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giovedì 6 dicembre 2012

La mia Notte Santa

Un piccolo Dioniso, di Paestum, bello come un Gesù Bambino
In casa Ponti non si faceva l'albero di Natale. Per l'amor del Cielo, l'abete impellicciato, sgargiante di luci e palle e ori non poteva far conto paro con la discesa in terra, nuda di povertà, del Bambinello celeste nella stalla di Betlemme! Nel quadro del mio Natale bambino, dunque, non c'era l'albero e non c'era Babbo Natale con le renne e la slitta. I doni, i piccoli doni, li portava, Dio solo sa come, Israello che, con mia grande sorpresa, era Gesù nella Notte Santa del Tu scendi dalle stelle... Solo il presepe avevamo e non ricordo neanche  più dove veniva fatto; forse in sala da pranzo o forse no, ché  la memoria non si accende neppure al ricordo di un tavolo vestito di rosso, dove consumare un pranzo di Natale come si deve. Niente ricordo, non il presepe e non il mangiare; solo che statuine e stalla e animali si custodivano in cantina, in un cestino attaccato con un gancio al soffitto. Respiravo l'odore di chiuso, di formaggio della nonna, di umido ed era l'odore del Natale mio. Scendeva il cestino: ogni pezzo di cuore, un involtino di carta di giornale. Il mio cuore nel giubilo, le statuine come bambolette. Il presepe c'era, ma doveva essere ben piccolo - senza angeli e senza cielo stellato - se non riesco a vederlo, con gli occhi dell'anima accesi.  Le montagne sì, le montagne c'erano, le ricordo, e una palma e pure un cammello. La carta mimetica veniva accartocciata in balze di pieghe e riempita, per farne sostanza di sangue, con pugni di carta di giornale e, tra quei monti inventati, c'era un laghetto fatto con uno specchietto da borsetta e cigni e papere bianche a nuotare nel freddo della Vigilia...
Del presepe, niente, ma la lavanderia, gelida, gialla, cugina del grande giardino dove fratelli miei erano gli alberi silenti, con il loro gran cappello di aghi verdi, invernali; la lavanderia, dicevo, si riempiva delle torte che mio padre donava ad amici, conoscenti, parenti, committenti suoi. Erano tante, rotonde, cassate siciliane, che chiuso nello smeraldo dell'incarto loro, nascondevano il bianco della neve di zucchero, il verde della pasta di mandorle, i frutti canditi. La lavanderia foderata di quel verde di pasticceria (che pure mi schifava in bocca nei sapori stranieri...) sorrideva dolce, felice, e diventava di festa e di mondo anche lei, in quell'erba zuccherina, finché, consegna oggi e consegna domani, non tornava nuda, lei come me nella sacra Notte dell'eterno ritorno.. Lei come Israello. Nuda, ma forte, di vita profonda, vera, di fronte al mondo travestito di luci. E io, come lei.

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