silenzio a chi le chiedeva lumi. Ha risposto la più grandicella, per quell'altra: "Ha una collana di Peppapig e non vuole che gliela rubino. Capisci: è di Peppapig...". Già... Una voce adulta: "La piccola ha letto il ramo d'oro di Frazer!".  E la bambolina, se possibile, ha stretto ancora più le mani a proteggere la sua maialina rosa. Si prosegue con la lettura e le bimbe zitte, rapite. Chi dal panino al prosciutto e chi dai suoi pensieri di farfalla, chissà.
A un certo punto, conclusa con un applauso la lettura, qualcuno regala non so più cosa alle bambine e dà il compito alla più grandicella di passar il dono anche alla piccina che però mi pare, a vederla - anche se il buio copre col suo manto nero noi e anche loro - abbia un pippi a strofinare gli scalini. E infatti, sento l'amichetta rispondere, seria seria, al donatore: "No, non vuole niente. Sai, le si è rotta la collana di Peppapig". E in quella tenera serietà composta, in quel musino senza lacrime mi è parso di riconoscere, intera e viva, la gran pena dell'umanità che cammina nel mondo, tenendo per mano la propria personale Peppapig color di rosa,  il ramo d'oro che ci par nostro e che non vogliamo ci sia portato via...

sabato 12 ottobre 2013

Ottobrata Monticiana, con Michelle

Per l'Ottobrata Monticiana, che è arrivata anche quest'anno al sapor d'uva Regina, Michelle, anima della Librinecessari in Via degli Zingari, ha tirato fuori dal quel suo cilindro immaginario (che mi par di vederle in capo e tutto ricamato di stelle...) tre serate tre che han riempito (ieri con le poesie romanesche di Mauro Maré) e riempiranno (oggi con i Granelli di Roma di Leone Antenone) la grotta della libreria che, notturna com'è, si accende di lume nel segno della poesia e della prosa che, come si sa, han sempre le ali come il caduceo di Mercurio. Io, in quella grotta di Betlemme, ho imparato a dire arrivederci e grazie nella bella lingua di Confucio (che amo)...
E domani, alle sei di sera, sarò lì per festeggiare, io con altri - e tanti spero -  Jeanne De Casalis di cui anche Michelle è amica, al par di me. Elide Nicolai (grazie Elide!) leggerà uno dei racconti di gusto e lustro di "Lei non sarà mai infedele". Che poi quel lei non è altri che la vita. E la vita, la vera vita, quella che si nutre nel fiume, nella spirale del serpente sacro, si sa, non mente mai. Nuota svelta tra le menzogne del mondo e dei tanti, troppi chiacchieroni, e  smaschera le une e gli altri col tempo e piano piano. Oh quanto si divertiva, con aggraziata ironia, la Jeanne a ridacchiar di quanti si riempiono la bocca di latinorum per sciorinar bugie buone al massimo per farci il brodo! Ma le spine del mondo, come accade nell'alchimia della scrittura vera, si fan dolci, inzuccherate dalla pena per la miseria umana e diventan tante  parole argute che si rincorrono nei racconti che sono davvero unici e belli e veri. Vabbè, la finisco qui e nel salutar voi con una riverenza, ringrazio Michelle e torno a invitar chi avesse quelle due ore di libertà alla domenica sera, per ricominciar  daccapo la settimana in buon umore, alla Librinecessari, in Via degli Zingari, alle sei di sera.  Io ci sarò, ci saranno quattordici copie del libro per chi lo volesse acquistare (ché le altre, ohimè, non sono riuscita a salvarle dal macero...) e, tra - spero per la Jeanne - tanti, ci sarò anche io...

mercoledì 9 ottobre 2013

Nel fiume e nel mondo

Al numero tal dei tali di via Leonina c’è un piccolo negozio prezioso, difeso da un gran portone di ferro, che pare quello di un caveau di banca. Il negozio, piccolo, tutto quanto d’oro come un velo d’odalisca, è custodito da una sacerdotessa dai capelli di rame, lentiggini spruzzate sul naso, un sorriso di sfinge, sempre vestita dei colori della terra. In questo negozio, dove sono stata oggi e ieri, si celebra, a volerlo, la festa dell’odorato, che è, secondo me, un senso perduto, come dimenticato, negletto, per noi che siam figli della modernità e di cibo soltanto par che parliamo. Che l’odore non arriva via cavo, e neanche su Skype… Ricordo, ricordo bambina, l’odor di bucato e di bianco e pulito che non era quello del Dixan o del Dash, come è oggi sulla pubblicità. Ricordo la Mimma, abbracciata ai panni, che stendeva nel vento quel profumo croccante, di nuvole e fresco... Ricordo, bambina, il profumo del Calycanthus, d’inverno, quando tutti i fiori eran stenti e lui, solitario, con i rami d’osso muto, carichi di fiorettini d’oro; ricordo la scia soave, inebriante, che entrava dalla finestra aperta della camera di mia madre, in recupero d’aria. Ricordo l’odore delle mele, a Sangiuliano che erano profumo loro pure, e rosse e fragranti, quasi odor di vaniglia.

Ma torniamo in Via Leonina, nel negozio che dico dove si vendono profumi di Keiko Micheri e di Annick Gutal e di altri e tanti, vestali del naso, alchimisti moderni nella ricerca della pura bellezza, dello spirito profumato del cosmo. A me piacciono i profumi alla rosa, ma ce ne sono di tanti e di troppi ed è una festa davvero. Il naso è al lavoro e così la nostra Beatrice, che, lei sì, dà un nome a ogni essenza ed il nome è un apriti sesamo per il paradiso. E mentre s’odora ora questo ora quello, eccoci in grembo al tempio, dove il profumo è vestito e spirito insieme. Si diventa tutt’uno, nel profumo che è nostro. Nel fiume e nel mondo…
Avrei voluto mettere un Calycanthus.... E' un albero di arancio che mi è molto caro...

sabato 5 ottobre 2013

Il signor Grecolatino...

Se anche Massimo D’Azeglio, ed è vero per averlo io letto con questi occhi tanti, pensava che studiare il greco e il latino (persino ai tempi suoi…) fosse una perdita di tempo, nel tempo in cui i ragazzi, freschi e verdi, seminano la messe del sapere per dare poi i frutti nella maturità, dicevo, se è vero questo, io mi dissocio anche da lui, che pure resta nel caldo del mio cuore per come scrive in italiano, amando la sua lingua come e più di una madre amata. Passi che lo dicano (e lo dicono per averlo io sentito con queste orecchie tante) quanti lavorano, mettiamo, in Banca d’Italia (ché con l’anima di solito ci contano i denari e l’interesse), ma da Mammolino proprio non me lo aspettavo. E sono caduta in terra, a sacco, come una pera cotta per esser io, forse, tra i pochi, che ancora difendono la gran scuola del pensiero classico, calzata da Esopo e Tito Livio, nel periodare criptico di Tacito e nelle invenzioni d’Orazio, inventata da Giovanni Gentile oramai quasi un secolo fa.
Siamo in pochi, olè, ma non mi perdo d’animo perché quando, come ieri, vedo mio figlio, chino sui ricordi di Marco Aurelio, nella lingua pura della bellezza e della filosofia, e sentirgli dire che finalmente ha capito perché si studia il greco, bè, lo ammetto è una gran soddisfazione, come svegliarsi con l’aurora a Cala dei Gigli e osservare il sole, a est, colorare d’oro l’aldia bianca e poi, nella porporina del giorno appena nato, stirarsi tutto quanto nel perduto orizzonte, risvegliando, nel miracolo della risurrezione, gli uomini e le cose…

I libri moderni, però, anche i migliori mi restano sulla strozza. Sicché quando, mettiamo, mi si chiede una mano per ripassare i comparativi e i superlativi irregolari di certi aggettivi antichi, definitivi, come buono e cattivo (irregolari per essere stati masticati in tutte le salse…) io prendo il mio vecchio libro di teoria della lingua greca. E’ vecchio, scalcinato, color carta macilenta e non colorato come il fratello minore (in mano a mio figlio), ma a me risveglia la memoria. E poi, a pagina quarantotto,  proprio lì dove si parla di aggettivi regolari e irregolari, ci sono disegnati su due cani, uno di profilo e uno a tutto muso e mi sorridono, come faceva Monica, la mia Monica, seduta nel banco insieme a me, Monica, che allora, me li disegnava..

mercoledì 2 ottobre 2013

Viva Napoli!

Esco di rado, la sera. E dormo presto, rapita nel silenzio che amo. Nel sonno, che mi guida, ritrovo il mio centro e il sentiero chiaro,nel bosco, ma ieri sera, con mio marito ci siamo ritrovati a Via Margutta, che è di Roma l’anima buia, distesa com’è, placida e serena nonostante la crisi e Letta e Berlusconi, sotto al verde, credo, di Villa Borghese. Eravamo invitati - lui, almeno e io lo accompagnavo – a una cena vegetariana in onore di una certa associazione animalista, nel giorno del compleanno di Gandhi, che è, per loro, Mahatma e maestro. C’era infatti anche il vice ambasciatore d’India, ma il nome non lo ricordo e non lo domandate…

Seduti a una tavola apparecchiata con gusto moderno, arrivano le pietanze tutte veg, porzioni piccole e colorate in certi piatti bianchi grandi come tante lune. I commensali piacevoli e si parla, come si deve, di questo e di quello, nei piccoli conversari quotidiani che restan sulle nuvole per non ferire nessuno. C’è una bella giornalista della Vita in diretta e ci sono due simpatiche signore dell’ufficio stampa e altri, laggiù, con i quali ho parlato poco, e c’è anche un beagle che dorme mentre noi mangiamo. Si parla di tutto e di nulla, con quella riservata mondanità in stile comunità europea che mette le manette alla spontaneità. Finché però, e l’ora si  è già fatta piccola, il discorso, sia come sia, scivola su Napoli. E Napoli, che pure vive sotto un Vulcano nero, allarga i cuori e nella risata ritrovata, genuina, vera, grande, un simpatico signore racconta di lui che camminava con un amico sul marciapiedi napoletano, andando per i casi suoi, e sente un clacson suonare a campanella e dai e dai finché non si volta: e c’era una macchina proprio sul marciapiede che chiedeva strada a lui e dentro un automobilista inferocito, con un bel paio di corna sul cruscotto… Viva Napoli! 

martedì 1 ottobre 2013

Mammolino e Ciccillo

Davanti alla Librinecessari (dove Michelle accende col sorriso la voglia di leggere a chi passa per la via  degli Zingari ai Monti) ci sono, a volte, degli scatolotti di banane e dentro libri e volumi sull’universo mondo a pochi euro. A me fan gola sempre e sempre ci perdo quei, diciamo, quindici minuti di gioia perché vi trovo, a volte, il mio passato (miei autori, miei passioni antiche) e altre libri che paion dirmi “comperami, comperami, Ester, e non ti deluderò”. A volte, poiché ho la testa piena di pensieri, compero anche dei doppioni perché non ricordo se il tal libro l’ho preso in biblioteca (e quindi l’ho restituito) o, invece, l’ho acquistato e se ne sta a dormire chi sa dove tra gli scaffali molti che ornano la casa…

Così ieri, eccomi trovar, tutta contenta, i ricordi di Massimo D’Azeglio, che sono, per me, lume di scrittura, con quell’ironia garbata, tutta piemontese, che era di quei tempi ben educati. Mi piacciono i ricordi di D’Azeglio (li ho doppi, ohimé, uno della Bur e l’altro neppure ricordo l’editore), soprattutto lì dove racconta della di lui, spartana, infanzia e dei suoi giri giovanetti per i Castelli romani ancora papalini. Mi piace e quanto mi piace scoprir che in famiglia non era il signor ministro con i gran baffi ottocenteschi  e neppure Massimo Taparelli marchese di D’Azeglio, ma più semplicemente Mammolino. Così come Francesco De Sanctis, il gran letterato, l’autore della Storia della letteratura italiana, anche lui ministro, era per i suoi (si legge nella sua autobiografia “La Giovinezza”) semplicemente Ciccillo… 

Sopra Ciccillo, sotto Mammolino...

domenica 29 settembre 2013

A Villa Aldobrandini, un sabato mattina

Nella filante, dorata mattinata di ieri, eccomi,  come nei miei sogni, in quel piccolo paradiso romano che si chiama Villa Aldobrandini. Il giardino, seduto in testa a Via Nazionale è, per noi che abitiamo ai Monti (non oso dirmi monticiana, però, ché altri, ben altri, hanno la nobiltà del luogo nel sangue antico famigliare…), come un boschetto sacro dove ritrovare il fiume e il respiro del mistero nei ciuffi verdi che si sbraccian verso il cielo turchino, merli e passeretti a far l’altalena sui rami… 
Ero lì, ma che desolazione! Pattume ovunque e bottiglie di vino vuote e pane secco sbrodolato ai piedi delle statue acefale (che per fortuna non hanno occhi, ma cuore sì!) e c’eran cartacce in giro e anche porcherie; sulle panchine rotte e mutilate, uomini di ogni colore a dormire a piedi scalzi e c’era pure chi faceva la toilette lì dove il bastione guarda verso la Salita del Grillo. Ed era ed è questa trista incuria specchio del Paese in crisi che par congelato nel nulla. Mentre aspettavo chi so io, eccomi a raccoglier bottiglie e carte e a rovesciarle nei cestini che ci sono, eccome, e pure vuoti e con la busta nera nuova nuova. Bastava, insomma, allungare appena un braccio… E mentre sono lì nel mio nuovo lavoro (come se non bastasse tutto quel che faccio in casa) mi si avvicinano due eleganti signore americane e mi chiedono lumi sulla villa. Rispondo, so, ho studiato. E loro: “Ma, mi dica, è sempre sporca come oggi? Che vergogna! Un paradiso così, al centro di Roma...”. Faccio mio il loro grido di sdegno e mi chiedo perché siamo arrivati a tanto, come se il bello, di cui siam stati nei secoli signori, sia diventato di colpo un nemico, qualcosa da ferire, un incubo dal quale svegliarsi per precipitar nel caotico moderno, vivo, appunto, nello sghembo caos, ucciso il cosmo...
L'antica, serena bellezza della signora Colombini, lei sì nel cosmo...

sabato 28 settembre 2013

Ottobrata romana

Mentre settembre, a passi danzanti, sorride il suo arrivederci all’anno prossimo, vedo di lontano ottobre, in tabarro, in capo un cappellaccio nero, gli antichi calzoni di castagna, le scarpe color noce, farsi vicino, nell’autunno pigro del bosco. L’aria è come d’oro, nell’attesa, ferme le cose, all’erta gli animali. Avanza lentamente lui, tutto preso com’è a pitturar, col suo pennello magico, d’arancio e di giallo le foglie venate degli alberi e a far maturare loti e calicantus profumati. E mentre il bosco trascolora, io penso a noi, bambini degli Anni Settanta, che solo il primo ottobre tornavamo a scuola, dopo giorni e mesi interi di pura libertà, trascorsi nella beatitudine dei nostri personali paradisi terrestri (per me Cala dei Gigli), che non eran fatti, come oggi, di computer e di realtà virtuali, ma di sole e di mare e niente più.
Si tornava a scuola: io, felice. La scuola mi portava via da casa, dai dispetti dei gemelli, dalle parole di mia madre che eran, per me, sirene e chimere, dai Salini tutti quanti, dal mondo loro che non è mai stato il mio. A scuola, lontana da loro, ero felice….

Io, per me, ho sempre amato l’autunno forse, ora lo capisco, perché tornavo a scuola. Ed ero la sola, in classe, credo. O forse no ché, nel segreto, lì dove ogni bambino chiude il riccio dei pensieri suoi riposti, in molte, credo, preferivano i banchi, il basco, le sister, il Mater Dei, perché almeno lì l’ingiustizia era divisa in parti uguali e tutte quante, in uniforme, eravamo figlie d’ottobre, nella magia del ritorno…

mercoledì 25 settembre 2013

Al cinema, di martedì

Ieri, gambe in spalla e sola soletta, sono andata al cinema a vedermi, al pomeriggio (come non oso fare mai per via dei tanti impegni quotidiani) “La Grande bellezza” di Paolo Sorrentino, che, neanche a farlo apposta proprio oggi è stato benedetto film da Oscar hollywoodiano. Gliela auguro la statuetta, beninteso, ché una gloria italiana, in questi tempi di vacche magre (ieri la Rinascente di piazza Fiume abitata solo da una pallida me, dai commessi immalinconiti e dalle anime morte di Gogol…) è pur sempre una stella in cielo e provvidenza per il nostro povero Paese mangiato dal debito pubblico nel sacco dell’Europa. Ma il film, devo dirlo - e a dirlo mi si spezza un poco il cuore tanto ho atteso di poterlo andare a vedere - mi ha lasciata freddina e ogni tanto, lo ammetto, ho anche sbadigliato e non so, fossi stata a casa mia, se sarei arrivata fino in fondo o avrei spento un poco prima la televisione. Va bene, certo, Roma di notte è follia bizantina e bizantino è il suo popolo di pazzi, cocainomani e bighelloni e buoni a nulla e principesse decadute e garruli cardinali mondani, ma, insomma, dopo che ne hai visti uno o due oppure tre, ti sembra di aver già fatto la scorta per l’inverno e chiedi un poco di trama, un soldo di intreccio, qualcosa che non sia banale. Come il pianto antico per un antico amore estivo che, di certo, non spiega il vuoto dentro di tanti e tanti anni…

Ci sono anche cose, per me, ridicole, come la santa che ha letto - maddai! - proprio il primo e unico libro del protagonista e vuole persino andare a cena a casa di lui pur mangiando solo radici... E sono tanti altri i sassolini che vorrei togliermi dalla scarpa se non altro perché a tornare a casa, alle otto e venti, faceva un gran freddo ed ero in maniche corte e vi lascio immaginare quanto ho corso; ma lascio stare e brindo all’America, augurando tanta fortuna a Sorrentino e a Toni Servillo (che ha cento facce e tutte quante vere) e metto un punto e a capo su due particolari che, invece, terrò legati stretti all’anima. Il primo: quelle inquadrature rovesciate nel gioco pazzo del mondo all’incontrario; e poi il secondo, proprio in coda al film, che sono le suore vere, vestite di bianco, riprese a fotografarsi sul Ponte Sant’Angelo, mentre la macchina da presa scivola lungo il Tevere silente, riprendendo la loro piccola bellezza e quella grande, grandissima, di Roma.

martedì 24 settembre 2013

Nella coda saggia di un gatto

Mi piace camminar per Roma con il terzo occhio ben aperto e lì dove tutti, mettiamo il caso, vedono le auto in corsa e i pizzardoni e la grande piazza Venezia inchinata ai piedi candidi  del Vittoriano, io vedo, invece, Medusa, che, urlante, a bocca aperta, i serpenti in capo, in forma di elegante corona, chiama gli inconsapevoli al suo banchetto divino nel sangue rosso e d’uva di Dioniso. Invano, tagliate le radici, perduta la strada, dimenticati i sassolini di Pollicino, ecco i tanti passanti, in auto, in motorino, a piedi, in bicicletta, ignari spazzolano sotto al palazzo dove lei li osserva dall’alto, chiamandoli al risveglio, nel silente respiro del mistero. Dormono, svegli, ad occhi aperti, camminando, nel galoppo del mondo che, crudele Caino, li divora. Ancora e ancora, nella religione vana del fare e ogni giorno è nuovo battagliare per essere al centro di qualcosa che un centro non lo ha…

Ero lì, qualche giorno fa, in compagnia di due belle signore ed eleganti nella forma e nel pensiero, pronta a salutarle nella loro ritrovata, sorridente, fiorita consapevolezza, quando d’un tratto vedo qualcuno tra la folla. E mentre le mie compagne d’anima van via per la loro strada, io mi getto nelle braccia di quell’uno che è per me felicità rotonda. E insieme a lui abbraccio tutta quanta l'umanità in cammino e saluto e sorrido a chi mi viene incontro, che dorma oppure sia ben sveglio, differenza non c'è. Nel paradiso terrestre, giglio tra la sabbia, si è tutti fratelli e una la collana, nella coda saggia di un gatto... Non parliamo, lui - il mio angelo - e io, camminando fino alla Gatta, e poi lui, nel silenzio più profondo di tante parole, mi fa, nel congedarsi: “Grazie per avermi lasciato in compagnia dei miei pensieri”. I suoi e i miei, nel fiume...